Ma il referendum non si tocca

Riforme, che ne dice il Pd? // E adesso comincia il tormentone delle riforme. Non che non siano necessarie, ma quel che si profila all’orizzonte è ben lontano da quel che servirebbe al paese. Roberto Maroni, intervistato dal Corriere della Sera, mette le carte in tavola: presidenzialismo alla francese, riduzione del numero dei parlamentari, modifica del Titolo V della Costituzione così da assegnare poche materie alla competenza dello Stato e tutto il resto alle Regioni, riforma della Giustizia, con la separazione delle carriere e l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale. Il tutto condito da due corollari: che si punti all’obiettivo dell’approvazione con la maggioranza di due terzi, così da evitare il referendum, e che la regia dell’operazione sia della Lega, anzi di Bossi e Calderoli, esplicitamente citati dal ministro dell’Interno.
Questo per sommi capi, ma ce n’è già abbastanza per rabbrividire. Vediamo: non si può citare il modello francese senza accompagnarlo con una riforma elettorale che preveda l’uninominale e il doppio turno, come appunto accade in Francia, perché questo favorisce l’indipendenza degli eletti in Parlamento e costituisce una garanzia di controllo sull’operato dell’esecutivo.

Ogni forma di presidenzialismo, e basta pensare a quello americano, prevede forti bilanciamenti e fortissime istituzioni di controllo. Altrimenti si finisce per imitare non la Francia, ma il Venezuela.
E c’è dell’altro: in una democrazia ferita come quella italiana bisogna procedere con molta cautela. Introducendo il presidenzialismo si rischia di ucciderla, perché la nostra Costituzione andrebbe riscritta tutta, e nell’attuale contesto politico non c’è nessuna garanzia che questo avverrebbe tenendo conto della volontà di tutti gli italiani. Certo non basterebbero i gazebo vagheggiati da Berlusconi per “ascoltare il popolo”. Forse ci vorrebbe un’assemblea costituente, dove gli elettori potrebbero eleggere i loro rappresentanti in base a proposte chiaramente definite.
Maroni scavalca l’obiezione dichiarando di volere la maggioranza parlamentare dei due terzi, e cioè il concorso dell’opposizione, in modo da scongiurare il rischio del referendum confermativo. Si capisce: fu proprio il referendum a bocciare la riforma targata Lega, quella che conteneva la riduzione del numero dei parlamentari (su cui tutti sono d’accordo) ma anche una “devolution” assai pericolosa. Allora gli elettori dimostrarono di essere affezionati alla Costituzione, e Maroni teme, forse con qualche ragione, che lo siano ancora.
Ma se le cose stanno così, allora c’è una prima richiesta da fare all’opposizione: che pretenda il referendum confermativo. O attraverso una norma che lo preveda qualunque sia la maggioranza parlamentare che dovesse votare la nuova Costituzione, o che non la voti, anche se avrà contribuito ad elaborarla.
In ogni caso, per ottenere il contributo del centro sinistra bisognerà costruire un clima favorevole.

E non sembra che ce ne siano le premesse. La riforma delle Giustizia appare un macigno insuperabile, e l’imminente legge sulle intercettazioni esaspererà i contrasti. Come si potrà ragionare pacatamente da una parte mentre ci si spara addosso dall’altra?
Quanto a Bossi e Calderoli registi delle riforme, questo è un problema che attiene ai rapporti interni alla maggioranza. Rapporti che oggi, dopo la vittoria elettorale, sono distesi, ma che torneranno ad inasprirsi. Perché presto Fini ricomincerà a sentirsi stretto nella morsa Berlusconi-Bossi, e perché lo stesso Bossi, pur restando saldamente agganciato al Cavaliere, cercherà di metterlo sotto tutela. Sono movimenti che bisognerà tener d’occhio, ma che adesso sono ininfluenti rispetto agli obiettivi che la maggioranza si pone. Obiettivi che il centro sinistra deve contrastare con la massima efficacia. E di cui, per il momento, non sembra in grado di percepire la pericolosità.

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