Non intitoliamo una via a Craxi

Disapprovo chi spiega al Presidente della Repubblica quel che deve o non deve fare, o attacca morti che non possono replicare. Aborrisco lo stile col quale è partito il dibattito sulla via da intitolare a Craxi. L’intervento di Cotroneo nella rubrica “Undicietrenta” del 30 dicembre, però, attirerebbe nella mischia anche i piú tranquilli. E’ vero, D’Alema e Veltroni (anche Fassino nel libro “Per passione”) hanno sentito il bisogno di affermare che Craxi fu leader e statista. Sentono forse il dovere di una riparazione. Finché era vivo, dicevano infatti peste e corna di Craxi: non solo per quel che non mi piaceva, come la rottura dell’unità nazionale dopo la morte di Moro, la strizzata d’occhio a Mitterrand perché proteggesse i terroristi nostrani, il decreto salva-Berlusconi del 1984-85, e, alla fine, la fuga in Tunisia; ma anche per quel che mi convinceva, come il sogno di un grande partito socialista autonomo dai comunisti o il referendum sulla scala mobile. Ridurre però l’Italia agli ex comunisti, ai leghisti e a Di Pietro, sostenendo che solo a questi ultimi appare inopportuna una via intitolata a Craxi, è far torto a molti. All’inizio guardavano con ammirazione alla sua politica giornalisti di destra come Montanelli e di sinistra come Tobagi, sindacalisti cristiani come Carniti e, con loro, non pochi simpatizzanti del centrosinistra. Quanti però fecero in tempo a seguire la parabola di Craxi dal Midas al CAF, rimasero in maggioranza delusi, se non addirittura costernati, dalla piega che la politica, l’economia e l’intreccio fra politica e affari avevano preso su scala nazionale, a cominciare proprio da Milano.

Questi socialisti, democratici e liberali delusi non riescono ancora a capacitarsi che Craxi, alto rappresentante delle istituzioni repubblicane, si sia sottratto al giudizio cui era stato rinviato. Intitolargli una strada, al di là delle intenzioni, a loro suggerirebbe che bene ha fatto Craxi a fuggire ad Hammamet; che male hanno fatto Andreotti e Forlani a subire con umiltà e sofferenza il destino di ogni Italiano rinviato a giudizio; che, infine, bene fa chi oggi, al governo, preannunzia che non si dimetterà nemmeno se condannato da un tribunale. Intendiamoci, una minoranza di Italiani pensa che Craxi ieri e Berlusconi oggi siano perseguitati; e magari la Moratti, con scelta volutamente controversa, intende rappresentare questa minoranza. Ma non c’è bisogno di essere leghisti o seguaci di Di Pietro, e tanto meno barbari, per avere piú di una perplessità: basta amare la Costituzione e particolarmente il suo articolo 3, o almeno essere convinti che lo scopo di una nuova via sia di unire gli animi e non di dividerli.

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