I “sacrifici” del Cavaliere

All’improvviso, il mondo politico sembra cambiare per Silvio Berlusconi. Lui, che ha fatto quotidiane professioni di ottimismo, ora è costretto ad annunciare misure economiche da “lacrime e sangue”, ripetendo più volte l’odiata parola “sacrifici”. Lui, che è un formidabile capopopolo, un trascinatore di folle, deve adattarsi ai compromessi e alle mediazioni se vuole condurre in porto la sospirata legge sulle intercettazioni, mettendo il bavaglio a giudici e giornalisti. E’ una tattica del comando che entra in crisi. Quella che Edmondo Berselli aveva definito la “sindrome del padrone” gli si ritorce contro. Era abituato allo slogan dell’ “uomo solo al comando” e ora legge sui giornali di diarchie e consolati, di alleati che lo condizionano, di nuovi accordi che è costretto a rincorrere. E’ uomo che sa gestire il potere di cui dispone con meccanismi perfetti. Che non perdona chi si mette sulla sua strada. Che non ammette di poter essere ostacolato da poteri più grandi del suo. Ma oggi deve muoversi tra le insidie di interessi divergenti, dare ascolto a chi pensa cose differenti. Da tempo, si avvertivano i segni di un potere in panne. Ma il Cavaliere è un “uomo fatale” e, quindi, non se n’è reso conto. Lui è convinto d’avere sempre ragione.

La gravissima crisi finanziaria ha travolto la sua idea ludica della politica. Fino all’ultimo aveva cercato di negare l’evidenza. Una forma di rifiuto quasi infantile. E oggi, invece, si impone il rigorismo di Tremonti. All’ottimismo cosmetico del Cavaliere non resta che affidarsi a un improbabile futuro. Le tappe della legge sulle intercettazioni dovevano corrispondere a un perfetto percorso di guerra. Bloccare la “magistratura politicizzata”, che non lo lascia in pace, rivelando il connubio riemerso con prepotenza tra politica e affari. Mettere il bavaglio ai giornali che non si prestano alla complicità strisciante dei maestri di cerimonie e raccontano storie di illegalità che inquietano i potenti. Ma l’esito parlamentare dell’infausto provvedimento non appare più scontato. Potrebbe addirittura accadere che la legge, una volta approvata al Senato, venga messa su un binario morto perché non più corrispondente agli interessi pieni del Cavaliere per le pur marginali modifiche introdotte. In ogni caso, è una legge che la gente non vuole. Che si scontra con una mobilitazione diffusa, capace di superare anche le appartenenze partitiche e di andare al di là dei seggi e dei numeri in Parlamento.

Per Berlusconi è una sconfitta che è destinata a lasciare il segno. Perché lui, fin dall’inizio del suo ingresso in politica, ha deciso di occupare per intero la piazza mediatica. E, per raggiungere questo risultato, ha stravolto ogni regola. Prima le sue televisioni private, poi la televisione di Stato, infine il tentativo di dominio incontrastato dell’informazione attraverso le intimidazioni. Così, la natura mollemente filogovernativa del primo telegiornale pubblico è stata progressivamente mutata. Sino a farne un manganello da usare contro chi non d’accordo con lui. La controriforma nella disciplina delle intercettazioni risponde a questa logica. Quanto deturpa  la “storia” raccontata dal Cavaliere, tutto ciò che è d’ostacolo alla sua raffinata inventiva, va cancellato. Se la realtà deve funzionare come un racconto, allora i “segreti scomodi” non devono uscire. Il premier deve mettersi al riparo. Deve proteggersi. Con ogni strumento.

In questo modo, è diventato il dominus della politica italiana, capace di volgere a suo favore anche le situazioni avverse. Ma oggi il sovrano assoluto appare sempre meno capace di autorità. La crisi finanziaria è destinata a mettere in evidenza tutti i suoi limiti. Sottoposto alla tutela di Tremonti e Bossi, punta ancora su di sé. E cerca contrappesi. Per sottrarsi alla tenaglia del “partito del Nord”, impersonato dal ministro dell’Economia e dal “senatur”, ha riaperto i canali con l’Udc di Casini. E manda addirittura segnali di pace a Fini. Tuttavia, è una scommessa molto azzardata. La politica latita e la realtà è troppo avversa per poterla imbellettare con qualche artificio verbale. Forse, stiamo già assistendo alla decomposizione di una leadership. Che minaccia, però, di lasciare un terreno di macerie.

