Cittadini, persone e Democrazia

Alla luce dei molteplici conflitti e crisi interne che attualmente si registrano ad ogni latitudine del pianeta, c’è davvero da domandarsi: la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata nel 1948, passerebbe oggi così com’è all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite? Passerebbe indenne attraverso le forche caudine di molti Stati membri “sovranisti”, per usare un brutto ma efficace neologismo? O ne passerebbe una versione molto edulcorata?
Perché la celeberrima prima frase del suo primo articolo – “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” – un’affermazione così semplice, lapidaria, senza ambiguità, univoca, limpida, è stata in tutti questi decenni – e continua ad essere – ignorata, osteggiata, perfino derisa e calpestata?
Pongo queste domande per sottolineare come i diritti umani individuali sono da sempre una lenta e ardua conquista, né possono essere considerati acquisiti per sempre, tutt’altro…
La Dichiarazione Universale – lo avrà spiegato meglio di me il Professor Marcello Flores – discende direttamente da altre pietre miliari come la Magna Charta (1215), il Bill of Rights (1689), la Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen (1789), tutti passaggi fondamentali che hanno contribuito alla progressiva erosione del potere assoluto e, viceversa, ad una graduale affermazione della legge, del diritto e delle garanzie individuali. Ma l’importanza della Dichiarazione Universale sta nel fatto che si tratta del primo documento – certo non vincolante di per sé, come sappiamo – in cui un insieme di garanzie e di diritti vengono riconosciuti non ad un gruppo specifico, una razza, un’etnia, una nazione od altro, ma all’essere umano in quanto tale, al di là del colore della sua pelle, del suo credo religioso, della sua affiliazione politica e, dovremmo aggiungere noi oggi, del suo orientamento sessuale.
In questi sessantuno anni sono stati fatti molti passi avanti, ma soprattutto sulla carta.

La Dichiarazione Universale, oltre ad aver ispirato le Costituzioni di molti paesi, nonché la Carta Europea dei Diritti, a dire il vero ancora data per dispersa nelle more della ratifica del Trattato di Lisbona, ha dato successivamente vita a due distinti strumenti giuridici vincolanti, il Patto sui diritti politici e quello sui diritti economici e sociali del 1966; poi la gamma dei diritti umani e della loro tutela è andata arricchendosi della protezione giurisdizionale prevista dagli strumenti di giustizia penale internazionale istituiti per le vittime di crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità; e il diritto/dovere di ingerenza per poter intervenire a difesa e a salvezza delle popolazioni minacciate da sterminio per fame, è diventato, attraverso gli anni e le crisi, il principio della “responsabilità di proteggere”…eccetera
Insomma, delle “ragionevoli speranze”, come le chiama lo storico delle idee Paolo Rossi, esistono e vanno nutrite. Tra queste c’è, innegabilmente, l’espansione della democrazia nel mondo, come ci spiega da anni Anthony Giddens: fra la metà degli Anni 70 e il 2005, il numero degli Stati democratici nel mondo è triplicato.
E molti paesi in questi anni, grazie anche alla globalizzazione, sono emersi dal sottosviluppo consentendo a centinaia di milioni di persone di uscire dalla povertà e dotarsi di una qualità della vita più dignitosa. Contestualmente, alcune società di questi paesi si sono gradualmente aperte, secondo i parametri di società aperta cara a Karl Popper, dando maggiore spazio ai diritti umani e civili, allo stato di diritto, ad istituzioni democratiche.

Penso ad alcuni grandi paesi dell’Asia ma anche al mondo arabo, dal Marocco che ha una legge sul diritto di famiglia molto avanzato, al Golfo Persico dove le donne imprenditrici svolgono un ruolo di primo piano nelle economie nazionali e dove recentemente, in Kuwait per la precisione, sono state elette le prime 4 donne in Parlamento.
Non tutto è immobile neppure nel grande continente africano. Due terzi degli Stati africani sono retti oggi da cariche elettive a durata costituzionale e 14 Capi di Stato hanno dovuto abbandonare, negli ultimi anni, le loro cariche dietro pressioni interne e internazionali. Ed il nuovo Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani è un’africana e donna per giunta (la sudafricana Navy Pillay). Tutti elementi di riflessione che dovrebbero aiutarci ad avere un’altra chiave di lettura circa una realtà africana dove le cose si muovono, anche se con tempi troppo lenti e perennemente a rischio.
Tutto bene quindi? No, perché questi risultati sono stati spesso ottenuti in seguito a colpi di stato, guerre, genocidi, pulizie etniche. E, per uno strano fenomeno che andrebbe analizzato, c’è da registrare, tanto per rimanere in Africa, un preoccupante riflusso democratico nell’Africa francofona – dalla Guinea Conakry al Madagascar, dalla Mauritania al Gabon – come pure l’Africa non appare beneficiare in alcun modo dell’avvento di Obama a Washington; anzi, l’unico che sembra trarne qualche beneficio per ora è solamente Omar Al-Bashir, il dittatore sudanese…
Insomma, il pendolo in questi decenni ha oscillato continuamente fra chi intendeva far valere la Dichiarazione come principio informatore dell’Onu nel suo complesso e chi si barricava dietro i dogmi della “non ingerenza” e della sovranità assoluta degli Stati, ancorché membri di una comunità internazionale fondata su certi principi di base condivisi.

