Giudici, più coraggio

Il destino del pubblico ministero? Un destino non roseo, se ciò che ha in mente il presidente del consiglio si realizzerà.Se prendo la parola in questo contesto, non è per aggiungere lacrime; ma piuttosto, se possibile, per sollecitare se non ribellione, almeno fiera resistenza.E però: l’immagine della magistratura non è mai stata nella pubblica opinione deteriorata come oggi. Determinante, lo sappiamo, è la sistematica diffamazione cui ogni giorno è esposta dai cortigiani del principe. Ma la domanda che mi preme e vi propongo è un’altra: ma noi siamo certi di aver sempre fatto il possibile per difendere il volto dei giudici? Vedete c’è una domanda e una riflessione che, nei logorroici interventi che si leggono in lista, non è mai comparsa nelle dissertazioni che intasano le è-mail. La domanda è questa: ma il lavoro dei giudici deve o no in qualche modo corrispondere al sentimento di giustizia della gente? Più ancora: ha diritto il popolo, nel cui nome si pronunciano sentenze, ad avere una sua opinione rispetto a ciò che è giusto o non giusto? Oppure il giusto e l’ingiusto è scienza riservata del giudice, che gli scende per virtù celeste nel momento stesso in cui entra in carriera? Perché si dà il caso che ho avvertito spesso una malcelata insofferenza verso le critiche, talvolta aspre, che dalla gente comune – vogliamo dire il popolo? – sono state rivolte a sentenze giudicate affatto lontane da quello che il sentire della gente si sarebbe atteso, di fronte a fatti di efferata crudeltà.

Si risponde, con un po’ di sufficienza, ma questo è spirito di vendetta, non giustizia. Ma chi ci ha costituito padroni e interpreti assoluti della giustizia giusta? Sta di fatto, che, anche grazie a questa separatezza e lontananza tra ciò che esce dalle sentenze e quel che pensa la gente, il lavoro dei giudici viene avvertito come una faccenda loro, senza nessuna rispondenza col bisogno della collettività di riconoscersi nella loro funzione. Allora: perché non prendere atto che esiste un problema di dar conto dei criteri con cui le pene vengono determinate, e di dar conto della loro effettiva esecuzione. C’è bisogno di ricordare che questa esigenza ha determinato negli Stati Uniti, che per primi sposarono il principio rieducativo, il sorgere delle federal guidelines, intese appunto e a garantire uniformità delle pene e visibilità delle stesse sia nell’applicazione che nella esecuzione? Non sarebbe bello che l’anm dicesse: i giudici sanno che il problema della uniformità e della effettività della pena è vivamente sentito; e che essi sanno di dover essere meno lontani dal bisogno di giustizia della società anche per quanto attiene alla sua domanda di sicurezza. apriamo un confronto – non con gli avvocati, che non sono interlocutori credibili in questo campo – ma con la società, attraverso le sue istituzioni rappresentative a livello regionale, e coinvolgiamo il popolo per mezzo dei suoi rappresentanti per studiare un sistema che avvicini le sentenze alla società, e che non le renda frutto incomprensibile di un corpo separato.

Seconda questione, e seconda proposta.Ma perché, dico, l’anm subisce il martellamento devastante della lunghezza dei processi, balbettando in difesa delle scuse come quelle – per carità, verissime, ma del tutto insufficienti – della carenza di risorse, senza centrare il vero nodo che determina l’impossibilità di una giustizia dai tempi ragionevoli? Perché devo farmi sentire dire da Alexander Stille che è il sistema orale che ha allungato a dismisura i processi: “prove scritte che potevano essere presentate in tribunale in pochi minuti finiscono per richiedere settimane a causa delle difficoltà logistiche di presentare i testimoni con interventi e domande da più parti. I tempi dei processi sono più che raddoppiati – errore: sono decuplicati – da quando è cambiato il codice, con effetti disastrosi che vediamo oggi”. In tutta l’Europa continentale il giudice conosce gli atti delle indagini. Non si dica che in tal modo si vulnera il sacro principio di quell’accusatorio finto, che è il processo italiano; principio come sappiamo totalmente vilipeso nell’abbreviato, ossia nel processo dei poveri. Perché il principio è salvo sol che si confermi che nella divergenza vale quel che si dice in udienza. E perché non si dice che è l’assurdo meccanismo della prescrizione – di nuovo con Stille – che favorisce l’allungamento dei processi, perché dovunque “i tempi della prescrizione si fermano nel momento del primo atto giudiziario”? Chi l’ha detto che il giudice è un deficiente impressionabile da ciò che è scritto negli atti di polizia? al punto da credere a loro anche se smentiti in udienza? Terza e ultima arringa provocazione.C’è un altro motivo di scandalo nel modo di far giustizia in Italia; forse tra le più gravi ragioni di disistima del nostro lavoro: quando un testimone, dopo aver atteso tutto il giorno, si sente dire che il processo non si fa e si rinvia di 8 mesi, un anno, questo è un insulto alla sua dignità di cittadino.

Ed è un insulto che si ripete, perché nulla garantisce che dopo 8 o 10 mesi verrà ascoltato. Fin quando si stufa, e magari arriva la condanna al pagamento alla cassa delle ammende. Come si può pretendere che il popolo abbia considerazione per i giudici? Ora io non so se questo non possa anche dipendere, in qualche misura, da una non sempre adeguata capacità organizzativa dei dirigenti. Ma so invece per certo che fu determinante, in questo disservizio, l’abolizione del pretore, che ha ispirato la scelta – oltremodo dissennata – di assegnare ciascun giudice contemporaneamente al monocratico e al collegiale. E allora è evidente che gli incastri tra i ruoli del collegio da una parte, e dei monocratici dall’altra, diventano un rebus che rende impossibile il principio cardine di ogni processo che si svolga secondo ragione, quello della concentrazione delle udienze in un continuum senza soluzioni. Perché questo balletto delle poltrone – una volta da solo una volta in tre poi ancora solo poi ancora in tre – è qualcosa che sembrerebbe opera di un burlone, non legge seria. Anche qui, abbia l’associazione il coraggio di dire: quella scelta fu sconsiderata: se è impossibile tornare indietro – e restaurare il venerato ufficio del pretore – si stabilisca almeno che ogni magistrato per un periodo di tempo predeterminato, due, tre anni, è destinato unicamente al monocratico ovvero al collegiale. E definisca, prima del passaggio alla diversa funzione, tutti i processi aperti.Qui più che colpa di leggi, è vischiosità di costume.

Non ci sono più tempi utili per recuperare quel tanto di credibilità che è essenziale perché, davvero, la giustizia sopravviva come funzione indipendente dello Stato democratico. È in atto un tentativo eversivo della Costituzione. Persa l’indipendenza dei giudici, con la Costituzione, muore lo Stato di diritto. Ai giudici oggi si chiede più coraggio di sempre. Di testimoniare la fede nella giustizia, anche a costo di ribaltare gli idoli consacrati.
* Ubaldo Nannucci, socio di LeG, già capo della Procura di Firenze

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