Libertà d’impresa e dignità umana

Adesso tocca all’articolo 41 della Costituzione. Ad attaccarlo, in modo frontale e diretto, è il ministro dell’economia Giulio Tremonti. Convinto che basterebbe una modifica per sospendere per due-tre anni le autorizzazioni per le piccole e medie imprese, la ricerca e le attività artigiane. C’è già anche il consenso del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che a margine dell’assemblea di Confartigianato, ha ribadito la necessità di azzerare le autorizzazioni necessarie ad aprire un’impresa: “Vogliamo arrivare a un nuovo sistema in cui non si debbano chiedere più permessi, autorizzazioni, concessioni o licenze”, ha detto, definendo i controlli previsti dalla Carta “una pratica da Stato totalitario, da Stato padrone che percepisce i cittadini come sudditi”.

Ma cosa c’entra la semplificazione burocratica con l’equilibrio costituzionale, secondo il quale l’impresa è libera ma non può svolgersi contro l’utilità sociale o la dignità umana? Si vuole forse dire che può?

Vale la pena di rileggerlo l’art.41: “L’iniziativa economica privata è libera “ (comma 1).“ Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (comma 2). Sono in gioco valori essenziali che nulla hanno a vedere con questioni di ordinaria burocrazia. Ma in realtà si cerca l’occasione per eliminare ogni tutela. Già sul tema ‘sicurezza’ sul lavoro l’attuale governo si è mosso per fare passi indietro rispetto alle norme approvate dalla maggioranza precedente, ma forse anche il richiamo alla libertà e dignità umana danno fastidio. Un lavoratore senza alcuna tutela di fronte ad un’attività economica senza limiti e freni ( altro che autorizzazioni per le piccole imprese!) è l’obiettivo finale.

Ripropongo una riflessione fatta di recente. Eccola. La nostra Costituzione è il “risultato della confluenza dell’ideologia socialista e di quella cristiano sociale con quella liberale classica” (Bobbio). Lo si vede in particolare nel titolo III che, dopo le norme a protezione dei lavoratori (artt. 35-40), tutela la libertà economica: all’affermazione di un diritto e di una libertà segue subito l’indicazione di limiti e fini: “L’iniziativa economica privata è libera”, ma non può svolgersi “in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” e l’attività economica può essere indirizzata “a fini sociali” (art. 41). Della proprietà privata “riconosciuta e garantita dalla legge” (art. 42) la legge stessa può determinare i modi d’acquisto, di godimento e i limiti “allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”. Lo schema è costante; anche alla proprietà terriera privata (art. 44) la legge “impone obblighi e vincoli” al fine di “conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali”, fissa “limiti alla sua estensione … promuove e impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive, aiuta la piccola e media proprietà” .

L’obiettivo di fondo non è eliminare l’iniziativa economica e proprietà privata – costituzionalmente riconosciute e come tutti i diritti (a partire dall’art. 13) limitabili soltanto con legge del Parlamento – ma renderle “accessibili a tutti” (l’art. 42 riecheggia la Rerum Novarum). Un pensiero unitario domina la Costituzione economica: allargamento del numero dei proprietari, difesa della funzione sociale della proprietà e dell’attività economica. Non par dubbio che la dottrina sociale cattolica abbia esercitato un influsso preminente: il programma economico sociale della Costituzione, se realizzato, non porterebbe infatti a una società socialista con un’economia diretta dallo Stato, e neppure a una società dominata dalle grandi imprese private, ma ad una società dove la proprietà è diffusa e non concentrata. Gli articoli successivi ne sono la riprova: la Repubblica promuove la cooperazione a carattere di mutualità e lo sviluppo dell’artigianato (art. 45), riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende “nei modi e limiti stabiliti dalla legge” (art. 46), incoraggia e tutela il risparmio favorendone l’accesso “alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese” e, a tali fini “disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito” (art. 47). Norma quanto mai opportuna, visto le recenti ‘gesta’ delle istituzioni bancarie e il poco o nullo rispetto per i risparmiatori! Dagli atti dell’Assemblea costituente risulta chiaro come tutti, al di là delle differenti visioni dell’economia, dai comunisti ai democristiani ai liberali fossero concordi nella lotta alle “concentrazioni monopolistiche”. Alle parole di Togliatti e Fanfani si aggiungono quelle di Einaudi, economista liberale, per il quale i monopoli sono “il male più profondo”, “il danno supremo dell’economia moderna”, “vera fonte della disuguaglianza, vera fonte della diminuzione dei beni prodotti, vera fonte della disoccupazione delle masse operaie”. In questo clima fu approvato l’art. 43: “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, agli enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie d’imprese che si riferiscono a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio e abbiano preminente interesse generale”. Due le condizioni, dunque, perché le imprese possano essere espropriate: che “abbiano preminente interesse generale”; che siano relative “a servizi pubblici essenziali, a fonti di energia o a situazioni di monopolio”. La previsione di forme autoritative d’intervento pubblico ha quindi carattere eccezionale, la Costituzione non ha inteso incamminarsi sulla strada del collettivismo. Tuttavia il comma 3 dell’art. 41 “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali” implica, almeno, un indirizzo di politica economica che tenga conto dei fini sociali.

