Se la norma infrange il diritto

È ADEGUATO alla serietà delle questioni sollevate dal disegno di legge del Governo sulle intercettazioni telefoniche e sulle limitazioni alla libertà di stampa il dibattito, anzi la rivolta, che ne è seguita. Siamo alle fasi finali della procedura parlamentare ma la procedura parlamentare non chiuderà la partita, anche se l’impostazione della legge è ormai definita. I poteri d’indagine penale risulteranno ridotti e, parallelamente, l’impunità della criminalità sarà allargata; i vincoli procedurali, organizzativi e disciplinari saranno moltiplicati a tal punto che i magistrati inquirenti ai quali venisse ancora in mente, pur nei casi ammessi, di ricorrere a intercettazioni saranno scoraggiati: a non fare non sbaglieranno; a fare correranno rischi a ogni piè sospinto. La libertà degli organi d’informazione d’attingere ai contenuti delle intercettazioni disposte nelle indagini penali sarà ridotta fortemente e la violazione dei divieti sarà sanzionata pesantemente. Tutto in proposito è stato ormai detto. Nulla potrebbe ancora aggiungersi e nulla potrebbe togliersi.

Al di là delle valutazioni circa le singole disposizioni, è stato anche colto il significato che una legge di questo genere non può non assumere presso l’opinione pubblica avvertita, nel momento attuale della vita pubblica del nostro Paese, mai come ora intaccata dalla corruzione: l’auto-immunizzazione con forza di legge di “giri di potere” oligarchico che intendono governare i propri interessi al riparo dai controlli, siano quelli della legge o siano quelli dell’opinione pubblica.
Tutto è stato detto per ora, ma la partita non si chiuderà di certo in Parlamento, nella dialettica tra la maggioranza e l’opposizione. La prima potrà sconfiggere la seconda con gli strumenti parlamentari di cui può far uso e abuso (la questione di fiducia in materia di diritti fondamentali) e così mettere per iscritto la volontà di chi comanda e fare la legge. Ma al di là della legge c’è pur sempre il diritto, e col diritto la legge deve fare i conti. Forse mai come in questo caso legge e diritto, lex e ius, queste due componenti dell’esperienza giuridica, sono apparsi così nettamente distinti, anzi, contrapposti. Quando ciò accade, la forza della legge è debole perché è avvertita come arbitrio e, prima o poi, anche se con costi e sofferenze, l’equilibrio sarà ristabilito.
Che cosa sia la legge, basta guardarne il testo. Che cosa sia il diritto, è cosa meno semplice ma più profonda. Innanzitutto, la legge dovrà passare alla promulgazione del Presidente della Repubblica, il cui potere di rinvio alle Camere è un’espressione non del capriccio personale ma del diritto. Poi la legge sarà sottoposta all’interpretazione, entro le coordinate dei principi del diritto; poi sarà sottoposta al controllo della Corte costituzionale, nel nome del diritto più profondo, su cui ogni legge deve appoggiarsi; poi sarà forse sottoposta a una valutazione popolare, in nome di quel diritto legale di resistenza che è il referendum abrogativo. Questo, nell’insieme, è il diritto con il quale questa legge dovrà fare i conti e questi sono i suoi strumenti. A ciò oggi si aggiunge il diritto dell’Europa, da cui la validità della legislazione degli Stati che ne fanno parte è condizionata.
* * *
Alla luce di questo quadro complesso, la legge che il Parlamento s’accinge a varare non supera il vaglio del diritto, soprattutto per quanto riguarda quello che a me pare il vizio macroscopico, che macroscopicamente tradisce una mentalità illiberale, o meglio autoritaria, di chi l’ha impostata, presumibilmente senza nemmeno rendersene conto (poiché altrimenti, pronunciando ogni giorno parole di libertà, certamente avrebbe evitato…). In ogni regime libero, l’informazione è un delicatissimo sistema di diritti e di doveri, in cui l’interesse dei cittadini a essere informati e il connesso diritto-dovere dei giornalisti di fare cronaca, onesta e completa, dei fatti di rilevanza pubblica incontra i soli limiti che derivano dal rispetto dell’onore e della riservatezza delle persone. Sono le persone offese che, ricorrendo al giudice, in un rapporto per così dire, paritario con il giornalista o il giornale, possono chiedere la riparazione del loro diritto violato. Il potere politico, governo o parlamento, non c’entrano per niente. Non possono prendere provvedimenti o stabilire per legge quel che i giornali, gli organi d’informazione in genere, possono o non possono pubblicare. Possono certo stabilire casi