Le relazioni internazionalinel mondo globale

Quello che segue è il testo, per punti, della lezione che Filippo di Robilant ha tenuto nella sessione conclusiva della Scuola di formazione politica di Libertà e Giustizia. La terza edizione della “Giovanni Ferrara” a Pavia, si è chiusa il 15 marzo.Le relazioni internazionali nel mondo globale● Vaste programme avrebbe detto il Général De Gaulle! Il titolo è effettivamente vasto. ● E’ innegabile che il mondo sta cambiando alla velocità del suono, con gli equilibri geo-politici ed economici in continua evoluzione ma che già appaiono distanti anni luce da quelli imperanti durante la “supremazia occidentale” alla quale, dal dopo guerra in poi, ci eravamo abituati…Dobbiamo capacitarci fino in fondo che noi (l’Occidente) non siamo più l’ombelico del mondo.
● E’ invece fondamentale capire cosa sta accadendo non solo sotto il nostro naso ma in luoghi che, sembrando molto lontani, in realtà sono oramai vicinissimi.
● Il baricentro dell’economia globale si è spostato. Mentre i paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) risultavano invisibili ai nostri schermi radar, nel 2007 hanno raggiunto il 30% del PIL mondiale. Nella classifica dei supermiliardari 2008 c’erano solo due americani e ben quattro indiani tra i dieci uomini più ricchi del mondo; Bill Gates e Warren Buffett, in perenne lotta tra loro per il vertice, l’anno scorso sono stati superati da un messicano, Carlos Slim, un tycoon delle tlc…e nella lista c’erano più capitalisti russi che tedeschi.

Cina e India sono grandi acquirenti di energia, materie prime e derrate agricole, sicché il miglioramento del tenore di vita di milioni di consumatori asiatici ha arricchito anche la Russia e tutti i paesi produttori di petrolio; ne hanno beneficiato pure una parte dell’Africa ricca di metalli e i paesi-cornucopie dell’America Latina. In questo sconvolgimento, la demografia ha e avrà un ruolo centrale, perché il consumo traina lo sviluppo: per esempio eravamo abituati a considerare l’Arabia Saudita come un vassallo degli Stati Uniti e non ci siamo accorti che già nel 2007 più del 50% del suo petrolio finiva in Asia.
● In due parole: gli economisti ci dicono che nel 2030 la Cina sarà la maggiore economia mondiale, seguita da Usa, mentre l’Ue vedrà avvicinarsi a grandi passi l’India come candidata al terzo posto. E’ plausibile? Si, è plausibile.
● Come dicono gli uomini d’affari anglo-sassoni “if you aren’t in Dubai, Shangai or Mumbay, you can say bye-bye”, o perlomeno lo dicevano prima che la crisi dispiegasse i suoi effetti e Dubai, nuova patria dei fondi d’investimento più redditizi sicuramente già risente di questi effetti…
● Allora, propongo che oggi si faccia lo sforzo di individuare una linea di pensiero coerente, all’interno della quale ognuno di voi potrà scegliere quale visione lo convince di più. Intanto, quali sono le tesi prevalenti fra le molteplici che suggerisce la prassi recente?
● Il mondo è piatto (The World is Flat), dice Thomas Friedman, il celebre columnist del New York Times, dove per piatto intende “interconnesso”: l’abbattimento di barriere commerciali e il progresso esponenziale imposto dalla rivoluzione digitale consente di fare pressoché tutto, non solo business, in maniera istantanea con miliardi di persone sul pianeta; dobbiamo pensare che, passata la gigantesca crisi economico-finanziaria in atto, ci ritroveremo in una nuova era geologica, tra voragini varie con una diversa configurazione del terreno, insomma in un mondo che non sarà più così piatto, come predica Friedman?
● oppure è la globalizzazione il problema? Come dicono da noi il fronte che va da Tremonti e la Lega ai No Global della sinistra antagonista; o lo è piuttosto la risposta “localista” a problemi globali?
● oppure, è corretto sostenere che il monopolio della potenza militare (vale a dire gli USA) non assicura più il primato nelle relazioni internazionali? Perché, allora, tutti i partners attendevano messianicamente l’arrivo di Obama per affrontare i problemi internazionali più complessi? Cambia radicalmente l’ordine dei fattori (Bush viene sostituito da Obama), ma il risultato globale non cambia: tutto dipende da Washington?…

