Il prossimo capitolo è tutto da scrivere

Adesso dicono di essere diventati “un partito”. Lo dicono i finiani, per consolarsi del loro magro seguito e rivendicare il merito del primo vero dibattito nel Pdl. E lo dicono anche i berlusconiani, per superare il trauma di un Cavaliere che abbandona il sorriso di ordinanza per esibire un livido cipiglio. La verità è che in un partito normale le cose non sarebbero mai arrivate a questo punto: le scelte spinose sarebbero state discusse prima, gli spigoli sarebbero stati smussati, e un dissenso così numericamente ridotto non avrebbe mai raggiunto il punto di deflagrazione. E allora c’è da chiedersi perché tutto questo sia successo, e non è facile capirlo, specialmente dal punto di vista del presidente della Camera.
Per quel che riguarda Berlusconi, non c’è niente di nuovo: non ammette eresie, e basta. Perchè non ha cercato di riassorbire prima il dissenso finiano? Ma perché uno che non tollera gli impacci rappresentati dalle leggi e perfino dalla Costituzione non può certo perdere tempo a lisciare le penne di un politico ambizioso e ingrato, uno che si è dimenticato di essere stato sdoganato proprio dal Cavaliere e adesso vorrebbe fargli le scarpe. Quanto alle questioni sollevate da Fini, per Berlusconi si tratta di dettagli irrilevanti. Quel che contava era sottrargli le truppe. Fatto questo, la storia è finita: se il Cavaliere ha accettato lo show down è solo perché sapeva di poter schiacciare l’avversario.
Ma Fini? Anche lui conosceva tutti gli elementi del problema, e allora non si capisce perché abbia accettato la battaglia proprio nel momento e sul terreno più favorevoli all’avversario.

Certo, c’è la passione per le proprie idee e la volontà di non passare per traditore. Intenti che gli fanno onore, ma che valgono meno di zero in un conflitto di questo tipo. Forse pensava che il risultato delle regionali avrebbe indebolito il suo competitore? E’ possibile, ma allora, ammesso l’errore di valutazione, avrebbe dovuto ricalibrare la sua strategia in base alla nuova situazione.
In realtà il progetto finiano, quello di una destra moderna ed europea, ben lontana dal populismo berlusconiano, è in campo da tempo. E Fini ha sprecato molte occasioni per portarlo avanti. Per esempio: perché ha accettato di entrare nel Pdl? E’ vero che già allora molti dei suoi colonnelli lo avrebbero abbandonato, ma sarebbe rimasto titolare del marchio di An, avrebbe irrobustito l’asse con Casini, e avrebbe avuto molti più spazi di manovra di quelli che si ritrova adesso. Invece ha ceduto, e ora non si vede come possa sfuggire dall’angolo. Pensa di poter restare al suo posto conducendo un’azione di guerriglia? E’ difficile che riesca a resistere a lungo, specie con la possibilità, sempre presente, che Berlusconi imbocchi la via delle elezioni anticipate. Oppure sogna davvero un nuovo partito con Casini, Rutelli e Montezemolo? Il rischio è che si ritrovino quattro galli in un pollaio minuscolo.
A questo punto non resta che attendere le prossime mosse per capire se Fini abbia qualche improbabile asso nella manica. Naturalmente un ruolo dovrebbe averlo anche il Pd, specie nell’ipotesi tutt’altro che peregrina, che si precipiti verso le elezioni politiche anticipate.

E il Pd non si vede e non si sente. Ma questa è un’altra storia.

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