di segretezza o di riservatezza, per proteggere l’interesse al buon andamento di funzioni pubbliche (ad esempio, trattative diplomatiche, operazioni dei servizi di sicurezza, svolgimento di indagini giudiziarie, ecc.) e, a questo fine, possono prevedere sanzioni a carico dei funzionari infedeli che violano il segreto e la riservatezza. Ma non possono estendere il divieto e la sanzione agli organi dell’informazione i quali, quale che sia stato il modo, siano venuti in possesso di informazioni rilevanti e le abbiano portate alla conoscenza della pubblica opinione. In breve: il potere politico può proteggersi, ma non può farlo imbavagliando un potere  -  il potere dell’informazione  -  che ha la sua ragion d’essere nel controllo del potere. Potrà sembrare un’anomalia che la lecita auto-tutela della politica non si estenda fino alle estreme conseguenze, non investa la stampa. Ma in ogni regime libero un’anomalia non è, perché l’informazione appartiene a un’altra sfera e non può diventare un’appendice, una funzione servente, un organo della politica e del governo (come avviene nei momenti eccezionali della guerra o del pericolo per la sicurezza nazionale). È la separazione dei poteri  (e l’informazione è un potere) a richiederlo e a determinare la possibilità della contraddizione. Sono i regimi autoritari, quelli in cui non vi sono contraddizioni. Ma allora, lì, la stampa vive delle informazioni che il potere politico, caso per caso o per legge non fa differenza, l’autorizza a rendere pubbliche; vive degli ossi che il padrone le butta.
Da dove traiamo questo principio d’autonomia e libertà della stampa? Innanzitutto dalla cultura e dalla civiltà costituzionale, cioè dal quadro di sfondo che dà un senso alla democrazia. Poi dall’art. 21 della Costituzione, che proclama il diritto alla libertà d’informazione senza limiti diversi dal buon costume, vietando per sovrapprezzo, e come rafforzamento, le autorizzazioni e le censure, cioè gli strumenti di asservimento della stampa conosciuti sotto il fascismo. Oggi poi è la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, da quando, nel 2001, è assurta a livello costituzionale e al medesimo livello si collocano le interpretazioni che ne dà la Corte di Strasburgo, altra base sicura del diritto alla libertà della stampa. L’art. 10 § 2 della Convenzione ammette bensì “formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni”, ma solo quando siano “misure necessarie in una società democratica” per tutelare certe esigenze di sicurezza, ordine pubblico, ecc., che nel caso della legge italiana certamente non ricorrono in generale.  La Corte europea ha precisato che le limitazioni possono derivare solo da “bisogni sociali imperativi” (non esigenze di funzionamento di pubblici poteri), che le misure prese “non devono essere di natura tale da dissuadere la stampa dal partecipare alla discussione di problemi di legittimo interesse generale” e, nel celebre caso Dupuis contro Francia (7 giugno 2007), riguardante la pubblicazione di notizie coperte dal segreto processuale, che quando c’è di mezzo il diritto all’informazione, “il potere di apprezzamento degli Stati si arresta di fronte all’interesse delle società democratiche ad assicurare e mantenere la libertà di stampa”. Si trattava, per l’appunto, di giornalisti che si erano documentati attraverso fughe di notizie o documenti e conversazioni confidenziali: tutte cose che le società libere non demonizzano affatto (pur cercando di impedirle da parte dei funzionari pubblici), quando vengono nelle mani di giornalisti.
* * *
Il disegno di legge che sta per essere trasformato in legge non tiene conto di tutto questo, anzi lo contraddice. A carico dei giornalisti e degli editori sono stabiliti divieti tassativi di pubblicazione. Sanzioni penali, disciplinari e amministrative li collocano in una ragnatela di condizionamenti, esterni e interni alle imprese giornalistiche, certamente incompatibile con la libertà della stampa di fare il proprio dovere “in una società democratica”. Questi condizionamenti, altrettanto certamente, sono tali (si pensi a che cosa rappresenta per le piccole imprese giornalistiche la sanzione in denaro che può raggiungere diverse centinaia di migliaia di euro) da “dissuadere la stampa dal partecipare alla discussione dei problemi di interesse generale” come, tanto per fare un esempio di fantasia, la pubblica corruzione. Ci sono tutte, e sono evidenti, le ragioni per le quali questa legge finirà col cozzare contro quel diritto.

