Bersani, Veltroni, D’Alema: il Pd e la crisi

Finite le vacanze, il clima politico che ci troviamo davanti è più incattivito che mai. E lo snodo cruciale, quello da cui dipenderà ogni sviluppo successivo, è quale sbocco dare alla probabile crisi del governo Berlusconi. Anzi, perfino la crisi dipende dalle prospettive che si apriranno, perché è evidente che i finiani terranno duro se avranno di fronte un percorso praticabile, mentre potrebbero cedere alle sirene del Cavaliere se percepissero di non avere un futuro. E’ qui che si gioca tutto.

Bersani sembra averlo capito. Infatti la sua proposta, contenuta nella lettera inviata alla Repubblica, cerca di disegnare un orizzonte che offra spazio a tutte le forze che vogliono archiviare il berlusconismo. Se ne possono criticare i contenuti e anche il linguaggio, ma non si può negare che proprio questa potrebbe essere  la formula per uscire dalla stretta: tutti quelli che vogliono ricostruire in Italia una democrazia degna di questo nome devono concordarne modi e forme, così da essere co-fondatori del futuro, all’interno del quale poi si ricreeranno nuovi equilibri tra le diverse forze politiche. Insomma, quasi un nuovo patto democratico, che non investe la Costituzione, ma riguarda il senso del dovere pubblico e la coscienza civile dell’intero paese.

L’urgenza di un simile patto è avvertita già non solo a sinistra, ma anche nelle formazioni di Casini e Rutelli e nella neonata creatura finiana. Cosa ne ostacola dunque la realizzazione? Risposta facile: le persistenti rivalità fratricide che continuano a dilaniare il Pd. Vediamo.

Se si aprisse la crisi di governo, il presidente della Repubblica avrebbe il dovere costituzionale di aprire le consultazioni per verificare l’esistenza di una maggioranza alternativa oppure la ricucitura di quella che c’è. Bisognerebbe dunque che i gruppi di opposizione e i finiani dichiarassero la loro disponibilità a sostenere un nuovo governo. Ma perché questo possa accadere è necessario che si siano già individuate le linee base di un programma condiviso. E va da sé che il nocciolo di questo programma dovrebbe essere la legge elettorale. E qui arrivano i guai. Quale legge elettorale? A sinistra lo scontro ha già assunto contorni personalistico-ideologici. Veltroni è tornato in campo per rilanciare un sistema maggioritario e tendenzialmente bipartitico. D’Alema ha ribattuto schierandosi per il proporzionale alla tedesca. E così il Pd è tornato a dividersi, col rischio di pregiudicare seriamente la possibilità di fuoriuscire dal berlusconismo.

Entrambi hanno le loro ragioni. Il maggioritario, sostenuto da fior di intellettuali nell’appello pubblicato dal Corriere della Sera; questi  hanno ragione nel dire che questo sistema favorisce la governabilità e dà al cittadino elettore la possibilità di scegliere con chiarezza il governo. Ma il proporzionale alla tedesca, cioè con lo sbarramento al 5 per cento e la sfiducia costruttiva, ha il non trascurabile pregio di piacere a finiani e centristi (e di non dispiacere alla Lega), indispensabili per dar vita al governo che dovrebbe sostituire l’attuale. In conclusione: il sistema maggioritario può forse essere più gradito agli italiani, ma il sistema tedesco è quello che ha più possibilità di coagulare un maggioranza nell’attuale Parlamento.

Tuttavia, un governo che nascesse dalle ceneri dell’attuale, e quindi in un clima arroventato che i cannoni mediatici di Berlusconi provvederebbero ad alimentare quotidianamente, avrebbe scarse possibilità di portare a termine una riforma complessa, come sarebbero sia quella veltroniana che quella dalemiana. Dovrebbe far presto e bene, per poter andare alle elezioni col nuovo sistema nella prossima primavera. La soluzione più facile, allora, potrebbe essere quella che Libertà e Giustizia ha già proposto: tornare al Mattarellum.

Ora: il Mattarellum è tutt’altro che perfetto. Obbliga ad alleanze forzose, che si sfasciano alla prima occasione. D’Alema ha ricordato, e con ragione, che il proliferare dei partitini ha toccato il suo punto massimo proprio con quel meccanismo elettorale. Tuttavia ha il vantaggio di essere già pronto: basta abolire il calderoliano Porcellum per tornare automaticamente al sistema precedente. Semmai si potrebbe pensare ad un piccolissimo ritocco: stabilire che il parlamentare che abbandona il gruppo in cui è stato eletto non porta con sé la dote costituita dalla sua quota di rimborso elettorale. Si può star certi che in questo modo i flussi e riflussi che trasformavano le Camere in un magma ribollente verrebbero drasticamente ridotti. Non è il massimo, ma così si può voltar pagina rapidamente. E poi, quando un nuovo contesto politico si sarà stabilizzato, si potrà tornare a ragionare di una riforma elettorale più compiuta.

