La memoria rende liberi

Siamo riuniti oggi – come molti altri in Italia e in Europa – per celebrare insieme il “Giorno della Memoria”, la data in cui vennero abbattuti i cancelli di Auschwitz. Quei cancelli di fronte ai quali i quattro soldati russi giunti a cavallo a mezzogiorno del 27 gennaio di sessantacinque anni fa non parlavano, non salutavano, non sorridevano: «era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, e ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio», come testimonia il numero 174.517 del lager, Primo Levi, all’inizio de La tregua; quei cancelli – racconta un altro soldato russo, allora diciannovenne, arrivato anche lui fra i primi liberatori – dietro ai quali «io ho incontrato solo spettri … La verità è che nessuno di noi soldati si era reso conto di aver varcato un confine da cui non si rientra … Pensai a qualche migliaio di morti, non alla fine dell’umanità». Quei cancelli sormontati da un motto – Il lavoro rende liberi – che, in quel luogo, suona come una oscena bestemmia. Oscenità ripetuta appena un mese fa, nella notte fra il 17 e il 18 dicembre, con la sottrazione – temporanea, grazie al tempestivo ritrovamento – di quell’insegna, per l’ignobile stupidità di chi si illude di poter cancellare la storia o pensa che la memoria “rubata” possa divenire oggetto di ricatto o di collezione nel mercato dell’orrore.Questo nostro incontro, che si rinnova in tutta Italia dal 2001, da quando è stato istituito il Giorno della Memoria, adempie all’invito contenuto nella legge 211 del 20 luglio 2000.

Ma sono sicuro che nessuno di noi è qui, oggi, per ubbidire a una prescrizione della legge, compiere un dovere formale, una celebrazione già divenuta consuetudine, che non deve immiserirsi nella ritualità.Proprio per evitare questo pericolo, sempre incombente nelle rievocazioni collettive della memoria, vorrei riflettere insieme su tre domande: perché ricordiamo? Cosa ricordiamo? Come ricordiamo?Le risposte sembrano facili, suggerite dalla stessa legge 211: celebriamo «l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz al fine di ricordare la Shoah – lo sterminio del popolo ebraico – le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati» (articolo 1 della legge); organizziamo (come oggi) «cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione e di riflessione su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico e oscuro periodo della storia del nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano più accadere» (articolo 2).Insomma – come si è detto nei lavori preparatori di questa e delle altre leggi successive dedicate alla memoria storica nazionale – abbiamo cercato di elaborare una memoria collettiva del nostro passato, soprattutto recente: memoria condivisa, per costruire e rafforzare la nostra identità nazionale; e che sia di monito rispetto al pericolo di rinnovare gli orrori ed errori di quel passato.

Perché – come sta scritto nel museo del campo di Dachau – «coloro che dimenticano il passato sono condannati a ripeterlo».Ma siamo sicuri che quella memoria rappresenti davvero un patrimonio comune e condiviso, da cui trarre una regola di vita per il presente e il futuro? Se è facile rispondere alla domanda sul perché ricordiamo, è meno facile dare sostanza al cosa e come ricordiamo. Innanzitutto dobbiamo fare i conti con le “trappole della memoria”, quelle che ci propongono – magari inconsapevolmente – una o più memorie di comodo, strumentali ad altri fini rispetto a quelli dichiarati.Quelle trappole sono numerose, dalla memoria a comando, che è la negazione del ricordo, dell’elaborazione personale; al dovere della memoria, che si adempie in modo formale e burocratico, come per l’intitolazione delle strade nelle città. Ma sono altrettanto pericolose la memoria falsa, ricostruita selettivamente, per una pacificazione artificiosa che nasconde i conflitti; quella ufficiale, priva del senso critico e dell’analisi storica; quella rancorosa, fonte di risentimenti e divisioni, anziché risorsa per concorrere a un’identità condivisa.Fra queste trappole includerei anche l’eccesso di memoria, che sottomette il presente al passato, paralizza l’azione politica e la progettualità. L’inflazione della memoria rischia di cancellare anziché esaltare il ricordo, lo sommerge nella moltiplicazione delle occasioni (formali, esteriori) di celebrazione. La memoria diventa un alibi, fa coltivare l’illusione che il ricordo del passato sia sufficiente a esorcizzare le incognite del futuro; o, peggio, che deplorare gli orrori di ieri autorizzi a negare o nascondere quelli di oggi.

