Un paese in difficoltà

Tra i molti problemi che ormai da anni affannano i cittadini italiani, mi sembra che quello del lavoro abbia preso di gran lungo il sopravvento, sia perché numerose famiglie non riescono a mantenersi nella fatidica 4° settimana, sia perché molte persone – a causa della nota crisi economica – perdono il loro posto di lavoro e, spesso, non hanno neppure una minima protezione sociale. Nonostante l’assoluta necessità di urgenti interventi, le forze politiche italiane (destra o sinistra che siano) stentano a muoversi con proposte risolutive e chi, in questo campo, ha provato a percorrere strade innovative, o ci ha rimesso la vita (D’Antona e Biagi), o vive sotto scorta (Ichino).
C’è qualcosa, insomma, che impedisce al Paese di portare a soluzione un problema che non si risolve sicuramente assaltando lo statuto dei lavoratori (art. 18), ma che non può nemmeno reggersi sulle contraddizioni tra la salvaguardia di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato da un lato e l’insicurezza di un contratto a termine dall’altro.
Vorrei, pertanto, cercare di capire perchè nascono le difficoltà delle famiglie italiane nella 4° settimana, come possono essere riformati i contratti di lavoro e dove il Paese potrebbe trovare le risorse economiche necessarie a risolvere i crescenti disagi.
La quarta settimana Approfondite indagini statistiche ci hanno informato che negli ultimi 9 anni (1999-2008) la quota di produttività ridistribuita al lavoro è stata del 60%, mentre se limitiamo l’osservazione agli ultimi 3 anni dello stesso periodo si registra un calo verticale dal 60 al 45%.

Una parziale spiegazione di questo minore apprezzamento della forza lavoro, potremmo imputarla al progresso tecnologico che ha determinato nelle aziende il ricambio di macchinari, la rivisitazione di varie tecniche produttive e un’approfondita riorganizzazione del personale: ma gli utili aziendali non sono aumentati solo grazie alla migliore gestione delle imprese stesse (meno costi e più globalizzazione, con acquisto di materie prime in dollari e vendita di prodotti in euro), ma anche per gli interventi governativi di diverse bandiere come, ad esempio, la manovra Ires e Irap del governo Prodi che – già nel 2007 – aveva ridotto la pressione fiscale specifica di 2,3 punti (dal 31% al 28,7%), mentre il calo complessivo del provvedimento, a regime nel 2008, è stato – sempre e solo per le aziende – di circa 5 punti.
Analogamente, se al posto della produttività prendiamo come riferimento il fatidico Prodotto interno lordo e ci paragoniamo anche ad altri paesi europei, vediamo che il costo del lavoro raggiunge oggi – da noi – solo il 40% del Pil, mentre in Spagna, Francia, Germania e Regno Unito oscilla tra il 46 e il 55%: questo dato porta a pensare che l’industria degli altri Paesi – che pure ha analogamente usufruito di quel progresso tecnologico più sopra ricordato – ridistribuisce gli utili in maniera più equilibrata tra azionisti (soci) e lavoro, offrendo così alla propria popolazione maggiori possibilità di risposta a quegli aumenti dei prezzi che – ancora una volta – solo in Italia raggiungono livelli impressionanti, strozzando le fasce più deboli di una cittadinanza mai difesa dalle forze politiche succedutesi alla guida del Paese dopo l’introduzione dell’euro.

