Quel dialogo interculturale necessarioalla scuola

Onorevole Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi: come democratici, nell’esaminare la proposta di risoluzione dell’On. Garagnani, non riusciamo a condividere né le premesse, né la conclusione.Sul timore di un amalgama indistinto in cui la storia italiana ed europea perde di valore, oltre alla tolleranza e al rispetto, ci muove la convinzione positiva che una società “a patchwork” sia una forza, non una debolezza. Vale forse la pena di riprendere per intero questa citazione di Barack Obama dal suo discorso d’insediamento. Rivolgendosi ai terroristi dice: «Vi sconfiggeremo. Perché, lo sappiamo, il nostro retaggio “a patchwork” è una forza e non una debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti e non credenti. Noi siamo formati da ciascun linguaggio e cultura disegnata in ogni angolo di questa Terra; e poiché abbiamo assaggiato l’amaro sapore della guerra civile e della segregazione razziale e siamo emersi da quell’oscuro capitolo più forti e più uniti, non possiamo far altro che credere che i vecchi odi prima o poi passeranno, che le linee tribali saranno presto dissolte; che, se il mondo si è rimpicciolito, la nostra comune umanità dovrà riscoprire se stessa».Senza negare i problemi dell’immigrazione, specie recente, chi abbia vissuto all’estero – ho lavorato tre anni a Stoccarda e visitato per lavoro Danimarca, Olanda e Francia – trova frettolosa la liquidazione del modello d’integrazione nord-europeo come un totale fallimento; e trova invece verosimile che integrazione, sicurezza e pace interna crescano bene nella direzione del melting pot americano, basato su conoscenza reciproca, valorizzazione di tutte le tradizioni pacifiche e solidali, religiose o culturali, all’interno di un unico patriottismo costituzionale; e viceversa diminuiscano, qualora l’identità dei padroni di casa sia imposta a viva forza, e, naturalmente contro le intenzioni dei proponenti, venga avvertita come una manganellata anziché come un’accogliente pacca sulla spalla.Risulta poi impossibile condividere la riflessione dell’editorialista Magdi Allam secondo cui non deve essere consentito di vivere in Italia a chi non rispetta le leggi italiane, non accetta i valori della società italiana e non aderisce alla comune identità nazionale italiana che si ricollega prevalentemente alla tradizione giudaico-cristiana; questo concetto – sostiene sempre l’editorialista – deve valere per tutti i cittadini italiani e le persone che provengono da Paesi stranieri.

A un cittadino tedesco di religione musulmana, Magdi Allam non consentirebbe, ad esempio, di risiedere in Italia, per ben due ragioni: non aderisce all’identità italiana né si ricollega, prevalentemente, alla tradizione giudaico-cristiana. Alla faccia del dialogo interculturale! che invece, nel parere sul programma culturale 2009 dell’Unione Europea, abbiamo sentito il dovere di precisare (ieri, qui, all’unanimità, in una delle osservazioni) come primo obbiettivo. Appare lontano anni luce anche De Gasperi, nato nel cattolicissimo Impero Austro-ungarico, al quale la compresenza di diverse nazioni nell’unico stato asburgico forní la soluzione del problema altoatesino e l’idea dell’Unione Europea. Fonti forse non familiari al dottor Allam (italiano e cattolico da troppo poco), ma ben note, penso, a molti colleghi della maggioranza, dovrebbero essere sufficienti a stroncare il suo punto di vista illiberale: «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»; ed «è doveroso che sia legalmente riconosciuto ed effettivamente rispettato il diritto di libertà di coscienza di tutti i cittadini, come pure degli stranieri che vi risiedono, anche temporaneamente, per motivi di lavoro o altri». La prima citazione è l’art. 3 della Costituzione; la seconda è il messaggio di Giovanni Paolo II per la XXI Giornata Mondiale della Pace del 1988.

Poiché, infine, nella nostra scuola, lo ricordava il sottosegretario Pizza nella seduta del 4/12 scorso, «la nascita della religione cristiana, le sue peculiarità e il suo sviluppo così come le vicende dei rapporti tra Stato e Chiesa, con particolare riferimento all’Italia, già sono oggetto di studio nell’insegnamento della storia sin dalla scuola primaria e rappresentano, trasversalmente, l’asse portante di altri insegnamenti», il rimedio sembra peggiore del male. Senza aggiungere quasi niente, irriterebbe i professori, gelosi della loro libertà d’insegnamento, costituzionalmente garantita.Spingerebbe, per reazione, le diverse comunità etniche e religiose alla ghettizzazione e alla difesa esasperata della propria identità, in opposizione a tutte le altre. Un bel risultato. I rischi, se questa risoluzione fosse non solo approvata in commissione, ma anche attivamente recepita dal governo, ci sembrano molto gravi. «Assai delicate –infatti– sono le situazioni in cui una norma specificamente religiosa diventa, o tende a diventare, legge dello Stato, senza che si tenga in debito conto la distinzione tra le competenze della religione e quelle della società politica. Identificare la legge religiosa con quella civile può effettivamente soffocare la libertà religiosa e, persino, limitare o negare altri inalienabili diritti umani». Quest’ultimo prudente avvertimento non è di un pericoloso nichilista, ma viene anch’esso da Giovanni Paolo II, nel Messaggio per la XXIV giornata mondiale della pace, 8 dicembre 1990, significativamente intitolato Se vuoi la pace, rispetta la coscienza di ogni uomo.

Vogliamo, per questo, dire che la Chiesa dà ragione a noi che voteremo senza esitazione contro questa risoluzione? No, siamo un partito laico e rispettoso dell’avvertimento secondo il quale “a nessuno è lecito rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa” (n. 43 Gaudium et Spes). Abbiamo solo segnalato gli argomenti forti, civili e religiosi, per i quali voteremo contro questa risoluzione, a nostro avviso incostituzionale almeno nello spirito, dannosa e controproducente rispetto al fine dichiarato dell’integrazione; e abbiamo sottolineato che «i teocon, come chiunque altro, hanno tutto il diritto di trarre dal loro atteggiamento verso la religione l’orientamento politico che credono, e di operare secondo i loro princípi e interessi. Ma né essi – né chi la pensa all’opposto – possono pretendere di tirare l’Altissimo dalla loro parte».1 Giandomenico Mucci S.I., «Neocon e teocon», su: La Civiltà Cattolica 2009 I 24-29; ripreso daClaudio Magris, «Dio, fede e confusione», in Corriere della Sera, 26 ottobre 2006.

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