Nessun paese è immune da questo rischio, che incombe soprattutto sui regimi dittatoriali, corrodendoli nel profondo: com’è avvenuto perfino per quelli che erano usciti a testa alta dal secondo conflitto mondiale, combattendone le aberrazioni dalla parte giusta.Infine, ricordare vuol dire inevitabilmente scegliere gli episodi e le date più significative per riassumere fatti complessi, sviluppatisi nel tempo: la deportazione degli ebrei di Roma (16 ottobre 1943) o di Genova (3 novembre), l’odierno anniversario dell’apertura del campo di Auschwitz (27 gennaio 1945) che celebriamo insieme a molti altri paesi europei; l’emanazione delle leggi razziali in Italia (il regio decreto 17 novembre 1938), preceduta di alcuni mesi dal censimento degli ebrei e dalla pubblicazione del Manifesto sulla razza.La memoria selettiva, tuttavia, non è mai neutrale e può mutare i riferimenti alle responsabilità: quelle dei nazisti nello sterminio, o anche quelle dei fascisti e degli italiani nelle deportazioni? Ed è forte la valenza politica di queste scelte. Per dirla con Orwell, in 1984, «Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato». È in questo senso istruttivo il percorso politico e parlamentare che ha condotto prima ad istituire il Giorno della Memoria, poi a ricordare altri fenomeni drammatici, che hanno lacerato la convivenza e causato migliaia di vittime della violenza e della criminalità: le foibe, il terrorismo, le stragi, la mafia…La lunga serie di nuove celebrazioni della memoria affianca le poche festività civili tradizionali, poste a fondamento dell’identità nazionale e repubblicana: 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno, 4 novembre.

Ma è stata la legge sulla memoria della Shoah a spalancare riflessioni e riletture a lungo accantonate. Durante la sua approvazione parlamentare, prima si contrapposero e poi si fusero due diverse prospettive, delle quali non sfuggono, con le ragioni storiche, le sottostanti motivazioni ideologiche, oltreché ideali: la Camera dei deputati guardava all’unicità dell’Olocausto e al “contributo” italiano nelle responsabilità di quell’orrore, attraverso le deportazioni di ebrei italiani; il Senato, invece, lo considerava un’occasione per restituire memoria alle vittime di tutte le persecuzioni e di tutti i totalitarismi. In tal modo, però, si sarebbero assimilati eventi e realtà radicalmente diversi, anche nella dimensione. Perciò questa prospettiva divenne lo spunto per le successive iniziative legislative e le ulteriori “giornate della memoria”.Le contrapposizioni che condizionarono in parte la legge del 2000, rendendo meno esplicito il testo finale, furono invece superate dalla legge 91 del 2003 sulla Istituzione del Museo nazionale dell’Ebraismo italiano e della Shoah (la cui denominazione e finalità sono state messe a punto da un ulteriore intervento legislativo del 2006, a compimento di una competizione, che vorrei definire virtuosa, con Roma e il suo progetto museale) con l’esplicito richiamo alle responsabilità italiane e allo stretto legame fra l’identità ebraica (con la sua bimillenaria presenza in Italia) e l’identità nazionale. E con il Museo di Ferrara, atteso per il prossimo anno nel quadro del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, voglio ricordare le iniziative simili o complementari di Roma e Milano (quest’ultima, con il Memoriale che prende il nome dal Binario 21 della Stazione centrale, dal quale partivano i treni della deportazione).Un museo della Shoah, o anche più musei capaci di coesistere senza polemiche e senza sovrapposizioni, rappresentano il momento di incontro tra la memoria e la storia, strumenti di conoscenza, ricerca e approfondimento, proprio per evitare le pericolose “trappole della memoria”.