Insomma, mi sembra che in Italia siamo ormai in balia di un capitalismo che da “democratico” – e quindi con un’accentuata funzione redistributiva come era avvenuto negli anni della ricostruzione, del boom e dello sviluppo (1950 // 1970) – sia ormai diventato puramente “finanziario” e la conseguenza di questa sua finanziarizzazione è che le imprese si sviluppano perseguendo la teoria dello shareholder’s value (massimizzazione del valore per l’azionista), per cui qualcuno si arricchisce sempre più, mentre il Paese – con i cittadini strozzati nei loro redditi – forzatamente declina.
Del resto i dividendi distribuiti dalle aziende ai soci (nel 2007 hanno raggiunto la cifra record di 20,5 miliardi di euro) sono tassati, per lo più, al 12,50%, mentre i lavoratori dipendenti e i pensionati, sulle loro entrate già erose dal carovita, pagano un’aliquota fiscale minima del 23%: e così, nei paesi UE, l’Italia ha la tassazione maggiore sui redditi da lavoro e questa tassazione per le persone fisiche è – contrariamente a quanto abbiamo già riscontrato nel settore aziendale – sempre e comunque crescente.
Il declino economico del Paese ha, dunque, delle origini ben precise e del tutto accettate dalla gestione della cosa pubblica italiana che prevede, per l’appunto, l’assoluto giacere della politica alle pressioni delle lobby: ogni tentata riforma, infatti, si imbatte regolarmente in una corporazione (confindustria, banche, assicurazioni, farmacisti, tassisti, ordini professionali, etc.) che imprigiona sul nascere qualsiasi tentativo di modifica e annacqua tutti i tentativi di modernità.

Da questo punto di vista le forze politiche – precedentemente giudicate equivalenti nei comportamenti – si sono nettamente distinte, perché a fronte di provvedimenti sicuramente “liberali” attuati dal centrosinistra (lenzuolate Bersani), il centrodestra ha reagito restaurando i privilegi, riaffermando una gestione oligopolistica dell’economia del Paese (controllo dei consigli di amministrazione di Mediobanca, Rcs, Generali, Telecom, etc.) e affossando sia la class action e la sua retroattività (es. Cirio e Parmalat), che le norme per la scalabilità delle aziende i cui azionisti di maggioranza non dovranno così più temere di essere improvvisamente scalzati dall’intervento di nuovi e agguerriti investitori (rafforzamento, quindi, del controllo dei consigli di amministrazione più sopra visti).
Insomma, tutte queste persone che inneggiano alla libertà di mercato, pongono l’accento non sulla parola “libertà” (espressione liberale che significa concorrenza e, quindi, vantaggi per la collettività), ma si soffermano sul concetto di “mercato” che, permette più facilmente di attendere ai propri interessi di bottega.
E così Catricalà parla al vento, Cardia è prono al potere e il presidente della Corte dei Conti vede seriamente minacciata l’indipendenza del proprio ruolo.
Dunque, il vero protagonista dei libri e degli articoli di Stella e Rizzo non sono le cifre, di per loro già spaventosamente evidenti, ma la macchina clientelare che le produce e che, con i suoi ricatti e la sua corruzione, impedisce appunto un’organica crescita del Paese: questo blocco si concretizza anche sul tema meritocratico, assoluto scoglio e prova d’esame quotidiana per i figli dei comuni cittadini, ma di nessun affanno per i nostri politici, i loro amici, gli amici degli amici e, ora sì, i rispettivi figli.
Il lavoro e la sua problematica contrattuale
Non sono un esperto del diritto del lavoro e mi limiti quindi ad informarmi e cerco di riflettere.

Tutti sappiamo che siamo in piena crisi: alcuni – più ottimisti – hanno dichiarato che l’Italia è ormai al di fuori del tunnel, altri – forse più consapevoli – invitano ad essere più riflessivi..
Fatto sta che la produzione industriale del Paese è quasi ferma e che è esploso il ricorso alla cassa integrazione ordinaria (“+925% in marzo rispetto allo stesso periodo dell’anno passato e +589% nel primo trimestre 2009 in confronto al medesimo periodo del 2008”, Repubblica 08.04.2009).
Ma è bene chiarire che non tutti i cittadini con un lavoro dipendente possono usufruire di questa protezione, perché in Italia – nonostante una storica presenza del maggior partito comunista del mondo occidentale e la attiva partecipazione di un movimento sindacale culturalmente non emarginato – non esiste un sussidio che copra tutti quelli che perdono il lavoro indipendentemente dal settore commerciale in cui operano, dalle dimensioni aziendali e dal tipo di contratto.
Questo fenomeno è molto grave, perché la perdita del lavoro e l’assenza del tutto ingiustificata di adeguati ammortizzatori sociali, incidono non solo sul reddito delle persone coinvolte, ma anche sulla loro dignità umana e sui comportamenti delle loro famiglie, per cui, in attesa che effettivamente l’economia mondiale riprenda la sua strada e crei sviluppo, la società italiana – e per lei la politica – non può non farsi carico di un costo sociale che salvaguardi la comunità anche da reazioni incontrollate, con conseguente pericolo della sicurezza di tutti i cittadini.