1 commento

  • Se potessi far sentire la mia voce: non solo al cavallo.

    ARISTOCRAZIA ELETTORALE
    Sarebbe utile che ci convincessimo, noi cittadini delle democrazie, che il meccanismo elettorale con il quale si delega il candidato “Tizio” alla funzione di governante, non conferisce automaticamente le virtù che Machiavelli auspicava per il “Principe Illuminato”, le elezioni sono solo un espediente regolamentato con il quale il signor “Tizio” legittima il suo desiderio di governarci.
    Se sia più o meno all’altezza di farlo, questo è il grande enigma che nessuna democrazia ha saputo risolvere. Dopo, ognuno, sarà capace di dire: fu un buon governante, o pessimo. Questa è la realtà delle cose, ed è vero che per non concedere il potere alla solita dinastia, da secoli educata al potere, noi affidiamo gli interessi dello Stato al primo eletto che ci dia l’impressione di saperci fare. Veramente un paradosso, trattandosi di Stato e non di un concorso di beneficenza.
    Naturalmente non mi sarebbe difficile riferirmi ai grandi Maestri della politica, gli Aristotele, i Platone, i Ciceroni, i Machiavelli, i Guicciardini, i Duverger, i Sartori, i Pasquino, i Fisichella, ma non sarei in grado di poter dire la mia sotto l’occhio vigile di questi grandi interpreti del pensiero politico antico e moderno.

    Proporrei, nel frattempo, una riforma sciué sciué, di quelle che non costano un euro e impartirebbe al sistema una svolta epocale.
    Io sono un utente fedelissimo di “Radio Radicale”, dalle origini, ho seguito migliaia di dibattiti radiotrasmessi dai Radicali. La solita manfrina letta e riletta, i primi della classe che la raccontano lunga, dei perditempo da “Guinnes” dei primati.
    Le centinaia di volte che la seduta è stata sospesa per mancanza del numero legale, o la richiesta continua, insistente, asfissiante del solito Pierino (comandato) che chiede la votazione elettronica per accertare se il Senato sia in numero legale.
    Solo per la votazione elettronica, una manfrina ripetuta (c’è l’appoggio? chiede il presidente prima di concederla) centinaia di volte.
    Mi domanderei: se c’è il voto elettronico, perché non usarlo sempre? Per alzata di mano si votava nell’Agorà o nella Bulé, e non si poteva fare diversamente. Ma oggi? E’ ancora ammissibile il voto per alzata di mano?
    Veniamo al numero legale: un’altra presa per i fondelli che consente agli sfaticati di BIGIARE il Parlamento e starsene con la pancia ll’aria.
    Le sedute parlamentari sono in calendario 10, 15 giorni prima che si tengano. Se i parlamentari vogliono parteipare alla seduta, è loro interesse esserci e guardarsi le cose di persona. La seduta viene aperta dal presidente e dalla schiera di parlamentari che per dovere di ufficio devono esserci.
    La seuta è aperta. La legge va in discussione. Se non c’è nessuno che intende intervenire, il presidente mette ai voti (elettronico) la proposta di legge e chi c’è c’è, chi non c’è si frega.
    Quei Partiti interessati a che certe leggi non vengano approvate sic et simpliciter, si faranno carico di portare in Parlamento un numero congruo di deputati in grado di ostacolare o favorire la proposta di legge. La seduta del Parlamento sarebbe valida al di là del numero effettivo di partecipanti. Sarebbe interesse di ciascun deputato a non favorire certe SCAPPATOIE (oggi illegittime). Quanto costa? Nulla. E’antidemocratica? Assolutamente no.

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