Come molti, credo di aver intuito il significato e il bisogno della memoria, tornando nell’ottobre scorso ad Auschwitz Birkenau, dove ero stato una prima volta nel gennaio 2005, per riflettere e discutere con gli studenti di Brescia, e una seconda nel marzo del 2006, con la Corte costituzionale italiana. Mi era sembrato giusto che un Organo di garanzia, istituito dalla Costituzione italiana con il compito essenziale di tutelare i diritti e la dignità di tutti, delle persone prima ancora che dei cittadini, celebrasse mezzo secolo di attività sulla spianata del campo di sterminio, là dove la dignità e i diritti fondamentali sono stati negati alla radice.Ho constatato come il trascorrere del tempo rischi di incidere sulla realtà fisica del luogo, di scolorire i segni esterni della banalità e della tragicità del male (baracche, valigie, scarpe, occhiali, cappelli…), le tracce concrete e visibili di sei milioni di dignità personali, individualità, personalità calpestate. E ho compreso il timore di Marek Halter (scrittore ebreo francese di origine polacca) che la grande celebrazione dei 60 anni dall’apertura dal campo di Auschwitz – cui aveva partecipato nel 2005 quale testimone oculare e di superstite – costituisse la fine del ricordo, il passaggio obbligato dalla memoria alla storia. Temeva, Halter, che l’assenza e l’ormai quasi compiuta scomparsa di tutti i salvati, di tutti i giusti, potesse cancellare ogni traccia di memoria. E del resto Primo Levi lo aveva intuito: «Spaventa il pensiero di quanto potrà accadere fra una ventina d’anni, quando tutti i testimoni saranno spariti.

Allora i falsari avranno via libera, potranno affermare o negare qualsiasi cosa».I vent’anni sono trascorsi, il pericolo non è del tutto scongiurato. Ma si può evitarlo trasformando il ricordo in radice e identità, e perciò trasmettendolo alle nuove generazioni. Finché un giovane che nulla o poco sapeva dell’Olocausto, sente un pugno nello stomaco visitando i campi di sterminio o i musei della Shoah, si potrà dire che la missione è compiuta, che il ricordo (che esprime fin dall’etimologia una partecipazione del cuore – ex corde – ma inevitabilmente sfuma con il passare del tempo) si è fatto memoria, prima che storia.La storia è preziosa, ma coinvolge (solo) l’intelletto e la conoscenza, è il frutto di un’operazione intellettuale indispensabile per evitare le aberrazioni dei revisionismi e dei negazionismi, sempre ricorrenti; ma non consola e non disseta. La memoria dà un senso e un’anima alla storia, consente di ritrovarsi e condividere il cammino.Fare memoria non è solo un diritto, è anche un dovere, un atto di giustizia: perché il ricordo lo dobbiamo a molti. Lo dobbiamo a chi ha sofferto nella Shoah: ai sommersi che sono scomparsi e possono testimoniare solo più nella nostra memoria; ai salvati che ancora possono testimoniare di persona e aiutarci a costruire quella memoria. E lo dobbiamo ai giusti, che hanno rischiato o offerto la propria vita per salvare quella di uno o più ebrei.Lo dobbiamo a noi stessi. È un fatto di identità, essenziale; di consapevolezza dell’essere uomini, che talvolta possono e devono vergognarsi della comune condizione umana.

