Il leone del deserto tornerà a ruggire?

La vicenda si trascina dal 1981, cioè da ventotto anni. Uno spettacolare film storico (“la cui ricostruzione degli eventi è generalmente accurata”: attenzione a questo giudizio, ci torneremo) su Omar al-Mukhtàr e la repressione della resistenza senussita in Libia rimane tuttora al bando in Italia, perché, così si pronunciò una commissione di censura, danneggia l’onore dell’esercito italiano. Il film – molti di voi ne avranno sentito parlare, e molti s’indignano ancora – s’intitola Il leone del deserto e ricostruisce la storia di quel che successe nel 1930-31 in quel pezzo d’Africa “colonizzata” prima da Rodolfo Graziani (generale ambiziosissimo, che il fascismo fece marchese e che finì di disonorarsi con i repubblichini) e poi dal maresciallo Pietro Badoglio mettendo la regione a ferro e fuoco ma riuscendo dopo più di un anno a sottometterne solo la metà occidentale.
Ma l’altra metà, la Cirenaica, si dimostrò un osso molto più duro. I senussiti, gente fiera e profondamente religiosa, erano guidati da un vecchio signore della guerra, Omar appunto, che gli aggressori italiani – “le forze della civiltà” – ritenevano “un beduino come gli altri, senza nessuna cultura e nessuna idea del vivere civile. Fanatico quanto mai. E ignorante: sa appena vergare la sua firma”. In realtà al-Muktàr era uomo di considerevole cultura (aveva anche insegnato a lungo in una scuola coranica), di un’austerità che sfiorava la santità, e godeva di un prestigio immenso tra i suoi connazionali.

Come riuscire a piegarne la resistenza? Graziani e Badoglio chiusero in campi di concentramento tutta la popolazione nomade e seminomade: marce anche di mille chilometri senza eccezione per donne, vecchi e bambini. Chi restava indietro veniva passato per le armi. Centomila internati in due campi, e un solo medico: in breve tempo tifo e altre malattie, scarsa alimentazione e lavoro forzato ne uccisero quasi la metà. Con la popolazione della Cirenaica internata, la sorte di Omar e dei suoi seguaci sembrava segnata. E se non bastavano le mitragliatrici, ecco i bombardamenti, le granate all’iprite (già allora illegali), le decimazioni.
Nel settembre del 1931 il settantatreenne al-Muktàr fu catturato e subito processato sommariamente per aver “tentato di staccare questa Colonia dalla Madre Patria”. Il capitano dell’esercito (esercito italiano, naturalmente) al quale era stata affidata la difesa d’ufficio di Omar fu punito con dieci giorni di cella d’isolamento per aver mostrato “un’eccessiva simpatia” verso il suo assistito. Il “leone del deserto” fu condannato a morte. Sentenza subito eseguita: impiccato davanti ai suoi seguaci beduini, così che servisse da lezione. Il controllo sulla Libia era ormai quasi totale: quanto il discredito che, in particolare tra i popoli arabi, ne venne al regime fascista.
Perché ho scritto così a lungo di questa orribile vicenda? Chi l’ha ricordata? E dove è stato espresso un giudizio così oggettivo (quello che abbiamo riferito all’inizio) sul film che all’estero è stato visto ma che – mentre si compie la prima decade del Duemila – è ancora proibito agli italiani? Le risposte sono in un splendido libro: La forza del destino – Storia d’Italia dal 1796 a oggi, di Christopher Duggan, Laterza Editore.

Ecco: questo libro è la ennesima riprova di come e quanto gli storici inglesi siano – fatte ovviamente le dovute ma scarse eccezioni italiane – i più capaci di raccontare la storia contemporanea italiana con chiarezza, con capacità di sintesi ma senza superficialità, con giudizi laici non solo sul fascismo e il neofascismo, ma anche sull’annessione sabauda del Mezzogiorno, persino su Mazzini e Giolitti come sul secondo dopoguerra sino a Berlusconi compreso. E quando dico che i giudizi di Duggan sono laici mi riferisco anche alle numerose chiose sulla chiesa cattolica di ieri e di oggi.
A un governo che fa vanto del suo dirsi liberal-democratico che cosa impedisce di disporre che questo film sia trasmesso dalla tv di Stato, in prima serata e non a notte fonda, come parziale, parzialissima riparazione di una trentennale censura? Io proporrei di farne l’occasione di un tormentone: i lettori prendano l’iniziativa di scrivere al presidente del Consiglio (che possiede tre reti, più quelle in analogico, e che decide a tavola chi deve amministrare le tre reti Rai) chiedendo il suo intervento. Si chieda un intervento anche al nuovo presidente della Rai, Paolo Garimberti, che ha la possibilità di dimostrare la sua autonomia, la sua capacità di non farsi condizionare. E ci si rivolga al presidente della Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, Sergio Zavoli, della cui onestà professionale e culturale nessuno vuol dubitare.

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