Tito Boeri in un articolo su Repubblica del 16 febbraio scorso, ha scritto tra l’altro: ”….C’è una riforma strutturale che in Italia serve …a ridurre i costi sociali della crisi….E’ la riforma degli ammortizzatori sociali. ….Venerdì il Governo ha annunciato di avere reperito 8 miliardi per finanziare gli ammortizzatori sociali, tramite un accordo con le Regioni…… Ma il ministro del lavoro si è affrettato a precisare, ancora prima di firmare l’accordo, che “la riforma dovrà essere ulteriormente rinviata”: verranno finanziati unicamente gli interventi di cassa integrazione in deroga. Ma non bisogna mai perdere di vista l’obiettivo ultimo degli ammortizzatori sociali: fornire temporaneamente un reddito a tutti coloro che perdono un impiego. Gli strumenti di cassa integrazione in deroga seguono tutt’altro principio. Primo si rivolgono alle imprese e non ai disoccupati; secondo non istituiscono alcun diritto soggettivo ad essere aiutati quando si perde lavoro. Terzo, sono uno strumento di politica industriale anziché di assistenza. E’ cioè la politica (Governo e Regioni) assieme ai sindacati a decidere discrezionalmente a quali imprese dare gli ammortizzatori sociali e a quali no”.
Perché si possa avere una concreta idea della dimensione del problema, bisogna ricordarsi che la “questione ammortizzatori sociali” riguarda circa 17 milioni di persone, di cui 15 milioni di dipendenti a tempo indeterminato e 2,3 milioni di dipendenti a termine (dati 2008) ed è proprio questo esercito di precari che potrebbe esplodere per primo, con non del tutta inaspettata violenza.
Eppure Marco Biagi nei suoi studi aveva non solo valutato la flessibilità nei contratti di lavoro, ma la riforma degli ammortizzatori sociali era prevista nel suo “Libro bianco” proprio per “diminuire le forme di precarizzazione, evitando il sorgere di fratture sociali fra generazioni” (Corriere Economia del 24.11.2008).
Pur non essendo – ripeto – un tecnico, ma nella mia semplice qualità di cittadino, ritengo che, chi abbia fino ad oggi ipotizzato una strada concreta per uscire da questo inqualificabile tunnel sia il prof.

Ichino, che in un articolo apparso sul Corriere del gennaio 2008 (che riporto parzialmente) intitolato “Le scelte contro l’appartheid” scriveva: “….Se si vuole davvero combattere efficacemente l’appartheid del mondo del lavoro (tempo indeterminato // lavoro flessibile), occorre un tipo unico di contratto per tutti i lavoratori dipendenti. La riforma potrebbe, per esempio, consistere in questo: per tutte le nuove assunzioni che avverranno d’ora in poi si sostituisce l’attuale “giungla dei contratti” con un solo contratto a tempo indeterminato, che prevede un periodo di prova di sei mesi – oppure otto, come ora in Francia – con un forte sgravio contributivo sotto i 26 anni. Dopo il periodo di prova, l’articolo 18 dello Statuto si applica soltanto per il controllo dei licenziamenti disciplinari e contro quelli discriminatori o di rappresaglia. Per i licenziamenti dettati da esigenze aziendali è invece soltanto il costo del provvedimento a proteggere il lavoratore e a penalizzare l’impresa che ne faccia abuso: chi perde il posto senza propria colpa ha sempre automaticamente diritto a un contro indennizzo, crescente con l’anzianità di servizio in modo che la protezione sia più intensa nella parte finale della vita lavorativa; e ha diritto a un’assicurazione contro la disoccupazione disegnata secondo i migliori modelli scandinavi, con premio interamente a carico dell’impresa, che si aggrava al crescere del numero dei licenziamenti”.
Una soluzione al problema è dunque preparata, ma la politica – ad oggi – nulla ha fatto per discuterla, perché – come più sopra ricordato dal prof.

