450 mila bambini che lavorano. Non è l’India, è casa nostra

Quanti sanno che, nella recente occasione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile, le Commissioni per l’emersione del lavoro irregolare e per la dispersione scolastica hanno reso noto che in Italia (non in India) 450 mila bambini e minori tra i 9 e i 13 anni sono impegnati, i più quotidianamente, in attività lavorative anche usuranti? Ebbene, di questi ragazzini, il 35 per cento lavora in bar, pizzerie e altri locali di ristoro; un quarto è impiegata nel commercio; e il 40 per cento (bambine tra i 12 e i 13 anni) “guadagna” come baby sitter. Spesso i datori di lavoro sono legati ai piccoli operai da rapporti di parentela: più facile così sfuggire ai controlli e alle punizioni previste dalla legge per quanti ingaggiano i minori.

Se questo è il quadro complessivo, la punta maggiore di sfruttamento e di dispersione scolastica ha un nome e un luogo: Napoli e provincia, dove – cito i dati di una interrogazione appena presentata al ministro del Welfare dalle deputate del Pd Luisa Bossa e Teresa Bellanova – i bambini che lavorano in nero sono 40mila, +12 per cento rispetto ai dati (del 2004) raccolti da una fonte terza: la Fondazione Banco di Napoli. Si tratta di bambini sempre tra i 9 e i 13 anni, prevalentemente impegnati non solo nei bar o come baby sitter ma persino come addetti alle pulizie. La riprova del devastante danno, anche culturale e sociale, di questo sfruttamento? Ecco il dato Eurispes sull’evasione scolastica nelle scuole di Napoli (solo della città): 9.500 che non ci vanno o vanno via. Peggio nella intera regione Campania che ha istituito un’anagrafe scolastica: quasi 50 mila gli evasori accertati dell’obbligo scolastico.

Sui giornali locali la polemica è vivacissima. Denuncia il segretario della Camera del Lavoro di Napoli, Giuseppe Errico: “Moltissimi ragazzini sono utilizzati completamente fuori della legalità. Nel quartiere di Scampìa e in quell’area molti minori sono impiegati come pusher agli ordini degli spacciatori”. E Melita Cavallo, per anni giudice minorile a Napoli (adesso presiede il tribunale per i minorenni di Roma), spiega che le cause di questo fenomeno “sono complesse e trovano la ragione principale in un sistema che non riesce a tutelare le fasce più deboli. Lo Stato non sembra essere in grado di proporre un’organizzazione capace di garantire a tutti gli stessi diritti; soprattutto non punta su strumenti determinanti per lo sviluppo dei ragazzi”.

Come risponde il governo a questi disastrosi fenomeni di esclusione sociale? Non con una riforma organica della rete di protezione sociale, semmai con alcuni interventi-spot (la carta acquisti, il bonus famiglie), e soprattutto con drastici tagli alla spesa sociale. Le onn. Bossa e Bellanova li elencano minuziosamente. Da quest’anno non sono più previste risorse per i congedi parentali e per la non-autosufficienza. La riduzione dei fondi per le politiche sociali è pari a -21,8 per cento (-694 milioni l’anno scorso) e arriverà a -55,9 per cento (-1,777,5 milioni) nel 2011. Per quanto riguarda il principale di questi fondi, quello per le politiche sociali, il ridimensionamento rispetto al 2008 è pari a -17,1 per cento (-270 milioni) nel 2009, per toccare il -41,8 per cento (-661 milioni) nel 2011, cioè domani. Ancora più pesante è la riduzione delle risorse degli altri fondi che coprono importanti settori delle politiche di welfare: -26,5 per cento (-424 milioni) nel 2009, per giungere l’anno prossimo a -70 per cento (-1.116,5 milioni).

Il governo conosce questi dati? Ovvio, ha esso in mano la scure. Allora il punto è: che cosa intende fare questo governo per intervenire davvero sul fenomeno del lavoro nero minorile e dell’evasione scolastica in particolare al Sud e in specie a Napoli? Per caso ha intenzione di continuare a tagliare le risorse per gli interventi sociali (soprattutto nel Mezzogiorno) oppure intende sostenere un progetto di intervento su famiglie e aree di disagio per dotare i territori e gli enti locali di strumenti e risorse per garantire sostegno, tutela, assistenza ai nuclei familiari più deboli e alle fasce sociali più esposte? Chissà quale nuovo diversivo s’inventerà nella risposta il ministro Maurizio Sacconi… Se risponderà.

1 commento

  • Qualche decennio addietro, i ragazzini ben guidati da genitori consapevoli delle difficoltà della vita, venivano mandati a bottega, perché imparassero un mestiere che li rendesse autonomi e indipendenti il più presto possibile. Tantissime attività artigianali sono andate perdute perché un falso filantropismo minorile ha reso impossibile l’attività artigianale senza incappare nelle maglie di una legge stupida e suicida. Certo, si parla di attività artigianali e non di schiavitù.
    Gli stessi ragazzini, liberi da oneri d’apprendistato (qualsiasi apprendistato possibile) si sbizzarriscono in bande minacciose e dai cavalcavia delle autostrade si esercitano al bersaglio delle auto in movimento: ci scappa sempre il morto. O vanno in “discoteca” a intossicarsi ai fumi dell’alcol o dell’hashish o degli allucinogeni, pronti a rinforzare le già folte schiere della manovalanza criminale.
    Facciamo in modo che questi 450 mila ragazzi, imparino veramente un mestiere: per loro e per noi.
    CF

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