Shoah e il mondo non è più come prima

Nel 1943, dal treno che lo sta portando ad Auschwitz, Aron Lieukant trova il modo di inviare una lettera ai figli, Berthe e Simon, in cui raccomanda loro di non bere bevande ghiacciate quando sono sudati. Memoria significa ricordare, come un bene inestimabile che aiuta tutti noi a vivere e ad affrontare il male, parole come queste. Esse – come molte altre di tante altre vittime della Shoah, integre nonostante l’orrore – ci dicono che la Shoah non è solo una storia di vittime, ma anche di eroi, morti in modo orribile ma umanamente da signori e da vincitori. Sei milioni di storie simili e ognuna irripetibile, scolpite per l’eternità. Il modo più giusto di onorare quei morti e i pochi sopravvissuti sarebbe ricordarli uno per uno, ognuno eterno, protagonista di una Storia Sacra. Aron Lieukant – simbolo di tanti altri come lui – ridà senso alla vita, all’umanità negata dalle inaudite atrocità del Lager e della soluzione finale, le quali potrebbero facilmente indurci a credere che l’intera creazione o almeno l’intera storia dell’uomo siano un non-senso e farci rimpiangere che la vita, per volontà di Dio o capriccio di molecole, abbia avuto inizio. Rispetto a Lieukant e a quelli come lui, il Terzo Reich appare non solo atroce, ma anche un’enfasi miserabile, una pagliacciata sanguinosa che si voleva e si annunciava millenaria ed è durata dodici anni, meno del mio scaldabagno. Una figura che lo rappresenta adeguatamente potrebbe essere quel guardiano nazista in un Lager in Polonia particolarmente sadico che, quando sta per venire ucciso dai deportati in rivolta, li supplica: “Signori, vi prego, lasciatemi vivere”, chiamando così “signori” coloro che sino a poco prima, inermi, egli torturava.

“Sputa almeno in faccia agli assassini”, esorta Leon Weliczker nel ghetto di Varsavia. Talvolta un po’ di saliva sul viso di un boia basta a lavare lo sterco dalla faccia del mondo. Lo schiaffo, materiale o morale, del debole allo strapotente carnefice è una grande lezione. Fra gli stereotipi razzisti c’era pure quello dell’ebreo strisciante e imbelle e difficilmente i nazisti avrebbero pensato che potesse succedere qualcosa come ad esempio – ma non soltanto – l’insurrezione del ghetto di Varsavia, che un ghetto potesse divenire un campo di battaglia da conquistare palmo a palmo, a fatica. L’ ebreo, per il loro razzismo omicida, era non solo un essere pericoloso e velenoso da sopprimere, ma anche un debole, alla cui eliminazione – come nel caso dei minorati – collaborare con la pretesa natura, secondo un’ ideologia eugenetica della selezione naturale che ancor oggi riserpeggia in varie forme. La Shoah è stata non solo ebraica, ma universale; l’abiezione dell’odio e del disprezzo per gli ebrei mostra l’infamia e l’imbecillità di odiare e disprezzare qualsiasi comunità umana. Una Shoah è sempre possibile, è sempre dovunque in agguato, contro chiunque; celebrando il 25 gennaio 2007 il Giorno della Memoria, il Presidente Giorgio Napolitano citava le parole di Primo Levi: “Pochi paesi possono essere garantiti da una futura marea di violenza generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali”.

Ogni popolo disprezzato rialza prima o dopo la testa; gli ebrei che hanno affrontato la Shoah e fondato Israele dovrebbero insegnare, per sempre, a non disprezzare nessuno, persona o popolo, perché ogni persona o popolo disprezzato e umiliato dà, prima o dopo, a chiunque una lezione di dignità e di coraggio. Chi è troppo sicuro di vincere sempre, dice il grande scrittore ebreo Manès Sperber, rischia di diventare facilmente un “cocu de la victoire”, un cornuto della vittoria. Ogni forma di antisemitismo – anche quello impalpabile, latente, materialmente inoffensivo – è grave non solo per la viltà morale e la stupidità che esso dimostra, ma anche e soprattutto perché contribuisce a fecondare, a concimare, come uno sterco, il terreno in cui può nascere e prosperare Auschwitz. Il nazismo aveva voluto distruggere l’ebraismo diasporico, una delle grandi civiltà della storia del mondo, tanto più grande quanto più diffusa oltre ogni frontiera, universale perché capace di restare se stessa divenendo pure altra, arricchita da altre culture e capace di arricchirle. Una delle tante distorsioni alla base dell’antisemitismo è la presunta e rinfacciata estraneità dell’ebreo – comese Disraeli, non per questo meno ebreo, non fosse anzitutto uno dei grandi uomini politici dell’impero britannico; come se Heine, così profondamente radicato nell’ebraismo, non avesse espresso, come gli riconosceva Bismarck, la più profonda anima tedesca nei suoi Lieder, rivelandosi così uno dei più tedeschi fra i poeti tedeschi.

