Le domande di LeG

Bertolaso il delfino di Berlusconi? // Martedì, 2 febbraio: in Aula comincia la discussione sul legittimo impedimento, per sfuggire alle udienze dei processi in cui sono imputati i parlamentari, una sorta di lodo Alfano mascherato, in attesa di un Alfano-bis.
Lo scontro è duro; l’opposizione non chiede la votazione a scrutino segreto. Perché?
La risposta del pd Marco Minniti: “Sarebbe stato inutile, se non dannoso”. C’era il rischio, anzi la certezza, che un pezzo di partito votasse con la maggioranza, scrive il Corriere della Sera. “Proprio com’è accaduto al Senato sul processo breve”, ricorda il vice capogruppo del Pd a Palazzo Madama, Nicola Latorre.
Ma veramente?
RISPOSTE
Rispondo alle due domande di LeG. Intanto sul perché l’opposizione non ha chiesto la votazione a scrutinio segreto sulla legge del cosiddetto legittimo impedimento. Quando è stato possibile, e quando è stato ritenuto utile ai fini di evidenziare le divisioni nel centrodestra, l’opposizione lo ha fatto: si veda ad esempio l’esito, nella giornata del 3, della votazione a scrutinio segreto sull’emendamento dell’Udc Vietti sostenuto da Pd e Idv: appena 14 voti di scarto e una quindicina di “franchi tiratori” sulla proposta di consentire al giudice, in caso di impedimento dellì’imputato, almeno di provvedere all’assunzione della prove urgenti (incidente probatorio).

D’altra parte il voto segreto non è ad libitum: le materie su cui si può chiedere sono strettamente limitate: quando si discute di singole persone, sui diritti della famiglia, sulle modifiche del regolamento interno, sull’istituzione delle commissioni d’inchiesta, sulle leggi elettorali (art. 49 del regolamento Camera). E, di norma, il voto finale di una legge è a scrutinio palese (vedi riforma del regolamento del 1981). Se poi risponda al vero che sul processo breve, in Senato, ci siano state defezioni nell’opposizione sarebbe opportuno che LeG chiedesse lumi non agli ignari passanti ma direttamente all’on. Minniti e al sen. Latorre. Posso solo dire, come cronista parlamentare e testimone, che la presidenza del gruppo Pd del Senato ha escluso in modo ufficiale – cifre alla mano – che i tre voti mancanti sul voto della legge per il processo breve fossero di senatori democratici. Giorgio Frasca Polara

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