● insomma, cosa è veramente cambiato nelle relazioni internazionali dell’era globale? I rapporti di forza, con l’emergere di nuovi attori? La dipendenza dalle comunicazioni, che diventano anch’esse fattore, e non più solo “medium” cioè mezzo, della politica? Una interpenetrazione economica complessa che impedisce l’insorgere di grandi conflitti? L’impossibilità di contenere fenomeni come il fanatismo religioso o il terrorismo? Oppure nulla di tutto questo, tutto continua come prima?
● Tutte provocazioni direte ma, a mio avviso, nessuna di queste è banale.
● Intanto, posso dirvi come la vedo io:
● il mondo globalizzato è caratterizzato da tre grandi fattori relativamente indipendenti :1. “flatness” (del già citato Friedman): ne abbiamo la riprova con la crisi economica in atto: quattro mutui tossici negli USA (semplifico) provocano una crisi mondiale inpochi mesi, negli angoli più remoti del pianeta; che poi altro non è che l’applicazione della teoria del caos (un battito di ali di farfalle da una parte del pianeta provoca un uragano dall’altra);2. “clash of civilization” lo scontro tra civiltà (Samuel Huntington, una delle grandi intuizioni del secolo scorso). OVUNQUE nel mondo valori e appartenenze religiosi diventano inaspettatamente motivo di tensioni e conflitto: dall’Afghanistan al Darfur;dal Tibet ad Hamas, da Bush ai…Teodem di casa nostra, Binetti e Rutelli inclusi. Chi si aspettava mai simili dibattiti su temi etici e religiosi nel XXI secolo, in Europa o in USA? (essenzialmente irrazionali quando non immateriali, almeno per i non credenti o diversamente credenti, aggiungo); oppure dovremmo parlare di “scontro tra intolleranze”, come ha scritto l’intellettuale iraniano Ramin Jahanbegloo, un’intuizione secondo me più felice?3.

progresso tecnologico e scientifico: è il vero motore della globalizzazione,e l’unico veramente inarrestabile grazie ad Internet. Uso, controllo ed “manipolazione” diquesti processi sono fattori fondamentali di cambiamento, in Cina come in Iran.Nessuno è escluso da questo cambiamento continuo e inarrestabile.
● Come evolvono le relazioni internazionali in un simile contesto? In maniera disordinata. Perché è difficile dare risposte a domande contraddittorie e sostenere il passo del cambiamento al tempo stesso. Quindi: da un lato, ricerca disperata di “governance” mondiale (G-20; Doha; Kyoto; etc), avvolti da una sorta di sindrome da “verticite” che procura ansia, e non solo ai mercati, Vertici nei quali spesso non sappiamo neppure cosa andiamo a dire; e, dall’altro, tentativi altrettanto disperati di soluzioni militari a problemi religiosi (da parte di terroristi, come della NATO).
● Complicazione ulteriore: l’accelerazione delle comunicazioni esaspera i fenomeni di leaderismo, nei due sensi: smania di affermazione personale degli eletti (o meno); e tendenza delle masse a rivolgersi al leader più vicino per ottenere risposte taumaturgiche ai problemi correnti. Una volta, nessuno sapeva chi era il Capo di Governo inVenezuela. Adesso, “todos caballeros”: Obama, Karzai, Chavez, Topolanek, Kagame,Merkel, Bashir, Livni, Lula e centinaia di altri nomi si rincorrono nelle news enell’immaginario collettivo in una baraonda di Summits, dichiarazioni, negoziati…
Mondo
● Dicevo prima, parlando degli effetti della globalizzazione sulle economie mondiali, che è fondamentale capire cosa sta accadendo non solo sotto il nostro naso ma in luoghi che, sembrando molto lontani, in realtà sono oramai vicinissimi.

