«Basta con la politica barbarica. Serve un nuovo Illuminismo»

Guido Rossi

«Per fortuna c’ è Milano», sostiene Guido Rossi. Sennò ci sentiremmo senza voce tra le voci, in un Paese dalla politica slabbrata che ha perso il senso della giustizia, della misura e della dignità. Milano, dice il giurista, può diventare oggi un argine al degrado che avanza, un fortino presidiato da un sussulto di civismo che crea partecipazione e discussione, attivando un laboratorio d’ ascolto, reinventando un modello di democrazia dal basso: quella dei cittadini. Si vede il dito di Cattelan dal suo studio al sesto piano che si affaccia sul palazzo della Borsa: sembra uno sberleffo alla finanza da rapina che ha tirato giù gli indici del Mibtel, ma forse è solo il monumento alla volgarità che ci assedia da mesi, o forse anni. Sempre peggio. Il gran borghese che dalla Consob alla Telecom ha collezionato presidenze e dimissioni cita Verri, Beccaria, Cattaneo e immagina le «primarie» per il candidato sindaco che sfiderà Letizia Moratti, «un punto di svolta per un nuovo Illuminismo ambrosiano, il sentiero da percorrere per disincagliare la buona politica da egoismi e piagnistei, tratti purtroppo distintivi della stagione opaca della democrazia». È vero che Milano oggi discute, s’ interroga e lancia manifesti culturali, ma possono essere davvero le primarie per il candidato sindaco del centrosinistra il segnale di un risveglio della città alla ricerca di una nuova leadership? «Sì – spiega Rossi -, perché Milano oggi manda un messaggio preciso al Paese, indica la nascita di una democrazia dal basso che si nutre di partecipazione e di ascolto, valori richiamati tante volte dal cardinale Tettamanzi e prima ancora da Martini, il più illuminista dei grandi vescovi di Milano: da loro sono venuti gli stimoli all’ apertura, al dialogo, alla donazione civica che aiuta a ricompattare una società disgregata come la nostra». E adesso a Milano si possono raccogliere i frutti di una buona semina che passa attraverso i tanti comitati cittadini, l’ associazionismo di quartiere, il volontariato che coinvolge il mondo delle professioni, la nuova borghesia delle società intermedie che sarebbe piaciuta a Tocqueville, e che ha preso il posto di quella storica, ormai estinta: una borghesia intellettuale e scientifica che non teme confronti con l’ estero e sviluppa saperi che non vanno umiliati nel clientelismo politico o nel familismo che mortifica il merito. «Milano può dare tanto al Paese, e oggi più che mai ha il dovere di farlo perché lo impone la sua storia, il suo Dna. Bisogna convincere la gente che si può cambiare in meglio riappropriandoci di una tradizione illuminista, rilanciando la democrazia della discussione al posto della democrazia del voto, mettendoci di nuovo in gioco, ognuno per la sua parte, con spirito costruttivo, generoso, senza etichettature politiche». Per Rossi è arrivato il momento di rompere il circolo vizioso che ha avvelenato i pozzi della democrazia partecipativa, inquinando l’ acqua da bere. «Vedo un’ economia ancora soffocata da rapporti omertosi, una società oppressa dalle opacità che nascondono la sacralità del potere. Se mi critichi sei un nemico, si dice. E invece no, la critica costruttiva è uno stimolo, serve più cultura della trasparenza, vanno incoraggiate le pratiche civiche, deve crescere il senso di responsabilità. Bisogna dire: se la città è ben organizzata, anch’ io posso vivere meglio». Nella Milano ideale che diventa un mini Stato, sono emerse candidature più civiche che politiche in vista del confronto del 14 novembre: Giuliano Pisapia, Valerio Onida, Stefano Boeri e Michele Sacerdoti interpretano il modello descritto da Guido Rossi invitando cittadini a scrivere insieme il programma. Ma le ingerenze della politica ci sono, altroché, le primarie ideali sono falsate dalla scelta di campo del Pd in favore dell’ architetto Stefano Boeri, ha denunciato il costituzionalista Valerio Onida. E allora, professor Rossi, come la mettiamo con i partiti che mettono i piedi nel piatto