Come se Primo Levi non fosse uno dei più grandi scrittori italiani. Furono spesso le leggi razziali a costringere molti ebrei – come ricorda Cesare Cases – che prima si sentivano soprattutto tranquillamente italiani, a confrontarsi con la loro peculiarità. L’ebraismo diasporico è sopravvissuto alla più terribile delle persecuzioni, dimostrando un’indistruttibile vitalità radicata in valori che trascendono il tempo, in una sacralità della vita che per secoli aveva affermato, anche nei momenti più tremendi, gli essenziali legami umani, la gioia di vivere, di amare e di godere, l’amore per il riso e la festa, quello humour che si rivolge pure a Dio con l’irriverente confidenza del figlio, così sicuro dell’amore e della fiducia del Padre da potergli anche tirare la barba e ricordargli il ritardo nell’adempimento di tante sue promesse; quell’umorismo e quel riso che erano espressione della religiosità vissuta in tutta la persona e inducevano un santo chassidico, un maestro dell’ebraismo orientale, a dire che, certo, l’uomo viene dalla polvere ed è destinato alla polvere, ma nell’intervallo può bersi qualche buon bicchierino. Anche per questo la dibattuta domanda su cosa significhi essere ebreo ha potuto divenire una delle espressioni più forti per porre la domanda su cosa significhi essere uomo. Credo sia accaduto a molti altri quello che è accaduto a me, ovvero di ritrovarmi, quasi di identificarmi in questo spirito dell’ebraismo, scoprendovi quasi uno specchio di me stesso, della mia vita e della ricerca del suo significato.

La Shoah è la prova più terribile che ogni delitto è anche autolesionista, un suicidio, la distruzione di una parte di se stessi. Il Male è anzitutto stupido. I milioni di morti della Shoah sono anche un esercito di caduti che ha contribuito, involontariamente ma in misura determinante, a salvare la libertà nel mondo. Lo sterminio nazista non è stato solo un immane crimine, ma anche un delirante suicidio. Il patriottismo e anche il nazionalismo tedesco erano diffusi fra gli ebrei di Germania, che si sentivano spesso portatori della cultura tedesca – specie nell’Europa centro-orientale – e avevano combattuto con passione per la loro patria tedesca nel primo conflitto mondiale, come indica l’alto numero di croci di guerra loro assegnate. La grandezza della Germania si fondava pure sulla simbiosi ebraico-tedesca e il nazismo, distruggendola, ha distrutto la centralità politico-culturale della Germania in Europa. Neppure il nazismo è riuscito sempre a sradicare l’amore ebraico per la Germania, talora paradossalmente tinto d’orgoglio. Si potrebbero citare molti esempi, come quel professor Kraus, deportato a Terežin dove muore a ottantaquattro anni e dove si ostina, fino alla morte, a tenere ai ragazzi deportati e morituri come lui corsi di letteratura su Lessing, Schiller, Goethe, citando a memoria lunghissimi brani del Faust, per trasmettere loro l’amore per quella letteratura. Così il fratello del grande studioso di mistica ebraica Gershom Scholem, anch’egli in gioventù convinto ammiratore della Germania di Lessing e di Goethe e riuscito a scampare allo sterminio, diceva tanti anni più tardi, in Israele, a chi lo provocava chiedendogli se era ancora di quell’opinione: “Certo.