Lo stesso vale quando parliamo di democrazia e di stato di diritto: la Birmania, il Darfur, l’Afghanistan non sono dall’altra parte del mondo. Così come non lo sono tutti quei paesi che conoscono – non importa se da decenni o soltanto da pochi mesi – situazioni difficili al loro interno, che possono andare dalla repressione organizzata da parte di regimi dittatoriali a violazioni sistematiche dei diritti umani. Lo sono stati, “dall’altra parte del mondo”, ma oggi non possiamo più continuare a pensare e a comportarci come se lo fossero ancora.
● Oggi l’informazione è diventata davvero globale. E questo muove le nostre coscienze perché nessuno può più fare finta di niente. Nessuno oggi può più dire :”E’ successo dall’altra parte del mondo, non ne sapevo niente”.
● Basta un telefonino per riprendere una scena che fa il giro del mondo. In ottanta secondi, non in ottanta giorni. E’ successo con l’impiccagione di Saddam Hussein. E’ successo con la dura repressione messa in atto dal regime birmano durante la “rivoluzione di zafferano” nel settembre 2007. A nemmeno due anni di distanza la tragedia della Birmania è ripiombata nel silenzio generale. Un silenzio che pesa. E’ possibile che non ci sia più niente da dire? Più niente da raccontare? Più niente da sapere? O dobbiamo aspettare la prossima repressione dei monaci? Credo che dobbiamo tutti pensare ad Aung San Suu Kyi, ancora agli arresti domiciliari, davvero con una stretta al cuore …
● Ma la lotta birmana per la libertà democratica è un microcosmo di un quadro più grande: la lotta mondiale per superare la tirannide, per mettere fine alla violenza, e per fondare società libere.

E di microcosmi simili ne è pieno il mondo: ieri il Cile di Pinochet, il Sudafrica dell’Apartheid, i Balcani della pulizia etnica, oggi il Darfur, la Corea del Nord, l’Afghanistan tornata in gran parte preda dei Talebani, l’oppressione degli uiguri del Turkestan orientale, i montagnards negli altipiani vietnamiti…
● Allo stesso tempo, nonostante i progressi tecnologici, le relazioni tra Stati rimangono in gran parte ancorate a modelli statici, spesso inefficaci, e la comunità internazionale rimane così bloccata da quel poco che si “può” fare, per così dire, piuttosto che animata da quel tanto che si dovrebbe fare.
● E’, quindi, come se avesse cominciato a maturare negli ultimi anni, in particolare dalla fine della divisione bipolare, una vera coscienza transnazionale che però non è rappresentata in maniera adeguata da istituzioni di governo internazionale. Questa coscienza transnazionale è la coscienza di tutti noi. Di tutti coloro, non importa se a Pavia, Barcellona, New York, Toronto, Buenos Aires, Sidney o Calcutta, che s’indignano di fronte alla repressione contro i cittadini birmani, monaci e non, i tibetani, gli uiguri, i montagnards…
● Dobbiamo comprendere fino in fondo che ci sono cose che nessun governo può realizzare da solo. Ma che buone coalizione di governi democratici incoraggiati magari da manifestazioni pubbliche di questa coscienza transnazionale, possono portare avanti (uno degli esempi recenti e più belli è stata la moratoria universale contro la pena di morte).
● E’ vero: viviamo continuamente sull’onda dell’emozione, in perenne fibrillazione: quando sappiamo dell’assassinio di Benazir Bhutto, quando vediamo le immagini di africani che corrono per le strade di Nairobi roteando i machete, quando un paese viene invaso.

Ma dobbiamo sempre ricordarci cosa c’è dietro questi fatti, queste scene drammatiche; e dobbiamo soprattutto seguire cosa accade dopo, quando il mondo è distratto dall’ultima nuova crisi, dall’ultimo assassinio, dall’ultima violenza.
● Perché l’ottimismo che si è creato all’indomani del crollo del Muro di Berlino si è progressivamente sostituito con una visione apocalittica del mondo. Come scrive bene lo storico delle idee Paolo Rossi, nel suo ultimo libro “Speranze”, “siamo pieni di sciamani travestiti da filosofi che ogni giorno dichiarano che loro sanno qual’è la caratteristica fondamentale dell’età nella quale ci è concesso di vivere…seminano paura e disperazione, riescono ad affascinare folle di giovani ed anziani e discutono tra loro, spesso con notevole acrimonia, per stabilire se è vero che ‘solo un dio ci può salvare’ oppure se è vero che nessuno ci salverà”.
● Personalmente preferisco essere, se non ottimista, perlomeno fiducioso nel nostro futuro. Tra le “ragionevoli speranze”, come dice Rossi, c’è per esempio l’espansione della democrazia nel mondo. Come ci spiega da anni il sociologo Anthony Giddens, fra la metà degli Anni 70 e il 2005, il numero degli Stati democratici nel mondo è triplicato.
● Ma, quello che è mancato e che manca, è una governance all’altezza della situazione. Molti organismi multilaterali sono come dei vecchi club decaduti, come dei specchietti retrovisori che riflettono il passato: come il G8 dove, appunto, non figurano né la Cina né l’India; mentre nel WTO, l’India e il Brasile sono diventati i leader di una vasta coalizione di paesi emergenti capaci di bloccare politiche che considerano ispirate da interessi americani ed europei.

