Vattani, il Pd ci ripensa

Ci siamo presi, noi di Libertà e Giustizia, una piccola soddisfazione morale e una bella rivincita politica. Alla Camera, i deputati Pd che dovevano valutare (purtroppo esprimendo solo un “parere”, non vincolante) la scandalosa decisione del governo di rinnovare l’incarico di presidente dell’Istituto per il commercio estero all’ambasciatore Umberto Vattani appena condannato per un imbarazzante peculato, quei deputati Pd hanno votato “no” alla conferma in trasparente polemica con l’inspiegabile voto di astensione dato sulla stessa nomina dai loro colleghi del Senato. Il nostro tormentone ha dunque sortito un effetto, se non pratico (nel senso che si tratta solo di un parere, e per giunta di minoranza nella competente commissione), certamente di un qualche rilievo politico e morale. Lo diciamo con modestia ma con piena consapevolezza della sfida che avevamo lanciato.
Dunque, ricapitoliamo per la terza e ultima volta. L’ambasciatore Umberto Vattani, ex potente segretario generale della Farnesina, era stato condannato qualche settimana addietro a due anni e otto mesi per peculato, senza condizionale e per giunta con la interdizione dai pubblici uffici per lo stesso periodo. Greve e pesante l’accusa avallata dalla sentenza del tribunale penale di Roma: quando era a Bruxelles come capo della rappresentanza permanente italiana presso l’Unione europea (e più esattamente nel 2003), Vattani aveva effettuato una miriade di telefonate “personali e riservate” (tempo complessivo: cinquantadue ore; costo: alcune migliaia di euro) del tutto estranee all’attività d’ufficio.

Come e perché extraufficio? Perché le destinatarie erano sempre e solo alcune sue collaboratrici; perché Vattani ha (tardivamente) rimborsato la spesa al fine di attenuare la portata della vicenda; perché sembra che oggetto delle telefonate fossero argomenti hard il che poco e anzi nulla importa di fronte – avevamo già ricordato – a quel che è subito dopo accaduto con “veline” e “minorenni”, “sultanati” e “ciarpame senza pudore”. Si tenga conto di un’aggravante: con Vattani è stato condannato a dieci mesi, per falso e favoreggiamento nei confronti dell’ambasciatore, anche un dipendente della rappresentanza a Bruxelles: aveva cercato di fornire un alibi-aiutino al suo ex capo fornendo “giustificazioni” così grottesche delle telefonate che i giudici hanno ritenuto tanto mendaci da meritare una punizione.
Era lecito ritenere che l’ambasciatore, pur di fronte ad una condanna non ancora passata in giudicato ed anzi passibile di riforma o annullamento nel prosieguo dell’iter giudiziario, decidesse di autospendersi dall’incarico dell’Ice, che è un ente pubblico, e lui si è beccato anche e proprio l’interdizione dai pubblici uffici. Non lo ha voluto fare. E d’altra parte è stato “coperto” a tal punto dal governo Berlusconi, ed in particolare dal ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola e dal suo viceministro Adolfo Urso (che ha la delega per il Commercio estero), da essere stato appena confermato alla presidenza dell’Istituto con il decreto oggetto – per legge – del parere preventivo ma non vincolante del Parlamento.
E così la nomina di Umberto Vattani era passata (il 13 maggio scorso) all’esame della commissione Industria del Senato.

Sulle nomine di norma si dice “sì” o “no”, senza cercare impossibili vie di fuga dalle responsabilità politiche. E invece, sorprendentemente, i commissari del Pd avevano espresso un voto di astensione tanto inconcepibile che, nel tentare di giustificarlo, il sen. Filippo Bubbico aveva pubblicamente annunciato una sorta di (impossibile) segnalazione alla commissione Giustizia perché valutasse se, nelle condizioni di imputato, “l’ambasciatore può esser nominato alla guida di un ente pubblico”. E perché mai il ricorso (non previsto dal regolamento) ad altra istanza se non per tradire, a posteriori, una qualche evidente preoccupazione? Sollecitato a fornirci una spiegazione, il sen. Bubbico ha ritenuto che non fosse il caso. Naturalmente la commissione Giustizia non è stata investita della vicenda, né poteva esserlo. E naturalmente i dipietristi avevano avuto buon gioco ad assumersi da soli l’onere del “no”, e a vantarsene.
Poi il decreto è stato trasmesso alla commissione della Camera, per l’analogo, prescritto parere. E qui, ieri, la situazione è mutata: il Pd ha detto “no” alle conferma di Vattani. Erano in tre, i commissari democratici (Andrea Lulli, capogruppo in commissione, e inoltre Ludovico Vico e Paolo Fadda), e tutti e tre non hanno avuto esitazioni nell’esprimere parere negativo. Si tratta, ripetiamo, di un gesto politico e purtroppo senza conseguenze procedurali intanto perché il parere non è vincolante e poi perché comunque il centrodestra era naturalmente in maggioranza.

Ma chiunque ne coglie la valenza politica e morale: non si offrono alibi a chicchessia. Men che mai ad un Vattani.

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