Bersani, ora la prova dell’unità

Un commento a botta calda del risultato della primarie impone di partire (e di arrivare, aspettando le novità) da tre punti fermi. Il primo, e più rilevante: la notevole, starei per dire enorme, partecipazione al voto: tre milioni di cittadini disciplinatamente in fila per dire la loro, per contare, per – ecco svanito un evidente timore di molti – confermare ampiamente e non per smentire il voto degli iscritti. Certo, il regolamento di queste primarie aveva aspetti singolari: gravava sul voto di ieri il rischio che “l’uomo qualunque” smentisse “il militante”. Che le primarie abbiamo liquidato questo rischio rafforza con tutta evidenza il vincitore che ora è forte di un consenso popolare rilevante. (Rilevante ma non omogeneo: un’analisi più attenta del voto confermerà la diffusa sensazione che a votare siano stati soprattutto i non giovani: il distacco dalla politica delle giovani generazioni è sempre più inquietante).
Stupisce la prima reazione dell’avversario. Non vorremmo che, nel centrodestra, prevalessero le sciocchezze di Fabrizio Cicchitto che pure è il presidente del gruppo Pdl della Camera. Costui definisce le primarie “un esercizio anomalo, non chiaro” e, peggio, sostiene che esse sarebbero “espressione di un partito allo sbando”. Alla faccia dello sbando! Parla proprio un Cicchitto alle prese coi casini di una maggioranza così spaccata da regalare ad un sottosegretario un’icastica definizione: “Questo governo è un monocolore leghista”.

Basta, andiamo avanti con le cose serie.
Il secondo dato che balza agli occhi è che l’apprezzamento-conferma per Pier Luigi Bersani segna un drastico taglio con un recente, travagliato passato del Pd. Il neosegretario dei Democratici vuole un partito radicato sul territorio, un partito in cui conta la militanza, il lavoro di base, la discussione nelle sezioni (che un grottesco nuovismo volle trasformare in circoli). Ebbene, questo significa l’addio al partito liquido o leggero di recente memoria. Ancora, Bersani prospetta la costruzione di un sistema chiaro di alleanze: altro addio, stavolta alla suggestione maggioritaria e alle (sottaciute) ambizioni bipartitiche, per lavorare piuttosto alla (ri)costruzione di un tessuto forte nella società, nei poteri locali, nella sempre più composita e frastagliata realtà del Paese.
Il terzo punto fermo è rappresentato dallo stesso Bersani. Se c’è un dirigente politico la cui esperienza è maturata in larghissima misura sul territorio, questo è lui, integerrimo amministratore di una regione-chiave come l’Emilia, ministro coraggioso che – forte proprio dell’esperienza tra la gente – ha puntato proprio su quelle liberalizzazioni che il successivo governo Berlusconi si è affrettato a cancellare o a restringere fortemente. Il punto ora è di metterlo ancora una volta alla prova. Aspettiamo le dichiarazioni programmatiche. Ma chiediamoci (e chiediamogli) subito che farà di questo Pd un po’ evanescente ma che pure gode di una larghissima fiducia (o di una fortissima speranza)? Come penserà di condurre la difficile partita delle alleanze per le elezioni regionali di marzo? Come fronteggerà il problema di gruppi parlamentari (quello della Camera in particolare) nei quali le suggestioni anarchiche prevalgono su tutto il resto? Come recupererà un rapporto più intenso con le giovani generazioni?
Conforta sapere che, già prima del voto ed ancor più dopo, la parola d’ordine dei tre candidati sia quella dell’unità.

Bisognerà vederla alla prova, questa unità, sperimentarla senza forzature di alcun genere, senza strumentalismi, su basi programmatiche realistiche e non ondivaghe. Non è il caso, ancora, di cantar vittoria. Ma le speranze di un rinnovamento e di una rinascita ci son tutte.

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