Come si conciliano le indicazioni della Costituzione col “principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” su cui si fonda l’Europa? Molto ne hanno discusso giuristi ed economisti. L’opinione che non siano incompatibili parte dalla libertà d’iniziativa economica che, data la pluralità e coesistenza di più soggetti che ne usufruiscono, è legata al principio della libera concorrenza, a un mercato “regolato” (come vuole l’Europa) da una disciplina antitrust. Una disciplina “che predetermini le regole del gioco valide per tutti”, assicurando la libera esplicazione su un piano di parità delle capacità imprenditoriali di tutti gli operatori: “La libertà di pochi è potere, non libertà” dice Alessandro Pace. Del resto una disciplina antimonopolistica è già implicita nell’intento di evitare il rischio di monopoli espresso alla Costituente da tutte le parti politiche e formalizzato nell’art. 43. Un mercato ‘regolato’, una libera concorrenza che non incida però su altri interessi primari tutelati dallo stesso art. 41 che fonda la libertà economica. Negli ultimi decenni l’idea del primato dell’economia sulla politica ha inciso sul nostro sistema mettendo in ombra valori essenziali. L’alternativa (scrive Natalino Irti) è tra “ordine giuridico del mercato e mercato degli ordini giuridici” dove gli Stati, in concorrenza, offrono alle imprese benefici e immunità per attirare gli affari entro le rispettive sfere anziché rivendicare il primato delle decisioni politico-giuridiche e assumere il governo dell’economia.

6 commenti

  • è cosi un piacere leggerla prof Carlassare, in un certo senso è come studiare insieme quello che riesce a trasmettere .

    è che tutto questo ineccepibile storico e contemporaneo che lei riesce a smuovere dallo spirito antico ,dei padri delle leggi, all’uomo contemporaneo che lo ha svuotato, possiamo gustarlo in pochi , da una parte quei pochi dell’ èlite a cui lei appartiene, dall’altra quei pochi ignoranti , meno ignoranti di altri, come me

    in pratica in parallelo o in metafora , potremmo dire che l’omologazione al “pensiero unico” è già di per sè evidente manifestazione di quel cartello occulto o monopolio palese di tanti aspetti del paese ,la cui apologia si riscontra tutta a chi ha “concesso” , addirttura vietato per legge, di essere a carica pubblica,quando chi è concessionario di licenze da parte dello stato non potrebbe minimante diventare, come è diventato, presidente, che si fa chiamare premier , come peraltro i governatori di regioni in cui il monopolio della sanità è fatto dall’assalto concesso alla vittoria del monopolio di quella privata, su cui pure sbandierare standard di costi

    io credo che il problema di questo paese, non sia solo legato ai suoi mali interni che spezzano e hanno attentato la Carta,in modo invisibile già prima delle mazzata finale e plateale di chi l’ha presa mediaticamente e purtroppo anche in parlamento, a mazzate come i capitani d’industria della nostra italianità e le multinazionali a mazzate sulla realtà fiorente, come era una volta, il nostro modo di fare sistema paese: piccola e media industria/artigianato ssvuotata pezzo a pezzo per tante miopie ,dove l’unica legge come quella del capitale /lavoro, è stata:pesce grande mangia pesce piccolo…

    se l’europa o il famoso occidente ha ridotto le terre a una guerra fra i poveri, noi che non siamo stati nemmeno capaci di custodire le nostre ricchezze e amalgamarle senza divisioni nord o sud, come potevamo farcela?

    di questi tempi, rispetto ai primi del dopoguerra dove già era stato tradito lo spirito dei padri, è che “il mercato” è crollato e la coperta si è fatta corta per tante cause…

    più uno Stato è rimasto svuotato come il nostro, più di pari passo la sua economia e la sua capacità di essere tale,cioè metter al centro l’uomo con la sua capacità di reddito/lavoro, è venuta meno..

    le disuguaglianze fra il popolo dei senza limite e tutto il resto, non possono che essere tutelate con il ritorno ad uno spirito francescano LAICO, che la nostra economia non ha mai avuto, altrimenti come minimo ,anche senza rispettare i minimi diritti umani, non avrebbe fatto distruggere le sue ricchissime terre di storia e paesaggi , per il sacco di cemento, anche depotenziato, e l’assalto di imprese che peraltro poi sono state anche delocalizzate, creando un altro macigno di business/corruzione sulle famose bonifiche.