Boeri – la generalizzazione degli ammortizzatori sarebbe una soluzione di equità e utilità sociale, mentre gli strumenti di cassa integrazione in deroga offrono soprattutto un ulteriore strumento di potere ai politici e agli ambienti loro correlati (a te sì, a te no, a te sì ..e così via).
E così le forze politiche – maggioranza o opposizione che siano – ferme nella centralità del loro ruolo (decisionale o non), non propongono alcuna soluzione operativa ad un problema essenziale per la vita di alcuni cittadini e per la sicurezza di tutti.
Le soluzioni possibili
Leggendo i giornali, tutti sappiamo che, purtroppo i conti pubblici italiani sono disastrati: aumenta soprattutto il debito pubblico che ha raggiunto (aprile 2009) i 1.708 miliardi di euro: già a gennaio scorso le previsioni di Bruxelles confermavano in pieno i preoccupanti dati pubblicati pochi giorni prima dalla Banca d’Italia e definiti da Giulio Tremonti “esercizio da astrologi” (!!!), nonostante che – ad esempio – il fabbisogno di cassa del settore statale nel 2008 sia stato confermato vicino al raddoppio rispetto ai conti lasciati da Padoa Schioppa nel 2007 (52,9 miliardi contro i 29,5).
E’ evidente che in queste condizioni il Paese ha notevoli difficoltà a trovare delle risorse per concretizzare qualsiasi riforma, ma le difficoltà non possono convertirsi in insormontabili impossibilità, visti gli sprechi di denaro pubblico che vengono quotidianamente consumati quando gli interessi economici riguardano non la generalità della popolazione, ma una parte di essa (Alitalia, ICI per le case dei cittadini più agiati, casse del comune di Catania, etc.).
Procedendo con ordine, è evidente che, prima di intraprendere strade nuove, è essenziale rimuovere la maggiore causa che concorre al mancato funzionamento del sistema e, quindi, in attesa di risolvere il problema “lavoro” che è forzatamente condizionato dalla situazione economica in essere, è urgente porre riparo alla carenza di ammortizzatori sociali, trovando nel contempo le necessarie risorse.
La prima parte della soluzione chiama direttamente in causa il progetto del prof.

Ichino: sicuramente qualcuno potrà suggerire dei miglioramenti, ma offrire al Professore la responsabilità di applicare concretamente i suoi studi, credo che sia l’unica, prioritaria e urgente azione di interesse generale.
La copertura economica la si può trovare ripristinando lo “scalone Maroni”, che, rispetto all’azione del governo Prodi, riporterebbe nelle casse dello Stato circa 10 miliardi di euro.
E’ evidente che qualcuno deve rinunciare a qualcosa, ma chiedere ai padri di agire nell’interesse dei figli in sofferenza, non mi sembra una richiesta immotivata, né di difficile concretizzazione: l’essenziale, però, è che la rinuncia dei padri non venga distratta e utilizzata per gli interessi dei soliti noti e quindi gli importi derivanti dal provvedimento, dovrebbero essere accantonati in un conto esclusivo e specifico. In caso di un qualsiasi ammanco, ministro del Lavoro, dell’Economia e presidente del Consiglio dovrebbero essere ritenuti responsabili in solido.
Dopo questo primo provvedimento, per trovare le risorse da distribuire ad altre urgenti necessità comuni, dovremmo rivolgere la nostra attenzione ai costi della politica, che non si concretizzano esclusivamente nel corpo centrale dello Stato (governo, parlamento, etc.), ma – come dicono Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella nelle loro documentate pubblicazioni – anche nella periferia del sistema (Regioni, Comuni, etc.): pensate, per esempio, che il governatore della Puglia ha una retribuzione di 226.631 euro, quando il governatore della California guadagna 162.598 euro e quello di New York 130.656.
Per esprimersi sempre con una certa cognizione di causa è opportuno verificare quanto guadagnano i politici di altri Paesi paragonabili, come importanza storica, politica, economica e strategica all’Italia e ricorro, a tal fine, ad una tabella apparsa a suo tempo sul Corriere della Sera che potrebbe anche non essere del tutto aggiornata, visto che la politica nel 2008 ha speso 100 milioni di euro in più rispetto al 2007 (Rizzo e Stella Corriere del 12.11.