Lo dobbiamo ai nostri figli e nipoti; e a chi verrà dopo di noi, i loro figli e nipoti. È un fatto di continuità, educazione, amore. Nella speranza che, almeno loro, non debbano più vergognarsi della condizione umana.La Shoah, la catastrofe, la distruzione, è un unicum irripetibile nella sua immensità e tragicità. Ma le cause e le condizioni in cui si è creata ed è avvenuta, si ripetono e si ripropongono da sempre nella storia. E ancora oggi, come purtroppo constatiamo quotidianamente, anche se in forme diverse, talora più insinuanti e all’apparenza più “seducenti”, meno pericolose di quell’infamia che furono le leggi razziali naziste, come quelle italiane.Per questo bisogna continuare a ricordare soprattutto l’irripetibile, come fa ancora Primo Levi in Se questo è un uomo (il miglior commento che io conosca all’articolo 3 della nostra Costituzione, che proclama l’uguaglianza e la pari dignità di tutti e di ciascuno): «A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ogni straniero è nemico … Quando questo avviene, allora, al termine della catena sta il lager»; perché «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo:… può accadere e dappertutto».Ho paura che stiamo di nuovo abituandoci a quanto ancora oggi accade, illudendoci che l’irripetibile per ciò stesso non possa ripetersi. Per questo c’è bisogno della Memoria e della Casa per costruirla e custodirla insieme, La casa della pari dignità di tutti, per ricordare che i diritti umani si chiamano così perché sono universali, di tutti e di ciascuno.

Sono indivisibili, esprimono tutti insieme – diritti civili, politici, economici e sociali – la condizione umana. Devono essere effettivi, non basta proclamarli, occorre garantirli e attuarli concretamente. Le proclamazioni solenni di quei diritti sono numerose, ma le loro violazioni quotidiane – nei confronti di molti e nei confronti di pochi o di singoli – sono molto più numerose.Per questo ci siamo ritrovati a riflettere su che cosa, come e perché ricordare. Ricordare che cosa è stata la Shoah, attraverso le testimonianze degli ebrei genovesi salvati: Gilberto Salmoni (matricola 44573), Luciana Sacerdote (matricola 75192), Piero Sonnino (matricola A-26699), Dora Venezia (matricola A-8501).Ma ricordare anche come si è arrivati alla Shoah, attraverso le parole di essi e degli altri ebrei genovesi – Pupa Dello Strologo, Lilli Della Pergola, Bruno Colombo – che, in occasione del cinquantenario della Resistenza e della guerra di Liberazione, nel 1995, hanno raccontato in un libro profondamente significativo, Una gioventù offesa. Ebrei genovesi ricordano il cammino loro, delle loro famiglie, dei loro amici e della comunità ebraica genovese – analogo a quello di molte altre – nella quotidianità e nella routine verso Auschwitz. Un cammino iniziato ben prima della deportazione, dalle prime avvisaglie di un mutato atteggiamento del regime fascista rispetto a decenni di integrazione, alla campagna di propaganda del 1938 e all’avvio della effettiva discriminazione razziale in tutti i campi della vita civile, professionale e sociale (dal matrimonio alla scuola e all’università, al lavoro, al servizio militare); dall’esclusione e l’isolamento alla persecuzione e all’arresto, che segnano il capitolo genovese dell’olocausto, con l’incursione delle SS al Tempio di via Bertora, il 2 novembre 1943, e la successiva retata con la quale, in Liguria, vennero deportati oltre 260 ebrei, solo dieci dei quali sono tornati e si sono salvati.Appare allora chiaro anche il perché ricordare, con le parole di Elisa Springer, una salvata che ha trasformato la sua testimonianza in una lezione di vita per i giovani, ne Il silenzio dei vivi e L’eco del silenzio: per costruire «un mondo migliore, in cui, uomini liberi, capaci e non schiavi della propria intolleranza, abbattendo i confini del proprio egoismo avranno restituito, alla vita e a tutti gli altri uomini, il significato della parola Libertà».

Ricordare, perché la memoria rende liberi.
* Presidente emerito della Corte costituzionaleSala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, 27 gennaio 2010

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