della democrazia dal basso? «Forse ha commesso un’ ingenuità il Pd a mettere, così presto, il timbro su Boeri. Non era questo che ciò immaginava il povero Riccardo Sarfatti, l’ uomo che più si è speso per creare questo sussulto partecipativo, anche lui strenuo sostenitore di Stefano Boeri, e che con me l’ aveva convinto a candidarsi. Aveva capito che non si doveva imitare la politica nazionale, quella delle beghe, dei litigi, degli insulti a man bassa. L’ idea originaria era questa: lasciamo fare a Milano, lasciamo correre i candidati da soli. I partiti stiano dietro. Certo, anche loro hanno il diritto di esserci, ci mancherebbe. Io faccio parte del comitato per Stefano Boeri: la sua, come quella di Onida, è una scelta da “civil servant”, e credo che questo sia lo spirito che anima Pisapia e Sacerdoti. Non c’ era bisogno di anticipare una scelta politica. Ora credo si sia rimediato, ma io ripeto: i politici lascino ai milanesi la possibilità di trovare la strada giusta per cambiare una politica che in Italia non c’ è più». È una missione della città, questa, da Pietro Verri a Cesare Correnti: Milano laboratorio di passioni civili. «Abbiamo un patrimonio da difendere, qui. C’ è un potenziale di cultura, di scienza, di saperi che ha saputo resistere a tutto. Nel disastro delle università, Milano è ancora il meglio. Qui ci sono i grandi centri culturali, le relazioni internazionali, gli atenei che sanno esaltare le conoscenze. E ci sono licei di prim’ ordine, alla pari con quelli del passato. Vedo giovani preparati, che studiano. La scuola è una priorità da difendere. Conosco ragazzi della Bocconi, della Statale, dell’ università del San Raffaele, dove ho insegnato: sono fantastici. Ma se ne vanno alla Sorbona a tenere lezioni, all’ Onu, a Cambridge. Stiamo preparando gente che va fuori, capisce? E non ci rendiamo conto che perdiamo una generazione. Io sono andato ad Harward, per poi tornare indietro. Ma questi non tornano più se non cambia qualcosa in questo Paese. Bisogna dire a questi grandi ricercatori, medici, ingegneri, scienziati, insegnanti: no ragazzi, vi rivogliamo qui…». Con l’ Expo o senza l’ Expo? «L’ Expo è una subordinata, non c’ entra con la campagna in corso. Se è per questo non c’ entra nemmeno la Consob, di cui si è parlato tanto in questi giorni per la vergogna delle nomine che non riescono a fare». Lo dice da ex presidente? «La sede di Milano l’ ho fatta io. Pensavo: dobbiamo trasferirci a Milano una volta alla settimana per discutere con la Borsa. Ma oggi non ha senso questa discussione. La Consob deve restare a Roma, il suo posto è nella capitale. In Borsa oggi ci sono i computer, mica le grida: le azioni si comprano con un clic… Milano deve pensare ad altro e deve volare alto rileggendo l’ elogio che ne fece il Correnti nel 1870: “Le opinioni, la moralità, lo sviluppo scientifico e intellettuale, i sentimenti, le abitudini costituiscono la vitalità di un popolo che sa resistere alle influenze letali della sventura, delle leggi violente ed erronee, delle istituzioni corrompitrici”». Non è cambiato molto: i tempi sono duri, chiosa Guido Rossi, e serve una politica al servizio dei più deboli per affrontare il disastro della qualità della vita e ridare stima sociale all’ onestà e alla partecipazione, contro la ragnatela delle mafie e della corruzione. «La città è il luogo ideale per una svolta contro la politica barbarica che se ne infischia delle regole e dei cittadini. Si comincia dalla polis per arrivare allo Stato, visto che a livello nazionale non c’ è una democrazia deliberativa. Milano con le sue primarie e il dibattito che si può creare sul futuro ha l’ occasione per diventare un modello, per costruire un nuovo meccanismo di democrazia. Qualcuno dirà che siamo ancora nel campo delle utopie, e un po’ è vero. Ma nella storia le utopie hanno realizzato tante cose. A volte, bisogna crederci: la paura del futuro si può vincere solo con un soprassalto di partecipazione». (pubblicato il 31 ottobre 2010)

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