Per rafforzare questi principi di base, nel 2000 il Presidente Clinton ha lanciato all’Onu l’idea della Community of Democracies, un’idea che purtroppo è rimasta più sulla carta che nella pratica, certamente non aiutata in questo dalla piega che il terrorismo internazionale ha impresso dal 2001 in poi inducendo gli Stati Uniti (e la Gran Bretagna) ad introdurre leggi emergenziali che hanno limitato, e violato, diritti individuali da tempo sanciti, e non mi riferisco solo ai casi più eclatanti di Guantanamo e Abu Ghraib.
Ma pensare continuamente a nuovi strumenti è essenziale, soprattutto in un’ottica di rafforzamento dei rapporti tra le società, non solo tra governi.
Purtroppo, c’è ancora chi continua a rifiutare la cultura dei diritti umani in nome del “relativismo culturale”, mentre il carattere indivisibile e universale dei diritti umani è contrario ad ogni relativismo che vuole – in nome di culture, religioni o tradizioni differenti – che per i cinesi pena di morte e laogai vadano bene, per le somale le mutilazioni genitali, per le afghane l’imposizione delle mura domestiche, del burqa e dei matrimoni imposti, per i pakistani il delitto d’onore che non solo rimane impunito ma che incoraggia la pratica di sfigurare le donne con l’acido…ecc…
Quindi: non difesa di una razza o di una etnia ma dignità, diritti e libertà alle singole persone. Questo è il filo conduttore che ci deve animare…battaglie ripeto i cui valori sono davvero universali e vanno al di là dell’appartenenza o del calcolo politico.
E qui possiamo cominciare a guardarci allo specchio.

Parliamoci chiaro, in Italia i segnali non sono incoraggianti: potrei parlare di libertà di stampa, di malagiustizia, della legge anti-omofobia appena bloccata dal Parlamento, o dell’illegalità diffusa che oramai pervade un po’ ovunque ma mi concentrerò su di una questione che considero paradigmatica dei nostri giorni, quella dell’immigrazione e in particolare le nuove disposizioni che hanno l’obiettivo dichiarato di affrontare la questione dell’immigrazione semplicemente trasformandola in questione di ordine pubblico con l’introduzione, ad adiuvandum, del reato di clandestinità che sanziona uno status, quello di immigrato, e non un comportamento individuale, andando quindi contro lo spirito, se non la lettera, della Dichiarazione Universale, per non dire della nostra Costituzione.
In Italia, quello che serve in verità, e che è del tutto mancato, è un discorso serio su come, nell’era della globalizzazione, vogliamo affrontare la sfida moderna dell’integrazione; e su quali basi nuove costruire oggi il nostro modello di società e di convivenza civile.
In altre parole, l’immigrazione come banco di prova: posto che lo stato-nazione difficilmente riesce a garantire non dico “tutti” i diritti contemporaneamente ma neppure quelli fondamentali alla base della Dichiarazione Universale, siamo capaci qui da noi di garantire uguali diritti agli immigrati? Come il diritto all’istruzione per i loro figli? Il diritto alla salute? Aiutano le chiusure xenofobe e alcuni atteggiamenti paternalistici? O, piuttosto, aiutano solo a trasformare il disagio verso i stranieri in intolleranza e violenza? In Italia, va detto, ci sono alcune derive razziste di troppo.

Come ha scritto uno dei maggiori storici sui nazionalismi e sui totalitarismi, George Mosse, nel mondo contemporaneo il razzismo tende a diventare il punto di vista della maggioranza, favorendo l’omologazione, il conformismo di massa…
In fondo, cosa è stata finora la “nostra” risposta? Un misto di ronde (quelle di cui qualche tempo fa il Ministro degli Interni della Repubblica italiana Maroni era il Capo carismatico…), di limitazione alla possibilità d’accesso all’edilizia pubblica (ma poi si abbattono le baracche…), l’aumento della tassa di cittadinanza a 200 euro, a 500 euro il costo della richiesta di permesso di soggiorno, documento che diventa indispensabile per potersi sposare, frequentare la scuola, registrare le nascite…Il tutto intriso da una filosofia di fondo che è arrivata a prevedere le impronte digitali ai bambini Rom, la delazione e le classi differenziate per bambini stranieri; e poi, assieme a una lunga teoria di nuovi divieti e nuovi reati, ecco infine il prolungamento dei tempi di permanenza nei cosiddetti Centri di identificazione che Berlusconi ha paragonato ai lager …il tutto alla faccia del principio costituzionale di eguaglianza…
Insomma, dalle leggi proposte da questo governo, e approvate dalla maggioranza, c’è l’idea di fare “terra bruciata” attorno agli immigrati – anche coloro che cercano di mettersi in regola. Così si rischia di attentare a diritti fondamentali della persona e in ogni caso l’unico effetto pratico di queste misure sarà far “scomparire” ancor più le persone nella clandestinità, in una sorta di “ottica del limbo”.