10 commenti

  • Continuiamoa leggere ogni giorno articoli, editoriali e commenti allarmati sulla situazione sempre più degradata e degradante. Gli allarmim sono diventati parossistici. Ma nessuno delle persone importanti che scrivono sui giornali, sembra ricordare che la nostra amata Costituzione porta in sè uno strumento di DEMOCRAZIA DIRETTA nella disponibilità della Società Civile, che, usato in modo estremo, come la situazione richiede, potrebbe portare la Cittadinanza a dettare,in forza dell’art. 71, dell’art.1 e del numero dei cittadini sottoscrittori, l’agenda legislativa ai parlamentari delegati inetti, incapaci o complici.
    E’ matura l’ora di lasciare gli allarmi per passare all’esercizio della DEMOCRAZIA DIRETTA, COME COSTITUZIONE INSEGNA E SITUAZIONE RICHIEDE.
    Paolo Barbieri

  • Un soffio di speranza….la speranza nella forza del diritto.
    Respiro a pieni polmoni quest’ossigeno…..
    Ma come non pensare ai tanti conflitti con il diritto vinti da leggi ad personam o da comportamenti illegittimi dei potenti negli ultimi anni?
    Perchè, come, questa volta potrebbe vincere il diritto?
    Fin qui le Istituzioni di garanzia italiane ed europee non hanno impedito l’avanzata di questa nuova forma di oppressione nel nostro disgraziato Paese. In qualche momento sono stati ridotti i danni (es processo breve), ma non si è potuta bloccare la marcia verso l’ampliamento dei “diritti” di pochi e la drastica riduzione di quelli di tutti.
    Qualcosa, qualcosa di molto importante, di strategico, non sta funzionando bene….

  • Amo come pensa e scrive Zagrebelsky , è come se dentro portasse tutti i Calmandrei e i Bobbio che meritavamo di avere al governo dell’italia anno per anno , decennio su decennio prima di arrivare fino a questo punto di vuoto, sacco dopo sacco di assalti alla democrazia che non esiste più . Mi associo agli altri commenti perchè ormai è evidente che sono mancate strategie e tattiche per non arrivare fino a questo punto di non ritorno. E’ evidente che c’è qualcosa che anche negli antidoti non ha funzionato …i veleni si sapevano già tutti , possiamo continuare a piangere sul male piu evidente , ma la cosa che ormai a me personalmente fa male, è il bene che non ha voluto/saputo trovare l’intelligenza e il coraggio per esprimersi

  • L’attacco alla democrazia italiana da parte della cricca berlusconiana è un vero colpo di Stato.Come quello dei colonnelli in Grecia, o dei carri armati di Pinochet in Cile.Solo che i carri armati di berlusconi sono i suoi media,che fanno fuori le coscienze e lavano i cervelli.Lo scempio delle risorse economiche e della res pubblica si compie col consenso dei telespettatori dei media più disonesti del mondo.I telespettatori di Mediaset e Minzolini e Masi accettano che il più incapace e corrotto capo del governo,con corte a seguito,si arricchisca sulla loro pelle,e li privi delle libertà fondamentali.Basti che sia con la musica del grande fratello

  • Pisanu, Martino, Chiesa, perché tacete?