9 commenti

  • DEMOCRAZIA E COSTITUZIONE

    L’Art. 49 della Costituzione italiana recita:
    «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale ».
    L’Art. 67 della Costituzione italiana recita:
    « Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato »
    La Costituzione non poteva dire di meglio e di più, sarebbe dipeso dal buonsenso dei rappresentanti eletti interpretare le norme costituzionali in modo da conferire all’Istituzione il massimo dell’autorevolezza.

    Accade purtroppo che l’art. 67 venga interpretato ad libitum e spesso, quel “senza vincolo di mandato”, venga pensato come il lasciapassare per qualsiasi ribalderia trasformistica.
    Assodato che l’art. 49 sancisce il diritto di ciascuno di associarsi liberamente in partiti, è conseguente che il partito acquista la sua legittimità nel determinare la politica nazionale. Ed è quindi il partito a dover provvedere a quelle normative che consentono agli iscritti di esercitare democraticamente il diritto alla politica.
    È il partito a formare le liste elettorali ed è il partito il responsabile della “fedeltà” progettuale del candidato alle elezioni parlamentari. Lo Statuto del partito garantisce i diritti e i doveri degli iscritti e le misure da adottare qualora, l’eletto al Parlamento, dovesse deflettere dall’indirizzo stabilito ufficialmente dal partito. Gli organi responsabili del partito, appositamente eletti e nominati con sistema democratico, devono assumersi tutte le responsabilità che derivano dall’aver garantito l’iscritto “x” a ricevere dal voto popolare il mandato parlamentare.

    È senza vincolo di mandato la funzione parlamentare, ma non nel senso che l’eletto possa fare ciò che vuole incurante del progetto e dell’impegno assunto col popolo sovrano. La sovranità del popolo verrebbe beffata qualora l’eletto potesse arbitrariamente disporre del mandato conferitogli secondo ambizioni personali. È la visione politica dell’insieme che è a carico del partito, ed è solo il partito il responsabile della politica che i suoi rappresentanti conducono nelle Istituzioni.

    S’intende cambiare partito? Liberissimi di farlo in qualsiasi momento, ma dimettendosi dall’incarico parlamentare che il popolo aveva conferito per quel progetto. Essere stati candidati ed eletti, non implica il possesso della carica al di là di qualsiasi obbligo assunto col popolo sovrano.
    E se l’interessato coinvolto nel travaglio progettuale si rifiutasse di dimettersi?
    L’imperio della legge dovrebbe destituirlo d’autorità, non consentendogli fellonie che nessuna democrazia potrebbe legittimare. Gli organi di partito preposti all’ortodossia delle regole democraticamente assunte, interverranno in tempi brevi e dichiareranno decaduto il dissidente recalcitrante alle dimissioni.
    Una democrazia degna d’essere tale, non può consentire arbitrii minoritari, è la maggioranza che vota la linea da seguire e, quando la linea è votata, diviene un obbligo per tutti. Senza invocare pretestuosi autoritarismi che vogliono essere soltanto regole accettate congressualmente e quindi da rispettarsi al di là di qualsiasi insinuazione autoritaria.

    Se riuscissimo a riformare la Costituzione in questo senso, forse daremmo più respiro alla democrazia e impediremmo agli ambiziosi di turlupinare le regole del gioco democratico.
    Celestino Ferraro

  • “Co-fondatori del futuro” attraverso “un nuovo patto democratico”. Non si potrebbe dire in modo più illuminante ciò che occorre all’Italia e che giustificherebbe un nuovo ampio arco costituzionale. Come dopo un fascismo e una guerra. Qui la guerra civile non c’è stata. Per ora. E la Costituzione c’è già. Ma andrebbe riconfermata con una cerimonia apposita, come si riconsacra una chiesa in cui uomini e bestie per anni hanno bivaccato e cagato. Splendido articolo in ogni suo punto.

  • La proposta è ragionevole, però… che tristezza, per raggiungere un obiettivo è necessario toccarli nelle tasche.

