Caso Di Girolamo, lo strano approccio del presidente del Senato

Le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche che riguardano il senatore del Pdl, Nicola Di Girolamo, lo “schiavo” o il “portiere” della ‘ndrangheta, inseguito da un mandato di arresto nell’ambito dell’inchiesta “Broker”, appaiono sin d’ora come prove schiaccianti. (Detto tra parentesi, l’appassionato aiuto che l’ambasciatore italiano a Bruxelles, Sandro Maria Siggia, ha fornito a Di Girolamo è uno squarcio di verità che lascia trasecolati. E Siggia sta preparando la visita ufficiale in Belgio del presidente della Repubblica o si è astenuto?).
Sicuramente, non si vede come qualcuno possa, sbandierando un garantismo a tutto tondo, sostenere che vi sia una volontà persecutoria nei confronti del parlamentare eletto a Palazzo Madama nella Circoscrizione “Europa”. Eppure, c’è qualcosa che lascia alquanto perplessi nell’approccio che, questa volta, è stato scelto dal presidente del Senato, Renato Schifani, per affrontare l’imbarazzante vicenda che coinvolge un suo collega di lista (Di Girolamo è iscritto al Pdl e, in caso affermativo, dove?).
Il presidente del Senato, a cui è arrivata la richiesta di autorizzazione all’arresto da parte della magistratura, ha scritto una lettera al presidente della Giunta per le Immunità, Marco Follini, per invitarlo a riprendere il “dossier Di Girolamo” che era stato accantonato nel gennaio del 2009 in attesa di sviluppi delle indagini sulla stessa elezione del parlamentare. Schifani ha realizzato che i nuovi elementi emersi consentono di “inquadrare in una prospettiva diversa” l’intera vicenda della elezione del senatore Di Girolamo.

La Giunta, ovviamente, discuterà nelle prossime ore il da farsi e assumerà le relative deliberazioni. Tuttavia, la presa di posizione di Schifani appare molto singolare. Tra l’altro, il presidente del Senato, nel commentare in dichiarazioni alla stampa e al Tg1, la sua lettera a Follini, ha sostenuto chiaramente che per Di Girolamo la dichiarazione di decadenza dal mandato è quasi certa e, di conseguenza, ritornando il senatore allo status di cittadino non coperto da immunità parlamentare, potrà rispondere subito alla domanda dei magistrati. In altre parole: essere ammanettato e condotto in carcere.
Il presidente del Senato ha dimostrato una disinvoltura istituzionale certamente non invidiabile. Come può il senatore Schifani, da presidente dell’assemblea, sostenere che adesso ci sono elementi che inquadrano il problema in una “prospettiva diversa”? Nei confronti del senatore Di Girolamo era stato già chiesto l’arresto ma l’aula respinse i desiderata dei magistrati che possedevano, un anno fa, già elementi incontrovertibili sulle pratiche fraudolente messe in atto dal candidato Di Girolamo (la finta residenza in Belgio, ecc.) per poter partecipare alle elezioni e farsi eleggere (con il supporto della mafia calabrese). Quale sarebbe adesso la “prospettiva diversa”? Forse che il presidente del Senato si riferisce ai contenuti delle intercettazioni telefoniche? In caso affermativo, il sen. Schifani rivela di essere garantista a intermittenza. Considera le intercettazioni decisive come prove? Ha cambiato opinione su questo strumento d’indagine? In ogni caso, come può il presidente del Senato, parlando proprio da presidente, dare già per scontata la deliberazione della Giunta per le Immunità? Una cosa è il giudizio politico sulla vicenda e sui traffici del senatore Di Girolamo, altra cosa è agire nel pieno rispetto delle prerogative istituzionali.

Il primo giudizio spetta alla Giunta, poi all’aula. E un presidente che abbia ben presente il suo ruolo dovrebbe rispettare le procedure.

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