● Diverso discorso per il FMI, la cui mesta fine era considerata come rivelatrice di questo terremoto: il guardiano dell’ortodossia finanziaria mondiale che non conta più perché nessuno ha più bisogno dei suoi prestiti, anzi molti Stati in questi ultimi anni gli hanno restituiti addirittura in anticipo, proprio per il timore d’interferenze nelle loro politiche economiche (Argentina, Brasile…). Invece, con la crisi il FMI, è tornato in pista. La lista dei paesi che hanno o che intendono ricorrere nuovamente ai finanziamenti dell’istituzione di Washington è lunga, dall’Ucraina all’Ungheria, all’Islanda, al Pakistan, all’Indonesia, alla Turchia, perenne cliente del Fondo. Insomma, nei paesi emergenti la crisi è destinata a restituire all’FMI il compito tradizionale di finanziatore delle economie in difficoltà, che si è assunta fin dagli anni 80.
● Ma, soprattutto, per sopravvivere nel Terzo Millennio, il Fondo deve cambiare pelle. Deve passare da “sorvegliante multilaterale”, ruolo che ha sviluppato – non sempre in maniera lineare – nei decenni precedenti grazie alla sua forza come intermediario finanziario, a “stabilizzatore dei mercati globali” diventando gestore delle riserve disponibili degli Stati membri. Certamente, per svolgere questo nuovo ruolo deve per primo riguadagnarsi la fiducia dei suoi membri.
● Non solo. Significa anche che una riforma del FMI – ma lo stesso vale per qualsiasi altra riforma di qualsiasi altro organismo multilaterale – implica scelte di rinuncia rispetto a posizioni di rendita o di “prestigio” di parecchi Stati europei, compresa l’Italia.

Perché è evidente che una riforma del FMI vorrà dire che la Cina deve contare di più del Benelux, che gli Usa non possono detenere il 19% dei voti, che la bandierina americana issata ai vertici della Banca Mondiale e quella di un europeo in cima al FMI non sarà più insindacabile per sempre…
● In questi giorni si parla molto di una nuova Bretton Woods. A dire il vero c’è un autorevolissimo esponente del Governo (credo docente proprio qui a Pavia) che ha sostenuto che per uscire dalla crisi dei mercati finanziari non serve una nuova Bretton Woods ma bensì una nuova Pace di Westfalia, quella che nel 1648 segnò la fine della Guerra dei Trent’Anni, e inaugurò un sistema dove gli Stati venivano riconosciuti indipendentemente dalla fede dei loro sovrani, secondo il principio “cuius regio, eius religio”, sviluppando così il concetto di “sovranità” dello Stato. Guarda caso chi vuole rivedere Westfalia è la stessa persona che pensa che la migliore terapia per l’Italia sia “Dio, Patria e Famiglia”…Identico appello, una nuova Pace di Westfalia in sostituzione di Bretton Woods, lo fece nel 2005 l’attivista “cospirazionista” americano Lyndon LaRouche. Ma forse questo il già citato ministro non lo sa…
● Tornando alla questione più pertinente di una Bretton Woods 2, si parla di riforme, anche radicali, destinate a rendere trasparenti transazioni, intermediari e mercati, facendo dissolvere l’opacità nella quale oggi operano: regolamentazione delle società di valutazione (rating) a livello europeo, creazione di organismi di vigilanza transfrontaliere, un nuovo ruolo per il FMI appunto, sono alcuni dei suggerimenti che circolano.