  • Ragionando sulla contingenza, prima ci liberiamo di B. e meglio è per l’Italia, per cui sono disposto ad accettare tutti i compromessi (anche in fatto di legge elettorale) che vengono dalle forze politiche di “Liberazione”. Altro che popolo sovrano, come ciancia il cavaliere, con questa legge elettorale il popolo è spettatore della casta partitica!
    Ragionando invece sulla strategia politica ritengo che i dissidi dentro il centro sinistra ci saranno finché non si affronti il tema dei temi: Qual è la natura della crisi della società? Quale analisi profonda la sinistra deve fare per capire cosa sta succedendo nel mondo e nell’economia globale? E con quali strumenti di ampio respiro se ne esce? E. Scalfari, a tal proposito, ci ricorda sulle pagine recenti di la Repubblica della preveggente strategia dell’Austerità (di oltre 30 anni fa) proposta allora da Enrico Berlinguer: spostare quantità di risorse dai popoli che consumano anche il superfluo a favore deii popoli che non hanno nemmeno l’acqua, per migliorare la qualità complessiva della vita di tutti. Quante volte nella mia vita mi sono chiesto del perché su quella grande e acuta riflessione la sinistra non c’ha mai ragionato, riprendendola e magari aggiornandola. Essa aveva ed ha ancora una valenza mondiale che parla alle persone e salverebbe l’ambiente. Purtroppo i nostri politici, compresi quelli di sinistra, non hanno la stoffa né le asole per volare alto. A loro interessa solo il PIL, e a noi, società civile……. pure! Chi rinuncerebbe ad avere 4 auto parcheggiate sotto casa e 6 televisori, uno per ogni camera? Non c’è salvezza, annaspiamo nelle sabbie mobili senza accorgercene.

  • chiedo al PD e alle forze di opposizione una cosa soltanto: la smettano di presenrasi ognuno con le proprie posizioni.
    si trovino, si parlino, discutano, ma se vogliono veramente fare il bene dei cittadini, dopo aver anche litigato in privato, escano pubblicamente con UN (1) progetto in modo da permettere ai cittadini di capire cosa propongono di diverso e di concreto in alternativa a Berlusconi!
    hanno il dovere di farlo e devono farlo ora.
    l’attuale loro modo inverecondo di dividersi su tutto, sta impedendo a chi come me spera in una alternativa all’attuale governo, di poter sostenere una idea di fronte al berluschista che mi chiede: ma dall’altra parte che alternativa c’è?

  • Confesso di non conoscere a fondo il porcellum, per cui la mia riflessione potrebbe non essere applicabile.
    A fronte di una situazione politica così complessa, come è quella descritta nel punto da Patrizia Rettori, ma dalla quale si evince che nel
    Parlamento esiste la possibilità di far coagulare una maggioranza, che, se non altro con il fine di cambiare la legge elettorale, è mossa dalla volontà di far cadere Berlusconi, preso atto che ci sono troppe proposte, perchè per ora non ci contentiamo di cambiare solo la parte della legge che riguarda la cooptazione dei candidati, reintroducendo le preferenze?
    Subito dopo si potrebbero rifare le elezioni, in condizioni che, oltre a restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri candidati, indebolirebbe Berlusconi, che basa la sua forza proprio sulla cooptazione, che rientra tra i metodi non democratici, in quanto i cooptati non sono espressione di un gruppo sociale esterno e quindi rappresentativi dello stesso. E’ per questo motivo che essa si ritrova nei regimi aristocratici od oligarchici, dove rappresenta lo strumento che permette di perpetuare il ristretto gruppo dominante, con l’aggravante che, nel nostro caso è tutt’altro che illumunato.

  • Noi, elettori dell’attiale opposizione, continuiamo a dire che il Pd è diviso, che i leader litigano su tutto…e facciamo un errore…il solito…se il PD è diviso è perchè lo siamo noi elettori, che abbiamo idee diverse al merito…e le posizioni dei leader ( specie del calibro di D’Alema e veltroni e non certo un sempre polemico Parisi di turno) non fanno altro che rispecchiare i diversi segmenti e posizioni dell’elettorato stesso. L’analisi di Patrizia rettori non fa una piega…è perdetta, razionale, lucida…ribadisce quanto la partita sia complessa…per cui non basta un “si o no”…un “questo o quello”…ricordiamoci (sarebbe banale, ma vedo dei commenti che francamente non hanno logica) che il Pd, opposizione, è in minoranza, quindi se la battaglia sulal legge elettorale deve avere successo, occorre accordarsi con tutte le altre opposizioni e parti della maggioranza. Detto questo, costatata la difficoltà della questione, non capisco perchè ci si lamenti quando nel pd si discute, ci si dibatte, si cerchi una soluzione condivisa. Invece qui ricadiamo nel solito schema suicida…” il pd è diviso, quindi noi elettori ci stufiamo, ne abbiamo abbastanza, siamo digustati…”…conseguenza’ nelle intenzioni di voto è ancora avanti berlusconi che fa quello che vuole…fra l’altro è ovvio che non è detto che con tutti gli sforzi e la volontà si arrivi a cambiarla questa legge elettorale…ricordiamoci e facciamo ricordare ai sempiterni delusi, scoraggiati, disgustati che siamo all’opposizione e quindi in minoranza…e allora noi che facciamo? siamo sdegnati quindi non andiamo a votare?? Non potremmo, molto più costruttivamente firmare l’appello de L’unità sulla primarie in caso di voto col porcellum?
    Fabiano

  • io credo che abbia ragione bersani, “datemi una maggioranza che vuole cambiare la legge elettoral e poi il sistema di trovarci d’accordo lo troviamo”. sano pragmatismo che non sempre distingue la sinistra. matteo renzi docet.

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