    Esimio professor Zagrebelsky
    Lei dice che la legge s’infrangerà sul diritto; e ci dà una consolazione, anzi un “consòlo”. Io, però, vorrei dare la stessa consolazione a quei tanti parlamentari del Pdl che nei loro anni migliori hanno goduto il piacere della libertà e ne hanno predicato l’intoccabilità.
    Chinare la testa ai diktat di una corte da basso impero e tacitare la priopria coscienza, molti ce l’hanno la coscienza anche nel Pdl, dev’essere una colpa inespiabile, che nessun privilegio può lenire. E i silenziosi sguardi, non irati, ma compassionevoli, dei figli, o dei nipoti, o degli elettori, o dei passanti?
    Sono convinto, esimio professore, che se uno solo del Pdl dicesse al satrapo e ai suoi pretoriani: basta, è indecente, perché ingiusto e osceno, ciò che stiamo facendo, molti altri liberebbero il coraggio che ora tengono incatenato e ammutolito.
    Non Fini, che con la libertà e la giustizia non ha mai avuto alcun rapporto, ma Pisanu, colui che ha visto da vicino grandissimi della morale e della politica, come Zaccagnini e Moro, e poi Fanfani, e Marcora e Donat Cattin? E Martino, liberale volterriano?
    E infine, perché la Chiesa tace? Non le basta contare che, ad oggi, ha già perso 100 mila sottoscrittori dell’8 per mille? Libertà e giustizia non sono anche per essa valori non negoziabili?
    E l’opposizione, perché non indossa il volto austero e le parole gravi delle occasioni drammatiche?
    Sì, esimio professore, non ci si sente derubati, ma un po’ orfani.

  • Come sempre, Gustavo Zagrebelsky rimette al loro posto i tasselli e chiarisce i termini anche di questa questione.
    Restano lo stupore e lo sconforto di cogliere l’ assuefazione dei cittadini di fronte a questa ennesima ferita.
    Si rinforza il convincimento che sia necessario un agire concertato.

  • Pingback: IN PIAZZA CONTRO LA LEGGE-BAVAGLIO – Palermo, 12 giugno 2010 « LIBERTA' E GIUSTIZIA PALERMO

  • Basta la firma per essere d’accordo e condividere il testo, altrimenti non sarei su questo sito, non leggerei La Repubblica,L’unità,il manifesto e Il Fatto quotidiano! inoltre non guarderei Raitre dove alle Storie di Augias ho conosciuto meglio il Dott.Zagrebelsky. Ma la mia tristezza e rabbia è pensare che se domani andasse al governo la sinistra avrebbe il coraggio di cancellare come primo atto questa legge salva-ladri e mafiosi ? O sarà come per il conflitto d’interessi ???
    Il 4 luglio ci sarà una manifestazione in merito cerchiamo di essere in tanti coinvolgendo anche l’Unione Europea. Cordiali saluti e grazie!

  • Sono grata a Gustavo Zagrebelsky per aver impegnato la propria notevole competenza giuridica in un articolo che chiarisce come il potere politico non possa stabilire per legge
    quello che i giornali possono o non possono pubblicare.
    Gli Italiani devono difendere il loro
    diritto ad informare e ad essere informati, perchè è necessario sapere per poter giudicare ed è necessario giudicare per poter decidere.

  • Pingback: Contro il Bavaglio, una manifestazione di tutti | Libertà e Giustizia

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