2008).
Credo che se i nostri politici “centrali” percepissero complessivamente quanto i colleghi americani, il loro costo si abbasserebbe di un buon 40%, che potrebbe essere un primo ed importante risparmio di risorse da ridistribuire nel Paese.
Ma, dicevo, anche in periferia bisognerebbe intervenire, perché, dopo aver letto i giornali (Corriere 09.04.2009), tutti ricordiamo che il 31 ottobre 2008 la Calabria, con un apposito decreto di salvataggio, ha riassunto i “parenti “ licenziati; del resto, un altro articolo di Lopapa su Repubblica del 23 settembre 2008 ci ha informato di quanto a suo tempo rilevato, in Sicilia, dai giudici della Corte dei Conti: “I dipendenti a carico del bilancio regionale raggiungono la notevole cifra di 21.104 unità, di cui 2.320 dirigenti. Il confronto con le altre regioni è improponibile: La Sicilia ha tanti regionali quanto la Lombardia (3.700), Piemonte (3.098), Lazio , Emilia (2.667), Veneto, Liguria e Friuli messi insieme. Del resto la Sicilia era già famosa perché la giunta regionale, in carica nel triennio 2005-07, si era aumentata lo stipendio del 114,77%.
Tutti questi abnormi provvedimenti non sono casuali ma sistemici e non si concretizzano unicamente nel sud del Paese, ma spesso anche nel nord (nell’agosto (!!!) del 2007 – sempre per esempio – gli assessori di Milano si sono “ritoccati” gli stipendi); in un periodo in cui si parla (con giusta insistenza) di federalismo, sarebbe meglio che allo Stato rimanessero le competenze per stabilire numero e retribuzioni degli operatori politici periferici.
Infatti, se ad esempio la regione X fosse la più efficiente del sistema Italia ed avesse Z dipendenti per gestire Y migliaia di cittadini, le altre Regioni – con una specifica legge dello Stato – dovrebbero essere obbligate a non superare il rapporto esistente in quella Regione tra gestori e gestiti; così come, fatta 100 la retribuzione per addetto della Regione più virtuosa e preso atto del costo della vita in quel luogo, gli stipendi dei politici locali delle altre Regioni non dovrebbero superare quel coefficiente indicato dal rapporto tra retribuzione e costo della vita..
L’attuale situazione, invece, è illustrata dal sottostante grafico (sempre da Repubblica del 23 settembre 2008) e mostra una vera e propria giungla costruita alle spalle del contribuente.

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Infine, un altro provvedimento immediatamente attuabile non dovrebbe permettere ai politici di esercitare la propria professione durante il periodo di attività, soprattutto per evidenti motivi concorrenziali ma anche perché in un periodo in cui lavorare è sempre più difficile, non trovo assolutamente etico che delle persone nominate in politica possano avere due o tre attività (professionale, parlamentare e di governo) e percepire due o tre retribuzioni o introiti.
Credo che questi interventi, naturalmente più strutturati rispetto ad una veloce trattazione, offrirebbero alle casse dello Stato consistenti benefici economici, che potrebbero essere dedicati per il 50% al rientro del debito pubblico, mentre il restante 50 dovrebbe essere riservato esclusivamente alla diminuzione delle tasse sia dei cittadini con un rapporto di lavoro dipendente e con un reddito lordo non superiore ai 70.000 euro, che dei pensionati con eguale reddito.
Quanto detto vuole solo costruire un percorso, nella speranza che, da questo inizio, derivino altri e più importanti sentieri.
* Socio del circolo LeG di Bologna

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