Eni: 7 miliardi di utile e “solo” 300 milioni di tasse

E tre. C’è un deputato particolarmente ostinato (Ludovico Vico, Pd) che per la terza volta in pochi mesi è appena tornato a porre al ministro dell’Economia la stessa domanda: com’è che l’Eni – il colosso energetico pubblico, il più potente ente industriale di cui lo stato è maggiore azionista – ha un utile ante-tasse di 7,05 miliardi di euro, ma versa all’erario italiano appena 335 milioni, una quisquilia pari a meno del 5% d’incidenza fiscale? Il ministro in questione, Giulio Tremonti, non ha mai risposto personalmente. La prima volta ha spedito nell’aula di Montecitorio il sottosegretario Nicola Cosentino (che ancor oggi è al suo posto malgrado sia indagato per concorso esterno in associazione camorrista). Risultato: dove vai? porto pesci. La seconda volta ha delegato una persona più seria e pulita, il suo viceministro Giuseppe Vegas. Anche lui però ha svicolato. La terza volta, l’altro giorno, il compito di rispondere è stato affidato a Laura Ravetto, berlusconiana doc, che di questioni fiscali non sa un acca, tant’è vero che riveste (e solo da poche settimane) il ruolo di sottosegretaria ai rapporti con il Parlamento, insomma ha la delega a leggere in aula le veline che gli passano questo o quel dicastero per leggerle (con cadenza cuneense) alla Camera o al Senato. E la risposta è stata ancora una volta: porto pesci.

In parole povere, come già avevano fatto Cosentino e Vegas, a maggior ragione la Ravetto (con l’aggravante di esser del tutto priva di cognizioni specifiche) si è ben guardata dal rispondere alla questione capitale che l’onorevole Vico aveva posto, e credo che ancora porrà: dal momento che l’Eni versa la maggior parte delle imposte non al fisco italiano ma all’estero, questo accade per necessità oggettive o per sfruttare regimi fiscali assai più favorevoli, e questo ai danni dell’erario italiano? I pesci pescati per non rispondere alla domanda chiave sono sempre e solo gli stessi: che l’Eni lavora in settanta e più paesi, che le società Eni operanti all’estero controllano a loro volta quarantotto società…e via citando dati che, con la questione fiscale, c’entrano come il cavolo a merenda. E le tante società sparse per il mondo? Qui sta il punto che spiega l’esiguità della tassazione in Italia, quasi solo una mancetta…
Ma se il silenzio sulla questione-chiave è inammissibile, ancor più grave è, in questo contesto, la vergognosa interpretazione delle norme che regolano la vita dell’Eni. L’art. 6 dello statuto del colosso energetico attribuisce al ministero dell’Economia e finanze una golden share in virtù della quale nessun azionista diverso da quel ministero può possedere a qualsiasi titolo azioni Eni che comportino una partecipazione superiore al 3%, così garantendo che il controllo della società resti, come resta, nelle mani dell’azionista di maggioranza relativa, cioè il ministero retto da Tremonti. Quindi la mano pubblica la fa, giustamente, da padrona azionaria. Da padrona? Niente affatto: anche la sottosegretaria Ravetto ha ripetuto la storiella raccontata dai suoi predecessori: “Il ministero si limita ad esercitare i diritti dell’azionista, non esercitando attività di direzione e coordinamento e non intervenendo nella gestione operativa né della capogruppo né delle controllate”. Insomma, come si comporta l’Eni non è faccenda che riguardi il suo azionista di maggioranza. E attenzione, ha ricordato Vico: l’Eni non è la Shell o la Bp, ché l’azionista maggiore è lo Stato. Quello Stato che non ha nulla da dire sui mancati introiti fiscali in danno dell’erario italiano e in definitiva dei consumatori italiani, ché il petrolio e gli altri beni prodotti dall’Eni sono prevalentemente venduti sul mercato domestico. Ma la Ravetto non ha capito (o ha finto di non capire?) la lezioncina che le si impartiva….Alla prossima volta.

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