Bertolaso, giallo sulla Protezione civile spa

Bertolaso si dimette in seguito ai (pur secondari) risvolti sessuali della bufera giudiziaria che si è abbattuta sulla Protezione civile? E’ una voce ricorrente e insistente: premono per un gesto solo in parte risolutivo non solo le opposizioni ma, ora, anche settori della maggioranza, allarmata per gli effetti dello scandalo sulla campagna elettorale. Il centrodestra è comunque tanto in subbuglio che, sfruttando le equivoche espressioni usate domenica del sottosegretario Letta (“con il decreto si era solo pensato di dotare la Protezione di un ulteriore strumento…”), sia Umberto Bossi, e sia il vicepresidente dei deputati Pdl, Osvaldo Napoli, hanno preso netta distanza dal disegno di Berlusconi. Bossi ha detto chiaro e tondo che “la Protezione civile non deve diventare una SpA”. Napoli ha invocato “una pausa di riflessione per interrogarsi sulle ragioni di così tanti poteri straordinari riuniti in un solo organismo”. Insomma “fermarsi e riflettere non è la fine del mondo: l’efficienza non richiede procedure eccezionali”.
Questo subbuglio si registra a poche ore dai momenti decisivi per le sorti del decreto-legge sulla Protezione SpA. Martedì, tra mattina e pomeriggio, sono convocate ben tre riunioni della commissione Lavori pubblici della Camera che deve concludere l’esame delle norme da domani all’esame dell’assemblea di Montecitorio. (Ricordiamo che la settimana scorsa governo e maggioranza hanno imposto l’approvazione da parte del Senato di questa congerie di disposizioni scandalose con la fiducia strozza-emendamenti e ricompatta-riottosi.) Sull’esito dei lavori in commissione, e su quanto accadrà in aula, aleggia ancora grande incertezza.

Il “si era” del più stretto collaboratore di Berlusconi ha il senso di una rinuncia al decreto? O non piuttosto il preannuncio di qualche modifica delle norme peggiori come lo scudo anti-procedimenti giudiziari per chi guida la Protezione e per i commissari delle singole emergenze, il rifiuto legalizzato di pagare interessi o rivalutazioni per i debiti insoluti, le centinaia di ulteriori assunzioni, ecc.
Insomma – si chiede il vicepresidente dei deputati Pd Michele Ventura –, “che cosa voleva dire Gianni Letta? E che cosa intende davvero Bossi? Che mercoledì la Camera non discuterà più il decreto? O che esso resterà solo un guscio burocratico nel tentativo di coprire la marcia indietro del governo?”. Comunque il Pd non si fida, “e la nostra battaglia parlamentare sarà durissima” per il ritiro puro e semplice del decreto: il malaffare che emerge dalle indagini in corso “non dev’essere seppellito da norme che garantiscono l’impunità”. E la presidente del Pd, Rosi Bindi, reclama che in ogni caso il Cavaliere venga subito in aula a riferire.
Intendiamoci, questa del ritiro non è, almeno allo stato delle cose, la posizione maggioritaria nel centrodestra. Lo stesso Letta è stato in questi giorni impegnato a fondo in una serie di contatti e di riunioni per valutare le dimensioni del dissenso e, di conseguenza, l’eventualità e i termini delle modifiche – sulla cui necessità, come male minore per il centrodestra, nessuno dubita se non c’è il ritiro – da apportare al testo.

Dunque l’ipotesi che stava domenica sera maturando nel governo e nei vertici di maggioranza consisteva nella stesura di un maxi-emendamento che, correggendo, tagliando, limando il decreto licenziato dal Senato, desse una veste formalmente “più presentabile” all’operazione Protezione SpA. L’operazione avrebbe un altro e più grave scopo: considerato che il decreto scade il 28 (cioè tra meno di due settimane), e che in seguito a queste ipotizzate correzioni, esso dovrà tornare all’esame e al voto del Senato, il governo avrebbe un pretesto in più per esigere e imporre anche alla Camera l’approvazione del provvedimento a tambur battente. Ergo, con un’ennesima fiducia. I tempi? Velocissimi. Se mercoledì mattina il decreto andasse in assemblea per il dibattito generale, si imporrebbe la chiusura pressoché immediata della discussione e, quindi, fiducia sul maxi-emendamento prendendo tre piccioni con una fava: far mannaia di tutti gli emendamenti delle opposizioni, tappare la bocca al dissenso interno (la fiducia si vota per appello nominale) e accelerare l’approvazione del decreto. Tutto fatto entro giovedì.
Con una fava si prenderebbe anche un altro piccione: liberando la Camera entro questa settimana dalla Protezione, il governo può strappare la prossima settimana – con un’altra fiducia! – il via definitivo ad un altro decreto-monstre: il cosiddetto mille proroghe. Tra le perle di quest’altra vergogna: la riapertura dei termini dello scudo fiscale, la proroga delle concessioni-regalo delle spiagge demaniali, il condono (pagando mille euro!) fino a dopo le elezioni regionali dei manifesti e tabelloni elettorali, il regalo di un milione di euro al comune di Petralcina.

Perché a Petralcina? E’ la città di padre Pio.

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