Chi si ricorda del golpe in Bankitalia?

Sono passati esattamente non tre secoli ma appena trent’anni, eppure chi ricorda – in questo Paese senza memoria storica – che nel marzo del 1979 un ciclone investì la Banca d’Italia, portando all’incriminazione del governatore Paolo Baffi (un galantuomo cui il carcere fu risparmiato solo per l’avanzata età) e all’arresto del suo braccio destro, vicedirettore generale e capo della Vigilanza Mario Sarcinelli? Le accuse erano pesantissime: favoreggiamento e interesse privato in atti d’ufficio per mancato esercizio di uno dei fondamentali compiti dell’istituto di emissione: addirittura la vigilanza sul sistema bancario. In realtà si trattava di un gioco violento, manifestamente strumentale (e politicamente targato) di quei settori della magistratura romana che avevano fatto del Palazzaccio “il porto delle nebbie” e che usò come braccio armato dell’operazione il giudice istruttore Antonio Alibrandi e il sostituto procuratore Luciano Infelisi. Ebbero partita vinta per due anni, costoro, ma alla fine dovettero arrendersi all’evidenza che avevano voluto ignorare, e il proscioglimento totale di Baffi e Sarcinelli (nel frattempo scarcerato, ma fino all’ultimo umiliato) restituì pur tardivamente la dovuta onorabilità a due rispettati servitori dello Stato. E tuttavia enorme fu il danno personale e istituzionale di quella malvagia operazione, che aveva suscitato in Italia e all’estero un’ondata di indignazione quasi generale: solo il presidente del Consiglio dell’epoca, Giulio Andreotti, tacque sempre, e ostinatamente.

Mentre lo scomparso sen. Nino Andreatta, allora responsabile dell’ufficio credito della Dc, non solo difese energicamente i due dirigenti della Banca ma non si trasse indietro quando Alibrandi e Infelisi, quasi per intimidirlo, lo convocarono d’imperio in procura perché “giustificasse” la solidarietà sua e di altri 146 docenti di economia nei confronti degli inquisiti.Danno comunque enorme, dicevo: con insolita dignità il governatore si era quasi subito dimesso (e al suo posto s’insediò qualche mese dopo Carlo Azeglio Ciampi, destinato più tardi ad essere eletto presidente della Repubblica); la credibilità dell’Istituto fu per un lungo momento scossa sul piano internazionale; e soprattutto molti anni dopo potè accadere che qualcuno – il successore di Ciampi, Antonio Fazio – provasse a contare sul restituito prestigio di Bankitalia per coinvolgere se stesso, la moglie e i “furbetti del quartierino” in un traffico (stavolta sì uno scandalo vero), che costrinse lo stesso Fazio ad abbandonare il governatorato in fretta e furia.Torniamo ai fatti. Formalmente l’accusa nei confronti dei due economisti era di non aver inviato ai giudici una relazione degli ispettori di Bankitalia sull’attività del Cis (Credito industriale sardo) per quanto riguardava certi finanziamenti in cui aveva goduto l’industriale Nino Rovelli. Accusa pretestuosa, dimostreranno i documenti. In realtà la molla che aveva fatto scattare l’accusa a Baffi e le manette a Sarcinelli era un’altra, ben altra.

Era che Sarcinelli, con la totale copertura di Baffi, era diventato in quegli ultimi anni uno dei più ferrei (e odiati) controllori delle banche italiane. Due esempi per tutti, e non casuali: era stato lui, Sarcinelli, ad aver disposto lo scioglimento del consiglio d’amministrazione dell’Italcasse (il coordinamento di tutte le Casse di risparmio del Paese), cioè di quello che era allora il più importante centro di potere creditizio, naturalmente controllato dalla Dc. Ed era ancora lui ad aver spedito alla magistratura un rapporto ispettivo, su questo carrozzone, da cui emergevano pesanti ipotesi di reato (in primo luogo peculato: non era ancora la stagione di Tangentopoli e di Mani Pulite) a carico dei segretari dei quattro partiti del centrosinistra. E d’altra parte era stato Baffi in persona a nominare l’avv. Ambrosoli liquidatore della Banca Privata Italiana, la banca di Michele Sindona, protetto sin che fu possibile da Andreotti. Quel Sindona che, prima di essere avvelenato in carcere perché non svelasse i misteri delle sue fortune, aveva ordinato e fatto eseguire da un killer italo-americano l’assassinio dell’avv. Ambrosoli.La riprova dell’effettiva natura persecutoria dell’iniziativa dei giudici romani? Fu fornita proprio dal giudice Alibrandi, forse senza neppure rendersi conto dell’enormità delle sue stesse parole. Accadde che un giorno (21 aprile, appena un mese e mezzo dopo il mandato di cattura spiccato nei confronti di Sarcinelli), chiacchierando con il redattore giudiziario del “Messaggero” ed altri cronisti, rivelò – e mai smentì di aver rivelato – che il vicedirettore Sarcinelli era stato così duramente colpito perché, proprio in quanto capo della Vigilanza, sembrava aver preso particolarmente di mira istituti bancari in Trentino, Veneto e Sicilia, “cioè in quelle località notoriamente note come feudi democristiani”.

Scrisse il redattore del quotidiano romano: “Sorpresi di tanta franchezza, i giornalisti hanno chiesto ad Alibrandi come mai si sia fatto paladino della Dc nei confronti della presunta ‘persecuzione’ della Banca d’Italia”. Ed ecco la risposta del giudice: “Qui non si tratta di ideologie politiche ma di amministrare la giustizia ed io, come giudice, non posso non rilevare questa mancanza d’obbiettività da parte della Banca d’Italia. C’è da augurarsi che Sarcinelli impari la lezione, se un giorno o l’altro riprenderà il suo posto”. Commentò “Repubblica” in una noticina attribuita a Eugenio Scalfari: “Siamo dunque in presenza d’un magistrato il quale applica la legge per dare a un cittadino veri e propri ‘avvertimenti mafiosi’ per conto del partito di governo e lo perseguita, lo mette in carcere, lo sospende dall’incarico (la sospensione fu, con sfacciato ricatto, la condizione posta dai due magistrati per la scarcerazione di Sarcinelli, ndr), incurante delle conseguenze che questo modo di procedere potrà avere su una delle principali istituzioni dello Stato, nella speranza che quel cittadino ‘impari la lezione’ e la smetta dunque di fare il dover suo. Dichiarazioni del genere gettano una luce sinistra su una delle più delicate vicende giudiziarie di questi anni e sui legami sotterranei tra gli uffici giudiziari romani e il partito democristiano”. Come finì? Che mentre Baffi e Sarcinelli erano ancora sotto inchiesta (inchiesta che finì letteralmente in una bolla di sapone, ma dovettero passare due anni) il Consiglio superiore di Bankitalia a settembre si riunì, rese “omaggio e gratitudine” a Baffi che aveva operato “in condizioni oggettivamente difficili e talora dolorose”, e mentre nominava il dimissionario governatore presidente onorario della Banca, chiamò Ciampi (che era direttore generale) alla massima responsabilità, e confermò Sarcinelli non solo vicedirettore generale dell’istituto ma anche capo della Vigilanza.

La loro irriducibile autonomia era premiata.

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