Brunetta, il ministro che usa la Rete solo per sè

Porta male, Internet, in questa eterna stagione del centrodestra dove si fa sempre più privata, ad ogni livello, la gestione degli interessi pubblici. Prendiamo il caso, anzi i casi, del leader ministeriale della moralizzazione. Intendo il ministro-tornello Renato Brunetta, beccato dall’Espresso mentre fa ristrutturare a proprio uso e consumo l’home page del sito ufficiale del ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione per ospitare esclusivamente le proprie, personalissime obiezioni ad una inchiesta del settimanale in cui si contestavano i dati del dicastero sulle assenze per malattia dei dipendenti pubblici. Con un altro risultato: l’oscuramento totale delle informazioni di servizio offerte (anzi, non-offerte) ai comuni mortali.
L’impiego di strumenti istituzionali a fini personali – hanno chiesto allora Paolo Nerozzi ed altri senatori del Pd al presidente del Consiglio – non prefigura un uso improprio di strumenti di comunicazione atti a fornire ai cittadini italiani servizi e informazioni prodotti dalle istituzioni, e pagate dai medesimi cittadini? E ancora: questo comportamento non è in palese violazione delle direttive istituzionali in merito all’uso degli strumenti di comunicazione istituzionali?
Altro che risposta di Berlusconi, come avevano chiesto i Democratici. Sul più recente volume della repliche scritte (Senato della Repubblica, 21 ottobre, fascicolo 55, pag. 1587) c’è addirittura l’impudente risposta dello stesso ministro Brunetta che, preso da qualche ipocrito pudore, si autodifende usando…la terza persona! “I rilievi mossi dagli interroganti si fondano su un erroneo presupposto”, spiega il ministro con alto sussiego: le contestazioni “non erano rivolte alla persona del Ministro e alla sua individuale attività politica” ma “intendevano confutare i risultati del lavoro (…) degli uffici del Dipartimento della funzione pubblica”.

Ma l’Espresso in realtà voleva “screditare l’obiettività e l’attendibilità dell’azione politica del Ministro”. E questo Brunetta non poteva tollerare: da qui la reazione, “volta alla difesa dei suddetti uffici e pubblicata quindi sul sito che istituzionalmente li rappresenta”. Quasi che un ministro (solo lui si autonomina con la M maiuscola) non fosse responsabile politico del dicastero di cui ha la responsabilità.
Un pari guaio è capitato all’Inpdap, l’istituto di previdenza per i dipendenti pubblici, un carrozzone in deficit pauroso che può però permettersi di distribuire in omaggio centinaia e centinaia di costosi borsoni a chi partecipa alle sue iniziative pubbliche. Ebbene, un anonimo “comitato promotore”, che fa comunque capo alla segreteria del presidente, l’avvocato Paolo Crescimbeni, aveva inviato ai dirigenti dell’istituto l’invito ad un cocktail a sostegno del Pdl per il 28 maggio scorso, giusto – guarda un po’ – alla vigilia delle elezioni europee, e con la partecipazione straordinaria del medesimo Crescimbeni. Com’è stato diffuso l’invito? Se attraverso gli apparati informatici dell’Inpdap, questo è avvenuto malgrado che il Dipartimento della funzione pubblica avesse appena raccomandato di usare Internet e la casella di posta elettronica istituzionale solo per ragioni istituzionali.
Disposizioni violate, dunque? E da chi personalmente? E quali provvedimenti, ora? Sono gl’interrogativi rivolti al governo dal senatore Dosaggio (Pd).

Per paradosso – ma stavolta anche per dovere istituzionale – la risposta è toccata ancora una volta al solito Brunetta: la si può leggere qualche pagina prima di quella di cui abbiamo appena riferito. E Brunetta difende “un funzionario dell’ufficio del Presidente” che, sì ha spedito l’invito elettorale, ma ha usato “una casella personale” e non quella “istituzionale della presidenza Inpdap”. E poi – ma solo quando la storiella si è risaputa in giro – il presidente Crescimbeni si è affrettato a smentire la propria partecipazione “all’evento in oggetto e a qualsiasi altra manifestazione politica”. Non solo, ma costui ha “stigmatizzato il comportamento scorretto del dipendente (…) che è stato richiamato” e solo minacciato “di ulteriori sanzioni disciplinari”. Anche qui: sostiene Brunetta che non ci sia nulla che coinvolga la presidenza dell’Inpdap. Si sarebbe trattato solo dell’atto di cortesia (lecchina) di un sottoposto del presidente che ha agito di propria iniziativa. Insomma. il presidente non sapeva. Punto e basta. Brunetta può continuare nella sua azione moralizzatrice. Con i risultati che ognun vede.

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