Rai, la commedia degli inganni

C’era ancora chi confidava in un sussulto di dignità, nella capacità dei consiglieri Rai di saper guardare agli interessi del servizio pubblico che amministrano. Speranze deluse. Per la maggioranza di centrodestra, la fedeltà al leader, e ai suoi interessi, è il solo criterio di valutazione. Dunque, la “commedia degli inganni” continua: in questo scorcio di campagna elettorale che ci resta, potremo seguire il dibattito solo attraverso le emittenti private (in gran parte del Cavaliere) perché la Rai continua a restare assente, ha messo il silenziatore all’informazione. Poco importa quanto si conosce con l’inchiesta di Trani, se le intercettazioni rivelano l’immorale e grave interferenza del premier per controllare e condizionare eliminando qualsiasi voce critica. Da sempre, per Berlusconi, la televisione è strumento portante della politica: esercita una funzione “evangelica” quando fa i suoi interessi, ma è “faziosa” e “criminogena” se li mette in discussione, aprendosi alla riflessione critica.

Si dirà che c’è un vizio d’origine del servizio pubblico, una debolezza congenita che lo espone alla pressione del potere politico, quale che sia il colore della maggioranza di governo. Ma oggi si respira un’aria pesante da caserma, in cui ogni spazio politico è prosciugato: un clima che mai abbiamo conosciuto, neppure nei momenti più cupi della vecchia Dc. Con un capo del governo che detiene direttamente tre reti televisione e controlla indirettamente le tre reti pubbliche, viviamo un conflitto d’interessi ripugnante.

E’ reale la minaccia che la Rai sia condannata a una condizione permanente d’inferiorità, che si trasformi definitivamente in una tv di regime.
Da questo contesto di degradazione è impossibile uscire se ci si attarda in diplomatiche furbizie. E mancheranno ancora atti coraggiosi e responsabili.

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