Questo è da un punto di vista innanzitutto geopolitico, strategico, direi storico, un gravissimo errore. Come si può far finta di non sapere – ce lo ha ricordato due settimane fa la FAO e il PAM – che ci sono oltre un miliardo di persone che rischiano di morire per fame nel mondo e che la crisi economica ha colpito dove prima c’erano mercati in crescita, rimettendo in circolo nuove masse in cerca di lavoro? E’ velleitario, oltre che superficiale, pensare che l’ondata migratoria si fermerà in Italia solo perché è stato introdotto il reato di clandestinità. Proprio perché di natura epocale, non possiamo pensare di arginare o deviare i flussi migratori ma, da un governo che opera in uno stato di diritto, gestirli e governarli sì, questo dobbiamo pretenderlo.
Ed è singolare tutto ciò perché la condizione di migrante noi italiani la conosciamo bene, lo ricordava ieri il Presidente Napolitano. Solo qualche settimana fa RAIUNO ha mandato in onda un documentario dal titolo “La valigia con lo spago”, un titolo evocativo di un passato che ci ha visto protagonisti, assieme agli irlandesi, i polacchi, i portoghesi…Ma oggi non si arriva neppure con una valigia, si arriva senza nulla, a mani vuote: decine di migliaia di ombre che scivolano lungo le nostre coste e le nostre montagne per sfuggire dalla miseria.
Per questo credo che si ponga con forza la questione della cittadinanza, parola che associo alla garanzia di diritti e doveri uguali per tutti. Per gli immigrati la cittadinanza dà un’idea di scelta, di appartenenza volontaristica ad una comunità.

Alla fine quello che conta è questo: a quale comunità ti senti di appartenere, a quale comunità vuoi dare il tuo contributo…E ci sono migliaia di immigrati che hanno scelto l’Italia come loro comunità; non sono italiani né per diritto di suolo, né di sangue, ma per diritto di adozione. Per questi, l’Italia deve diventare la possibilità di farsi una vita e di contribuire alla crescita di quella collettività all’interno della quale hanno deciso di fare una famiglia, di pagare le tasse, di vivere; l’Italia deve diventare, da una terra promessa, una promessa mantenuta.
Per chiudere, torno alla Dichiarazione Universale: ci sono tra i c.d. “nuovi diritti” alcuni che andrebbero presi in considerazione in una ideale rivisitazione della Dichiarazione medesima? Per esempio il diritto alla privacy, il diritto alle differenze di orientamento sessuale, che si presume possa tradursi da noi nel riconoscimento dei diritti civili in materia di unioni ecc, i diritti del paziente, il diritto di ogni persona a vivere con dignità a cui, aggiungo io, il diritto anche di morire con dignità?
Per questo Benedetto XVI mi fa riflettere quando afferma che i diritti dell’uomo sono “fondati in Dio creatore” e “se si prescinde da questa solida base etica, rimangono fragili perché privi di solido fondamento”, come pure il suo Segretario di Stato Bertone quando aggiunge che occorre evitare “di far dilagare arbitrariamente nuovi diritti non meglio precisati che introducono una visione unicamente individualistica”.

Nessuno disconosce alla Chiesa il suo ruolo caritatevole in soccorso dei più poveri ed indigenti, dai senzatetto ai detenuti in carcere, ma la Santa Sede deve interrogarsi sul fatto che – per esempio sulla questione della depenalizzazione del reato di omosessualità – una realtà che la Chiesa conosce bene – non è in corso una discussione morale, ma si sta cercando di agire affinché le persone omosessuali non siano vittime di persecuzioni esattamente come lo sono – e quasi sempre negli stessi paesi – i cristiani per via della loro fede. Ed è sempre il fatto di non distinguere tra reato e peccato che spinge la Chiesa a non sottoscrivere ora la Carta dei diritti dei disabili all’Onu.
La solidarietà, la carità è una cosa; la difesa dei diritti individuali, che da ultimo discende dal Secolo dei Lumi e non da altro, è un’altra: non si faccia confusione su questo, a sessantuno anni dalla Dichiarazione Universale. Dichiarazione in cui dobbiamo credere e che dobbiamo tenerci stretta, amare, difendere e sostenere nel suo carattere storico e universale.
* Membro del consiglio di Presidenza LeG, consigliere del vice presidente del Senato Emma Bonino

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