Non crederete mica che un Hitler qualunque possa farmi cambiare idea”. Senza i milioni della Shoah, senza le leggi di Norimberga, il nazismo sarebbe durato più a lungo, chissà quanto, per il male di tutta l’umanità. Gli ebrei hanno pagato per la salvezza del mondo più di tutti, per tutti. In questo senso, forse solo in questo senso, vale la definizione di “popolo eletto”, che tanto irritava Croce – forse giustamente, nonostante alcune sue espressioni brutalmente fuori posto, su cui si è soffermato Roberto Finzi, poiché è ragionevole pensare che non esistano popoli prediletti né rifiutati. Ma è certo che con nessun altro popolo come con quello ebraico abbiamo tutti contratto un debito così alto. La Shoah è uno spartiacque, dopo il quale il mondo non è più come prima e non lo si può pensare come prima. Il senso e l’ordine delle cose, il rapporto tra progresso e barbarie, il significato dell’umano, sono passati anch’essi attraverso i forni crematori. Dopo Auschwitz, ha scritto Adorno, è impossibile scrivere poesie; se vogliamo vivere, dobbiamo smentire questa sentenza, che infatti èstata smentita pure da poeti che hanno vissuto quell’orrore irrappresentabile, ma è impossibile scrivere poesie senza fare i conti con quel divieto, senza assumere nella poesia il peso di quella svolta mostruosa. Naturalmente non basta condannare e aborrire. Occorre capire come e perché la Shoah ha potuto aver luogo. Anche la Shoah esige la comprensione storica e la storia, come sappiamo, non è né giustiziera né giustificatrice, bensì è – o dovrebbe essere – intelligenza delle cose.

Ma con ciò si pone una contraddizione, in quanto la Shoah si è trasformata da storia criminosa a evento metafisico, a male assoluto, e rifiuta di essere compresa, superata in quel giudizio storico che è, diceva Croce, “oltre il rogo” e dunque più sereno che furente. Ma è possibile guardare alla Shoah con la serenità dello storico “oltre il rogo”? Non significherebbe smussarla, relativizzarla, ridurne l’ orrore? D’altronde è angoscioso che la Shoah possa paralizzare per sempre ogni giudizio storico, “trascendere” la Storia – come afferma Wiesel – e dunque, in qualche modo, sconfiggere l’umana capacità di fare i conti con tutta la propria realtà, di cui si è artefici, vittime, complici, responsabili. Ma come è possibile inquadrarla storicamente e contemporaneamente mantenere il senso della sua assolutezza? La Shoah non è l’unica inaccettabile infamia della storia. Altre infami violenze – i gulag, la tratta dei neri, molte altre – hanno fatto anche più vittime. Popoli interi sono periti nei secoli in violenze indicibili e sono scomparsi nell’oblio, cancellati perfino dalla memoria, periti senza avere la possibilità o la forza di far giungere a noi il grido della loro sofferenza, senza che noi ne abbiamo consapevolezza o memoria. Chi ricorda Trucanini, l’ultima tasmana, l’ultima rappresentante dell’estinto e sterminato popolo aborigeno della Tasmania, che, morendo nel 1876, chiese che il suo scheletro non venisse esposto al Tasmanian Museum come quello di una specie animale estinta, come invece avvenne, dal 1878 al 1947? Chi parla dei centocinquantamila morti in Guatemala negli ultimi trent’anni, 80% per mano dell’esercito e 20% per mano della guerriglia, secondo la recente denuncia del vescovo di San Marcos, Alvaro Ramazzini Imeri? A questi milioni di oscuri di ieri dell’altro ieri di oggi dobbiamo altrettanta attenzione e memoria in quanto sono esposti all’ulteriore violenza dell’oblio, contro cui dobbiamo lottare.

Della pietra rifiutata dai costruttori, sta scritto nell’Antico Testamento, il Signore farà la pietra angolare della sua casa. Questa pietra giace – ieri, oggi – nascosta, sepolta sotto le rovine e i rifiuti. Essa va ritrovata e custodita con amore e rispetto. La memoria è il senso della coralità di tutti gli uomini, anche di quelli in quel momento non visibili, che essa rende presenti; per questo la memoria ha un valore sacro ed è, nella tradizione ebraica, uno dei più profondi attributi di Dio. Il terribile primato ebraico della sofferenza non è il suo monopolio; la Shoah, scrive Sofsky, ci ricorda che quando c’è terrore esso alla fine colpisce tutta l’umanità. Anche se altri stermini sono stati numericamente più vasti, la Shoah è un vertice dell’orrore per la simbiosi di barbarie e razionalità scientifica, di selvaggio e di tecnocratico, di arcaicità e modernità che è alla sua base. Inoltre, essa è l’unico caso in cui lo sterminio non sia stato il risultato collaterale di violenze sfruttamenti brutalità repressioni terrori, bensì un fine esplicitamente e intenzionalmente, scientificamente, programmato e voluto. Ovviamente qui non è possibile analizzare in un discorso le origini, le cause, le dinamiche dell’antisemitismo, anche perché, se la Shoah è opera del nazismo, a renderla possibile è stata pure una lunga storia dell’antisemitismo, differente a seconda delle epoche, dei contesti e delle tradizioni nazionali. “L’archivio antiebraico”, come lo ha chiamato Simon Levi Sullam, è ricco delle voci più svariate e degli stereotipi più contradditori, di elementi economici come religiosi, di volgare materialismo razzista e di pacchiano spiritualismo esoterico-aristocratico.

