Riforme, i nodi da sciogliere

La buona volontà è un valore importante, anche in politica. Tuttavia…. ad impossibilia nemo tenetur. Temiamo che neppure ad Anna Finocchiaro, capogruppo Pd al Senato, sarà possibile compiere il miracolo di iniziare il percorso delle riforme istituzionali in accordo con la maggioranza. Comunque dimostrare buona volontà, con lealtà, è scelta opportuna e politicamente necessaria. Nel momento in cui il Capo dello Stato esorta le forze politiche a trovare una forma minima di collaborazione per dare stabilità al sistema democratico, scosso dai problemi del premier, dalle indagini e dai processi che pesano su di lui; e non certo dalle presenze in tv, seppure talvolta inappropriate, o dalle opinioni politiche di alcuni magistrati. Il Presidente Napolitano nel suo preoccupato messaggio ha chiesto di “fermare la spirale di una crescente drammatizzazione delle tensioni tra istituzioni” e che “da tutte le parti” venga uno sforzo di “autocontrollo” nelle dichiarazioni pubbliche. Poche ore prima di questo appello, il capo del governo nella riunione del Pdl, aveva accusato settori della magistratura di aver “sovvertito” l’ordine dei poteri costituzionali, con una “deriva eversiva” intaccando la natura stessa della democrazia (dal comunicato ufficiale, e lasciamo perdere i giudici che portano alla “guerra civile”, frase smentita). Il paese sta andando “verso il baratro”, avverte Casini. In questo clima politico pesante, mercoledì 2 dicembre alle 16.30 al Senato si discutono le mozioni sulle riforme possibili: una presentata dal Pd e dall’Udc insieme (Finocchiaro, D’Alia), l’altra dal centrodestra (Pdl, Lega e Mpa).

Il documento del centrosinistra si ispira alla cosiddetta Bozza Violante (approvata con voto bipartisan in Commissione Affari costituzionali alla Camera nella scorsa legislatura) ed auspica interventi mirati e limitati di aggiornamento sul testo della Costituzione, “che permettano di affrontare nei tempi necessari le altre grandi questioni istituzionali che il paese si trova di fronte”. La mozione chiede l’impegno del governo a sostenere alcuni progetti sui quali potrebbe esistere un consenso largo: riduzione del umero dei parlamentari (da 630 deputati a 512, 500 in Italia, 12 circoscrizione estero; senatori da 315 a 250), superamento del bicameralismo paritario (cioè creazione del Senato federale, eletto dai consigli regionali). E poi – ma su questo argomento sarà quasi impossibile trovare un accordo, per ora – rafforzamento dei poteri del premier in Parlamento (termine certo per i ddl governativi importanti, possibilità di revoca dei ministri da parte del capo dell’esecutivo). Tuttavia, dare più poteri al premier, se resta in vigore questa legge elettorale (nella quale il capo della coalizione e gli oligarchi di partito, in pratica scelgono e nominano i parlamentari) sembra una strada non percorribile. Inoltre, afferma il capo gruppo Pdl al Senato, Gasparri, “per noi il punto di partenza resta l’elezione diretta dei massimi vertici istituzionali”. Il tema non è stato inserito nel testo della mozione di maggioranza, proprio per non far naufragare subito il confronto con il Pd, contrario all’ipotesi di elezione popolare del premier.

La Lega, invece, cerca di agevolare il dialogo “per non perdere l’occasione storica di cambiare il paese” (il capo gruppo dei senatori, Bricolo), pensando ovviamente alla nascita del Senato delle Regioni e alla riforma federalista, che avrebbe un forte impulso. Bricolo spera che sia possibile “superare le diffidenze tra maggioranza ed opposizione”, durante il dibattito.La strada appare in salita. Il segretario del Pd, Bersani, il vice Letta, la capogruppo Finocchiaro, il responsabile riforme del partito, Violante, pronti ad un confronto parlamentare costruttivo, hanno posto alcune barriere e paletti al dialogo, soprattutto sulle scelte della maggioranza in materia di giustizia salvapremier. “Se il Pdl vuole davvero parlare di riforme, ritiri il ddl sul processo breve. E’ un’aberrazione” dice Bersani. E ancora: “ci vuole una legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di scegliere i parlamentari”. Letta: “Per noi il ritiro del provvedimento sul processo breve è un punto ineliminabile. Non è pensabile parlare di giustizia con un ricatto sul tavolo”. Violante, tre giorni fa: “Il processo breve come formulato attualmente, è un pasticcio. Se vogliono andare avanti così, per noi non se ne parla nemmeno. Ognuno si assumerà le sue responsabilità di fronte al Paese” .Eppure proprio Violante non rinuncia alla battaglia per un “regime parlamentare razionalizzato”. Fini dice che la “Bozza Violante” si può approvare in pochi mesi. Violante: “Se c’è la volontà di modernizzare il Paese, si può fare entro la fine del prossimo anno”.

I problemi giudiziari del premier sono però il macigno che ostruisce la via delle riforme. E’ un’altra forma di conflitto di interessi. Ragionando da giurista, Violante (2 novembre, a Guido Ruotolo della “Stampa”), ricordava che “il problema italiano sta nel fatto che la politica in genere non rispetta l’etica pubblica. Restano solo le regole giuridiche e perciò aumenta a dismisura il peso della magistratura. Detto questo, è evidente che un presidente del consiglio condannato per un grave reato non può restare al suo posto in nessun Paese democratico. Nell’interesse del Paese è auspicabile che Silvio Berlusconi sia scagionato dalle accuse” (corruzione nel caso Mills). Se non si sciolgono questi nodi, come si riuscirà a fare riforme (Costituzione, giustizia) condivise?

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