Non è un dibattito da ignorare perché getterà le basi del nuovo ordine monetario internazionale. Stabilirà quindi il nuovo quadro di riferimento entro il quale collocare i rapporti tra le grandi monete, che esprimono grandi realtà economiche nazionali o regionali, come il dollaro, l’euro, lo yen, lo yuan, la rupia. Il dollar standard attuale è chiaramente in crisi ed è opportuno che si trovi uno spazio internazionale anche alle altre monete. In questo nuovo quadro è possibile che la sterlina non riesca a porsi più come piattaforma credibile per la gigantesca piazza di Londra. Il governo britannico dovrà trarne allora le conseguenze e decidere se aderire all’Euro.
Europa
● A questo punto il discorso cade , inevitabilmente, sull’Europa. Considerata a lungo unmodello unico e riuscito di governance della globalizzazione a livelloregionale; nonché un attore positivo della globalizzazione a livello planetario.E’ (ancora) vero? Ci sono tesi e contro tesi da valutare alla luce degli sviluppiin corso : sia sul piano economico che su quello istituzionale.
● La mancanza di una governance degna di questo nome lo abbiamo visto in maniera plastica sin dall’inizio della crisi economico-finanziaria. In autunno, né il G4 né il G7, nonostante siano composti dai capi di stato e di governo, sono stati sufficienti per ridare fiducia ai mercati…La botta di fiducia alla fine è arrivata dall’Eurogruppo, a dimostrazione anche che il tanto vituperato Euro ha messo in parte al riparo dalla tempesta 15 Stati membri dell’Ue che altrimenti, con le loro monete nazionali, sarebbero stati spazzati via…
● Quindi non è vero che l’Europa non serve, anzi ce n’è troppo poca, ed è stato uno spasso vedere gli euroscettici di ieri diventare i più convinti euroentusiasti di oggi….gli stessi che bastonavano l’euro nel passato, ora lo incensano…Insomma, è la dimostrazione che quando l’Europa vuole, l’Europa può.
● Aggiungo che l’Europa ha potuto perché sono convinto che questa non sia una crisi “del” mercato ma una crisi “nel” mercato.

Il libero mercato non significa legge della giungla ma un mercato dove lo Stato non interventista ha fissato, a monte, delle regole. E a queste regole dovrebbero sovrintendere, a valle, organi preposti al controllo e alla vigilanza, accompagnati da adeguati e credibili meccanismi sanzionatori. La messa in circolazione di prodotti “tossici” e un andazzo complessivo che andava ben oltre la borderline, dimostra che sono questi meccanismi a non aver funzionato.
● Ma attenzione. Non dimentichiamo che abbiamo tamponato, riportando un minimo di fiducia sui mercati, con un’azione interventista di stampo dirigista, in una visione puramente intergovernativa, che va contro i principi liberisti e liberali ai quali noi europei dovremmo essere alquanto affezionati e ignorando alcune leggi finora “osannate” come quella contro gli aiuti di stato oppure la disciplina di bilancio alla quale dovremmo tutti attenerci …
● E anche l’iper-attivismo di Sarkozy, durante la presidenza francese dell’Unione europea, magari tatticamente utile su vari dossier ma spesso improvvisato, confuso e in definitiva ansiogeno, non può risolvere l’assenza di un’Europa politica. Continuando così si potrebbe aprire la strada ad un assalto ai poteri e alle politiche che negli anni sono state faticosamente comunitarizzate e che sono istituzionalmente presidiate da Bruxelles (e già molte capitali, Parigi in testa, non vedono l’ora di dare il via all’assalto visto come da anni sostengono che la Commissione sia in mano a liberisti “assatanati”).

Insomma, il pericolo di un ritorno al nazionalismo economico è sempre in agguato….(vedi il “Buy American” contenuto nello “stimulus package” di Obama, la difesa del “Made in France” sarkoziano, il “British Jobs for British workers” di Gordon Brown…)
● Viste le premesse, la prognosi sul G20 che si terrà il 2 aprile a Londra rimane più che “riservata”: il Summit di Londra pare destinato al fallimento, una prospettiva che inquieta:- come reagiranno i mercati?- come reagiranno gli USA, che hanno fatto della cooperazione transatlantica unadelle bandiere della nuova Amministrazione?- quanto tempo ci vorrà ancora prima di mettere insieme una strategia condivisaed efficace per far fronte alla recessione globale?
● Ci sono effettivamente almeno 4 grandi nodi irrisolti fra le questioni diprincipio e le scelte strategiche da affrontare al Vertice:
1. è piu’ importante l’uovo oggi, o la gallina domani? Combattere la crisi incorso, o prevenire quelle future? Misure di sostegno alla domanda globale(stimulus packages) o regole e sanzioni per il futuro? US (e UK, in modo più defilato)sono chiaramente per l’uovo. Ma sono anche, agli occhi degli altri europei, quelli chehanno stroppiato l’economia altrui, e non accennano a contrizione: per la Germania ,legalline sono prioritarie – e le elezioni pure. Fino a settembre, difficile che sicambi rotta all’Eurogruppo;
2. é importante fissare un ordine chiaro di priorità fra le cose da fare. C’étroppa carne al fuoco del Summit: dalla lotta alla recessione a Bretton Woods;dai bonus ai banchieri ai paradisi fiscali; dalla riforma del FSF (Financial Stability Forum, presieduto da Draghi) al rilancio del Doha Round.

