Se anche l’inno in Italia è precarioMameli mai scelto sulla Carta

Bossi ha paradossalmente il coltello dalla parte del manico quando pretende di disconoscere il nostro inno nazionale e di sostituire Fratelli d’Italia con Va pensiero. Perché l’inno scritto da Goffredo Mameli e musicato dal sempre misconosciuto Michele Novaro non solo non è mai stato costituzionalizzato (a differenza, per esempio, della Marsigliese che giustamente fa testo nella Costituzione francese), ma dal 1946 è sempre e solo un testo “provvisorio”: termine adoperato in un comunicato del Consiglio dei ministri del 12 ottobre di quell’anno!
Un po’ di storia, allora. Mameli lo scrisse poco più che ventenne, ai tempi della Repubblica romana nel 1849, nel fuoco delle vicende risorgimentali. Da subito Garibaldi lo ritenne il vero inno nazionale. E così lo aveva considerato, già nel 1862, proprio Giuseppe Verdi (vedi caso proprio l’autore del “Nabucco” da cui è tratto il sommesso ed elegiaco coro degli esuli ebrei) che ne aveva voluto inserire non solo le note ma anche le più struggenti parole in quell’”Inno delle Nazioni” (accanto al God Save the King, alla Marsigliese e – vivaddio!- all’Internazionale) che destò scandalo soprattutto in Francia dove Napoleone III aveva preteso di sostituire il celebre inno per tentare di liquidare la memoria storica della Rivoluzione. Di più, lo stesso maresciallo Radetzky aveva attribuito beffardamente il valore di inno nazionale a Fratelli d’Italia quando volle che le note di Novaro scandissero – per rendere più cocente agl’italiani la sconfitta – l’ingresso delle truppe austriache a Novara.Fatto è che, tuttavia, che con l’Unità d’Italia casa Savoia impose come inno ufficiale la Marcia reale, una cosuccia da operetta sulla quale si esercitarono per decenni le ironie generali.

Per soprammercato, durante il ventennio fascista, l’Italia ebbe il singolare e un po’ fosco primato di essere il solo paese al mondo con due inni ufficiali suonati di rigore l’uno dopo l’altro: dopo la marcetta sabauda quell’arrogante Giovinezza che Arturo Toscanini si rifiutò di dirigere nel 1931 a Bologna subendo l’onta di un pestaggio da parte di un pugno di squadristi.
Chiusa la parentesi, veniamo ai giorni nostri. Cioè quando, liquidati fascismo e monarchia, l’Italia si ritrovò senza inno ufficiale della Repubblica. Allora il governo (secondo ministero De Gasperi: tra i ministri c’erano anche e ancora comunisti, socialisti e azionisti) si cavò d’impiccio con una classica soluzione all’italiana. L’occasione fu data dal 4 novembre del ‘46, data prevista per il nuovo giuramento, stavolta alla Repubblica, di truppa, graduati e ufficiali. Fu il ministro repubblicano della guerra, Cipriano Facchinetti (aventiniano poi costretto all’esilio per vent’anni) a prendere il toro per le corna e a porre in termini ultimativi la questione giuramento-inno nella seduta del Consiglio dei ministri del 12 ottobre. Il verbale di quella seduta di governo dedica al duplice problema due righe esatte: “Il ministro Facchinetti propone che il giuramento sia effettuato il 4 novembnre. Proposta approvata. Quale inno (per quella prima occasione ufficiale, ndr) si adotterà l’Inno di Mameli. Proposta approvata”. Poi una chiosa: “Si proporrà schema di decreto con il quale si stabilisca che provvisoriamente l’Inno di Mameli sarà considerato inno nazionale”.

Se vi fu dibattito il verbale ne tace. Né d’altra parte vi si trova traccia di obiezioni. Così, insomma, restò stabilito.
Ma il bello viene ora. Mentre per la formula del giuramento il governo ritenne necessario che fosse “sottoposta all’Assemblea costituente”, cioè che essa fosse da essa approvata, come accadde. E mentre la stessa procedura legislativa siglò la scelta dello stessa della Repubblica, per l’inno nazionale non fu adottata alcuna analoga procedura. Anzi, non fu mai steso e men che mai emanato quel decreto con forza di legge che doveva trasformare la scelta dell’inno di Mameli da “provvisoria” in definitiva. Al punto che il 31 luglio ’47 (quasi un anno dopo quella seduta del Consiglio) il segretariato generale della Difesa fece sapere a tutti i comandi che “gli onori dei reparti sotto le armi, quando dalle norme in vigore è previsto il suono dell’inno nazionale, essi saranno resi sostituendo all’ex inno reale l’Inno di Mameli (….) in attesa della scelta e del riconoscimento formale di un nuovo inno nazionale”. Atto formale che non c’è più stato. E se è sempre vero dunque che in Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio, ma com’è che nessuno si sveglia, tra i poco men che mille tra deputati e senatori, per una minuscola aggiunta all’articolo 12 della Costituzione? Quella norma dice – sino ad ora – che “La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”.

Basterebbe aggiungere: “L’inno della Repubblica è Fratelli d’Italia”. Forza, qualcuno non solo presenti la proposta ma la faccia approvare dal Parlamento. E così si liquida almeno questa grossolana stupidaggine del Senatùr.

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