    credo che all’impoverimento e l’estremizzazione dei mali di questo paese, non abbia contribuito solo il maggiore dei suoi mali ,che sb rappresenta tutti, il conflitto da guerra non convenzionale , fra interessi personali/imprenditoriali e quello pubblico sul del bene comune ,che è anche la vera indipendenza dell’economia nel controllo effettivo dei suoi limiti (a nn espandersi oltre un unico cartello ,se non addirittura appunto in monopolio, oppure a mantenere quelle qualità di equilibrio che non diminuiscano, sotto un certo livello ,i valori della terra e delle persone che ci vivono/lavorano, ma soprattuttto a cui lasciare il paese).

    forse da un paese povero o impoverito come il nostro , appiattito fino all’inverosimile come appunto un suolo velina, non ci guadagna solo uno degli uomini, piu ricco del mondo, che peraltro stava diventando povero e indebitato .. prendendo spunto da una botta nella stomaco,come il reportage di ierisera sulle “mucche” ad anno zero ed il conflitto con altre quote di mercato , si potrebbe in metafora dire che un paese che non sa contare nemmeno le sue mucche,forse perchè ha combattuto con altre vacche lo sterminio catodico, beh un paese così è tale perchè i maiali della fattoria di orwell si ingrassino a danno della prima attività che aveva questo paese, siamo quello che mangiamo

    questi maiali stanno sempre a rappresentare il falso “miracolo italiano” che non è solo quello di ventanni fà, ma parte da lontano che da mattei piu vicino arriva fitto fitto a quei mostri e misteri che sono cagliari ,castellari ,gardini spacciati per suicidi come i vari calvi

    da un paese progressivamente o vieppiù povero , ridotto a bande e controbande, non ci guadagnano solo le varie “cricche” e faccendieri nazionali con a capo il loro faraone capo della fattoria, ma sicuramente meglio speculano in parallelo, nell’eterno do ut des dell’italia vacca o puttana, tutte le comunità internazionali con cu si sviluppano gli affari ,indistintamente ,petrolio o uranio o gas..
    queste altre cricche da un paese povero ridotto a cricche come il nostro, recuperano e spartiscono altri monopoli , quando va bene quote di mercato “altrove” , altrove da noi, assaltati come una somalia in europa senza che coloro che possono, in quanto hanno “il sapere “, altamente qualificati, possano interrompere il corto circuito amorale e incostituzionale “todo modo”.

  • A seguito della conferenza della Confartigianato anche la Dott.sa Marcegaglia ha dichiarato ai telegiornali RAI che era assolutamente indispensabile modificare l’articolo 41 della costituzione. Ritengo questo fatto particolarmente grave. La convergenza di interessi di confindustria con il governo su leggi illiberali sono stati i prodromi del fascismo.
    Speriamo!?

  • Ma possibile che nessuno abbia il coraggio di martellare quotidianamente l’opinione pubblica sul fatto che Berlusconi stà attuando, punto per punto, il manifesto programmatico della Loggia P2 di Licio Gelli. Lo ha detto anche il gran venerabile.
    Berlusconi ripete fino alla nausea i suoi punti, ma l’opposizione sembra abbia paura di affrrontarlo direttamente e costantemente.
    Ma perché tutta questa paura. Berlusconi è un Pduista (lo dice solo Di Pietro).
    Ma….. chi è senza peccato scagli la prima pietra?

  • x franco
    se vedi l’ultima intervista a de benedetti , lo dice anche lui ( che sb è un pidduista) , fra un po’ lo dirà anche prodi , finanche montezemolo…cosa voglio dire?
    speriamo si finisca il periodo che solo qualcuno dice e non altri …speriamo che insieme siano tutti meno pupulisti da una parte e piu fattivi dall’altra nel dire pane al pane e vino al vino, senza mezzi termini tipici da linguaggio politichese ( salvaPOTERE) all’italiana, ma purtroppo ciò che bisognerebbe constatare meglio e capire come affrontare, è che l’opinione pubblica l’hanno sedata a gogò e alla fin della fiera rischiamo di essere incompresi e di non intervenire per svegliare i cittadini in modo un po’ piu scientifico e strategico rispetto a quanto finora fatto…

    temo che neanche se scendessero dal cielo i marziani a urlare tutta la storia per filo e per segno, si potrebbero svegliare dall’incantesimo ( esagero per rendere) …

    ciao :-)

  • E’ il mercato e il profitto quale suo principio e fine,bellezza mia,diceva mio nonno.
    Ne discende l’etica della spregiucatezza che lo caratterizza l’allergia alle regole e le nefandezze come corollario.
    Non è un caso se piccoli,medi e grandi imprenditori quando si riuniscono elargiscono applausi di consenso a tutte le cazzate a loro favore propinate dai politici.

  • Pingback: Il trucco per cambiare la Costituzione | Libertà e Giustizia

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