E troppa gente al tavolo. Non si può fare tutto, e nemmeno un quarto di tutto. Bisognerebbe scegliere su cosa puntare per dare qualche messaggio chiaro ai mercati, ma non c’é accordo neanche fra Londra e Washington su questo;
3. come avviare una vera riforma della governance economica internazionale. Nonserve a nulla aggiungere posti al tavolo del Vertice per le economie emergenti,se restano marginali nelle istituzioni centrali (IFIs) di cui si intenderafforzare il ruolo. Ma su questo dibattito (che può solo concludersi alla finecon un ridimensionamento drastico della rappresentanza europea nei governingBoards rispettivi, e forse in una review dei voting rights USA) non c’é statofinora neanche l’inizio di una discussione seria in sede UE…;
4. il “clean up” degli assets tossici nel sistema bancario. Sono in molti asostenere che non si è ancora arrivati ad una diagnosi chiara del problema edelle sue dimensioni finanziarie. US e UK stanno avanzando per ondate dinazionalizzazione di banche e assicurazioni, ma neanche lì si é vicini al fondodel problema. Una soluzione (o almeno una metodologia) globale sarebbeprobabilmente più efficace sul piano sistemico e più rassicurante per imercati, ma non pare all’ordine del giorno.
● Mancano 2 settimane al 2 aprile. Ci vorrebbe a questo punto Padre Pio (oTremonti) per riconciliare in tempo utile su queste questioni non banali USAed europei ; e “socializzare” il risultato con Cinesi,Russi e Brasiliani -delegazioni non particolarmente inclini a comprare “gatti nel sacco” senzaverificarne il pelo…What next? é una buona questione, con il Summit del G-8 a La Maddalena all’ orizzonte.
● Cosa fare dal punto di vista dell’Europa? Prima di tutto occorre rilanciare il progetto europeo nel senso della “Patria europea” in contrapposizione all’”Europa delle Patrie”, facendo leva per esempio sull’Eurogruppo che, per lo meno, ha il merito di esistere su basi solide e concrete.

● Ma è anche evidente che pure per promuovere l’altro volano, quello della democrazia e dei diritti umani, i vecchi strumenti a disposizione dell’Unione europea non sono più credibili, dagli embargo, agli isolamenti, alle sanzioni, per non parlare delle azioni militari…a questo proposito – quello dell’assenza dell’Europa – vi ho preparato quattro casi di scuola che, se abbiamo tempo e voglia, possiamo esaminare.
● In conclusione, non è fuori luogo pensare che nel futuro prossimo rimarranno sulla scena solo 4-5 protagonisti: il punto è se noi, Europa, saremo tra questi. E a forza di vagheggiare di G8, G13, G20 o Gchipiùnehapiùnemetta, si finisca, per ragioni di semplificazione per avere un G2 secco, come già qualcuno propugna, con la Cina unicamente concentrata sugli Usa e viceversa, visti i rapporti così interconnessi: mercati Usa in cambio di liquidità cinese.
● Teniamoci dunque stretti i due maggiori assets di quest’Europa: il mercato interno e l’Euro.
Italia
● Allora quale risposta per l’Italia? Dal punto di vista dell’Italia, non è detto che – sebbene piccola – debba sentirsi destinata a soccombere inevitabilmente nel nuovo ordine internazionale. Un buon esempio lo danno quelle centinaia di piccoli imprenditori che raccolgono con successo le sfide poste dalle nuove frontiere. Soccombere non è un destino ineludibile, quindi. Intanto perché, diversamente dagli Usa, non abbiamo un problema di perdita di supremazia, né abbiamo complessi di grandeur come i nostri amici francesi.

