Che ha in mente Gianfranco Fini?

Ma che cosa ha in mente Gianfranco Fini? Sono in molti a porsi la domanda dopo la parolaccia con cui il presidente della Camera ha apostrofato i razzisti della maggioranza. E non sanno darsi una risposta. C’è chi propende per una lettura minimalista: Fini è irritato per gli attacchi quotidiani del Giornale di Feltri e li rintuzza così. Ma l’ipotesi non è credibile. L’ex capo di An non è persona umorale: al contrario, è uno che non parla mai a caso, ha la testa fredda e ragiona sui tempi medio-lunghi.Vuole forse far cadere il governo? No, neppure questa è una spiegazione logica. La crisi lo costringerebbe a rientrare nei ranghi, sia che finisse con elezioni anticipate che, allo stato degli atti, Berlusconi vincerebbe anche senza di lui, sia che finisse con un governo di salute pubblica che dovrebbe essere presieduto da un premier di garanzia gradito innanzitutto al Cavaliere, identikit che non gli corrisponde.Vuole allora far crescere una leadership alternativa nel centro destra? Ecco, questa è un’ipotesi sensata. Non è la prima volta che Fini cerca di mettere le basi di una destra moderna, europea e non berlusconiana. Ci provò all’indomani del congresso di Fiuggi, quello che trasformò il Msi in An. Ci riprovò contrapponendosi a Tremonti fino a costringerlo alle dimissioni, due legislature fa, e in molti altri casi che non staremo qui a ricordare. Ha sempre fallito perché Berlusconi è riuscito a stroncare sul nascere le sue ambizioni. E soprattutto gli ha impedito di allevare una generazione politica che condividesse la sua visione.

Proprio qui, anzi, sta la debolezza di Fini: nel non aver mai avuto un partito in grado di comprenderlo a seguirlo e nel non essere stato capace di costruirlo.Casini ha potuto uscire dalla sfera berlusconiana senza perdere pezzi troppo rilevanti del suo partito, ma se Fini avesse fatto la stessa cosa si sarebbe ritrovato con pochi fedelissimi mentre il grosso di An si sarebbe stretto attorno al Cavaliere. Di qui le sue prudenze, le sue fughe in avanti seguite da precipitose ritirate: l’inimicizia con Bossi dimenticata, l’avversione al “partito del predellino” cancellata.Ma ora qualcosa è cambiato. Forse il presidente della Camera fiuta il declino del Cavaliere, forse vede nel movimento al centro dello schieramento politico (Casini, Rutelli, Montezemolo) una sponda preziosa. In ogni caso ha deciso di uscire allo scoperto. E bisogna riconoscergli una buona dose di coraggio visto che ha scelto, come ultimo tema di contrapposizione, quello così impopolare dell’immigrazione.Fini però cammina su un terreno minato: ha bisogno di tempo per far maturare un centro destra alternativo che, con l’aiuto di un’area centrista ancora nebulosa, si sbarazzi di Berlusconi, emargini Bossi, e offra al paese ricette moderne e adeguate alle sue necessità. E’ ovvio che il Cavaliere farà di tutto per impedirglielo, agitando l’arma finale delle elezioni anticipate. Alla quale Fini risponde stringendo il legame con Napolitano, e cioè con il detentore del potere di scioglimento delle Camere.La partita è in pieno svolgimento, e per ora le probabilità sono tutte in favore del premier.

Ma la fase è interessante, perché l’Italia avrebbe bisogno come dell’aria di una destra presentabile. Naturalmente di fronte a quella destra dovrebbe esserci una sinistra altrettanto presentabile. E Bersani ha bisogno di tempo almeno quanto Fini. Riusciranno i due a cambiar faccia alla politica italiana? Per ora possiamo solo sperare.

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