Certo, a facilitare l’esplosione finale della violenza è stata la sua crescita progressiva, in una serie di passi successivi, alcuni, all’inizio, perfino modesti ancorché sempre intollerabili, che inducevano a illudersi che ogni stadio fosse l’ultimo gradino della violenza e delle discriminazioni, inducendo così a un quietismo rassegnato nei confronti di quello che ci si illudeva fosse un male minore. In questo meccanismo di esitazione e autoinganno può insinuarsi un’altra componente, un razzismo per così dire moderato, che aborre sinceramente la violenza fisica nei confronti di un gruppo, ma non s’indigna veramente per vessazioni minori. Anche questo atteggiamento è un humus che aiuta la barbarie a prosperare e a crescere passo a passo. È innegabile- lo ha sottolineato ad esempio Giovanni Miccoli – che l’atteggiamento di gran parte degli italiani o, da un altro punto di vista, della Chiesa cattolica rispetto all’antisemitismo sia stato qualitativamente diverso di fronte alle persecutorie leggi razziali e allo sterminio vero e proprio messo in atto, che ha risvegliato molte coscienze prima dormienti, passive dinanzi al male e d’improvviso invece capaci di resistergli, di sfidarlo per aiutare coloro al cui vilipendio prima avevano assistito con un dissenso tanto più debole. Il male è un’insidiosa ambiguità; all’inizio si insinua in situazioni complesse e sfumate, che smussano a priori la resistenza, come accadde, ad esempio, con la cacciata dei professori ebrei dall’università.

Per resistere al male e per rischiare, in questa resistenza, anche grandi sacrifici personali quando non addirittura la morte, un individuo che non sia un eroe (e nessuno è tenuto ad esserlo) ha bisogno di sentirsi inserito in un ordine di valori, condiviso da altri, che lo protegge dalla paura e dall’impulso di cedere e di fuggire e lo aiuta a stare al suo posto nella battaglia. L’anagrafe non mi ha messo dinanzi a questa prova e non posso sapere come mi sarei comportato. Un tempo pensavo che, se fossi vissuto all’epoca delle leggi razziali, mi sarei comportato con dignità. Ora non ne sono più sicuro e questo non ha a che vedere con una più realistica valutazione del mio modestissimo coraggio, sul quale non mi sono mai fatto illusioni. È che, fino ad alcuni anni fa, ci si sentiva, illusoriamente o no, parte di un mondo permeato da una cultura in cui era indiscutibile che, indipendentemente dal fatto di essere intrepidi o tremebondi, certe cose semplicemente non si fanno. È questa coscienza condivisa che conferisce all’individuo la forza di non fare quelle cose, di non sentirsi solo né patetico se in questa sua resistenza va incontro a dei guai. Oggi, in un clima culturale in cui tutto viene messo sullo stesso piano come le opinioni contrapposte e affiancate nei giornali, sembra più difficile, dinanzi alla violenza e all’ingiustizia, dire di no; salvare l’anima o, se questo è pretendere troppo, almeno non perdere la faccia. A questo allentamento dei valori contribuisce uno strisciante revisionismo malinteso.

