In ricordo di Carlo

Il ricordo di Sandra Bonsanti e Elisabetta Rubini // Un giorno, quand’ero ragazzo, con mio padre incontrammo Carlo Caracciolo a Piazza del Popolo. Aveva una copia del Telegrafo di Livorno sotto al braccio. “Ho comprato il Telegrafo” disse. “Vedo”, rispose mio padre. “No, non hai capito: l’ho comprato sul serio”, replicò Carlo con espressione sorniona. Sarebbe poi diventato “Il Tirreno”, tra le prime testate di quella rete di giornali locali che avrebbe costituito un’altra delle sue sfide editoriali dopo l’Espresso e Repubblica.
Carlo amava sorprendere e si divertiva a vedere l’effetto che sortiva. Mi ricordo di quella volta che andò a trovare il sindaco missino di Latina e riconobbe in lui un ex repubblichino che lo aveva condannato a morte quand’era alla macchia. Aspettò la fine della conversazione per togliersi lo sfizio di ricordarglielo ma amabilmente, com’era nel suo stile.
Carlo era come un’aquila reale, una specie in via di estinzione. Da una parte uno charme, una signorilità di cui oggi si sente un grande bisogno – quella di non guardare mai il prossimo dall’alto verso il basso – dall’altra un anticonformismo che in pochi potevano permettersi. Per anni, ad esempio, in un’epoca in cui imperversavano gli status symbol, girava su di una sgangherata FIAT 127 color senape tappezzata di cicche di Camel senza filtro, le sue sigarette preferite.

Oppure, in tempi ancor più remoti, andava a fare i bagni all’Argentario sul mitico Fior di Mare, non uno yacht di lusso ma una specie di gozzo cabinato dove a starci in quattro si faceva fatica.
Dipingeva Berlusconi come un “bugiardo patologico”, ma anche lui tendeva a depistare. Se diceva che stava andando a Milano è probabile che andasse a Roma, e viceversa. E quando ti dava buca ad un appuntamento ti accoglieva con quell’inconfondibile “accidenti…” per giustificare la sua dimenticanza ma in realtà è probabile che nascondesse un improvviso incontro galante.
Attraverso il padre Filippo aveva assorbito l’azionismo e l’antifascismo lamalfiano ma era anche mezzo americano, un aspetto altrettanto fondamentale per comprendere la sua visione del mondo e un suo certo modo di essere. Amava s’encanailler, come dicono i francesi e, nella sua levità, era coraggioso, sprezzante del pericolo, come quei ragazzi aristocratici che in guerra andavano verso la morte con un certo senso di superiorità, al limite della strafottenza.
Lo stesso coraggio con cui ha affrontato la lunga malattia e la stessa levità con cui lunedì se ne è andato.

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