“Sentirsi piccoli” e “avere paura del futuro” non sono necessariamente sinonimi. Basta guardare ai paesi nordici. Come dice un economista svedese citato nel libro di De Benedetti e Rampini, Centomila punture di spillo, “Non è malgrado la globalizzazione, ma è grazie alla globalizzazione che i nostri paesi vanno bene e sono ottimisti”.
● E non si tratta di schierarsi a favore o contro la globalizzazione semplicemente perché è un fenomeno inarrestabile – come essere pro o contro la scoperta dell’America – ma piuttosto è essenziale capire come adattarci per non finire dal lato sbagliato della storia. Il rischio per l’Italia è che in questa fase, invece di guardare avanti si finisca per fare un balzo all’indietro: protezionismo, nessun investimento nella ricerca e nell’istruzione superiore, rifiuto della meritocrazia a favore dei soliti aiutini, difesa di inesistenti interessi nazionali, come nel caso di Alitalia e di Autostrade…ecc….
● Lo “scudo” contro i fondi sovrani stranieri, metterci al riparo di Opa ostili e perseguire l’italianità, non sono la panacea né devono diventare la mazzata finale su tutti gli sforzi che abbiamo fatto in questi anni per attrarre gli investimenti stranieri!
● Ben vengano regole anche per i fondi sovrani, soprattutto se prese a livello europeo (eventuali tetti, stop alla partecipazione in settori strategici o quant’altro). Ma mi chiedo: il fatto che il fondo emiratino Mubadala Investments da anni detiene il 5% della Ferrari, una delle bandiere più alte del Made in Italy, significa che la vittoria nel mondiale costruttori del 2007 è stata meno italiana? E la Juventus, la Vecchia Signora, tanto per parlare di simboli, il 7,5% del suo capitale è in mano ai libici: è questa è la causa della sua sconfitta con l’Arsenal in Champions League o, viceversa, quando vince la sua vittoria è per questo svilita? E posso andare avanti così, evocando la presenza del Kuwait in Generali, di partecipazioni cinesi in Benelli e in Sergio Tacchini, di quelli indiani nei gruppi Fiat e Bellora…e di Air France in Alitalia…
● Con questi chiari di luna meglio allora attenersi al “Metodo Wimbledon”: non importa se l’insalatiera d’argento va ad uno straniero purché la finale del torneo sia giocata dai migliori giocatori del momento.

Ovvero, non importa la nazionalità del padrone dell’impresa, purché il prodotto o il servizio al consumatore sia il migliore possibile.
● Vengo al punto: noi dobbiamo essere in grado d’interpretare i nuovi rapporti di forza internazionali, valutare la direzione del cambiamento, intercettare le tendenze di lungo periodo, se non vogliamo prendere decisioni sbagliate come quella di chiuderci su noi stessi, nei localismi, nelle radici e nelle padanie varie, visto che siamo a Pavia…Dobbiamo, insomma, stare attenti a non sbagliare epoca, a non sbagliare politica, a non sbagliare obiettivo.
● L’Italia è già in grandissimo ritardo proprio perché ha perso tempo prezioso facendo per anni un’analisi sbagliata dei mutamenti in corso e impiegando troppo tempo nel mettere a fuoco Cina, India e qualche altra economia emergente o già emersa…E, peggio mi sento, vivendo il tutto come una “invasione” perpetua: di immigrati, di prodotti contraffatti, di capitali stranieri, vedi i fondi sovrani…E nutrendoci, ad adiuvandum, di stereotipi e pregiudizi…
● Tutto questo, e soprattutto le nuove masse in movimento, genera “paure”, stravolge i nostri abituali punti di riferimento, si ha la sensazione che stiamo perdendo una parte della nostra sovranità…ma questa è un’altra storia…Se la diagnosi prospettata da Tremonti nel suo best-seller “La Paura e la Speranza”, che ha alimentato molto la prima e poco la seconda, fosse così azzeccata come molti dicono, allora non si capisce perché non si è subito messo mano ad una terapia di contrasto efficace: per sostenere il reddito, per alimentare i consumi, per finanziare gli investimenti, per esempio.

Invece la cura da somministrare è stata all’insegna di “Dio, Patria e Famiglia”, con la convinzione che il pericolo veniva da Oriente, a cominciare dalla Cina, invece lo Tsunami finanziario che ci ha investito è venuto dal cuore dell’Occidente…

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*

 caratteri massimo. Il testo eccedente verrà troncato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>