Non il giusto, doveroso revisionismo che corregge errori e falsificazioni, riconosce le ragioni dei vinti, denuncia le colpe commesse dalla propria parte – in questo caso, dalla Resistenza – accomuna nella pietà e nel rispetto i caduti di ogni schiera. Un mio carissimo cugino è morto a diciotto anni combattendo volontario nelle brigate di Salò. Lo ricordo con tanto affetto e non mi passa per la testa di ritenermi migliore di lui, solo perché non ho avuto la possibilità, anche per l’età, di commettere il suo errore, che non diminuisce il mio commosso ricordo di lui, ma che resta oggettivamente un errore, perché se la parte per la quale egli ha combattuto ed è morto avesse vinto, il mondo sarebbe diventato Auschwitz. Questa chiara coscienza dei valori non esclude la pietà e non impedisce il dialogo, ma anzi lo rende reale, onesto e non equivoco. L’antisemitismo, che oggi vediamo con sgomento di nuovo all’ opera, sia pur in sordina, può avere molte facce, anche molti nomi. Può chiamarsi antisionismo, quando nega allo Stato di Israele il diritto di esistere o ne auspica la distruzione, il che è ben diverso dal criticare, a torto o a ragione, l’una o l’altra politica dell’uno o dell’altro governo israeliano, suscettibile di critica o di consenso come ogni governo di ogni paese. Lo stesso termine è ambiguo, perché presuppone una categoria razzial-zoologica, dai connotati metastorici; confesso di non sapere bene cosa significhi che io, ad esempio, sia ariano, mi troverei in difficoltà ancora maggiore a indicare con precisione i camiti e ad attribuire loro virtù o vizi eterni come le Idee platoniche; so che anche gli arabi sono semiti e che un generico disprezzo o odio nei loro confronti è antisemitismo bello e buono, perché Ismaele è figlio di Abramo.

Certo, come dice un verso di Brecht, il grembo che produsse mostri quali l’ antisemitismo è ancor fecondo. Dopo l’antisemitismo – ha scritto Egon Schwarz, il saggista viennese di famiglia ebraica che riuscì a lasciare Vienna subito dopo l’Anschluss – la cosa peggiore è il filosemitismo. Il filosemitismo è infatti sospetto; può indicare una cattiva coscienza o la preoccupazione di nasconderla, agli altri o a se stessi; suona talora stridulamente come una excusatio non petita, una affannata ostentazione di sentimenti buoni o politicamente corretti. Il filosemitismo rivela spesso insicurezza e imbarazzo nei confronti degli ebrei e può coprire un represso e livido antisemitismo. Per quel che concerne Israele, chi considera la sua esistenza come una minaccia alla pace è indubbiamente antisemita e va bollatoe combattuto. Altra cosa è il giudizio sulla politica dell’ uno o dell’ altro governo israeliano; giudizio che può essere contestato, ma che non per questo è lecito considerare espressione di antisemitismo, anche perché Israele, come ogni Stato, non può essere identificato tout-court con la politica dei suoi governi. Per questo pure Pier Vincenzo Mengaldo – il cui volume La vendetta è il perdono è una summa di tutta la letteratura sulla Shoah – ha auspicato, come avevo scritto anch’ io, di “tener sempre distinta la Shoah dalle questioni che riguardano lo Stato d’Israele”. Siamo qui, oggi, per ricordare la Shoah tramite uno dei più grandi valori trasmessi dalla civiltà ebraica, la Memoria.

Essa non è il passato, bensì l’eterno presente di tutto ciò che ha senso e valore: l’amore, la preghiera, l’amicizia, la sofferenza, la felicità. Tutto ciò che ha senso “fa parte della storia del cosmo”, per citare un passo di Singer; ciò che è soltanto funzionale sparisce nell’oblio, appena esaurita la sua funzione, ma tutte le cose essenziali sono nell’eternità del loro presente. Shakespeare è, non era, un poeta. Memoria significa pure rapporto con la propria identità e consapevolezza – ma non stolta e feroce idolatria – di quest’ultima. La memoria è anche una garanzia di libertà; non a caso le dittature cercano di cancellare la memoria storica, di alterarla o distruggerla del tutto. Le tirannidi la deformano, i nazionalismi la falsificano e la violentano, il totalitarismo soft di tanti mezzi di comunicazione la cancella, con una insidiosa violenza che scava paurosi abissi fra le generazioni. La memoria ebraica può parlare a nome di tutte le vittime del mondo e della storia.. La memoria guarda avanti; si porta con sé il passato, ma per salvarlo, come si raccolgono i feriti e i caduti rimasti indietro, per portarlo in quella patria, in quella casa natale che ognuno, dice Bloch, il filosofo dell’utopia e della speranza che nutrì il suo pensiero sociale e rivoluzionario con lo spirito dei Profeti biblici, crede nella sua nostalgia di vedere nell’infanzia e che si trova invece in un futuro liberato, alla fine del viaggio.

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