“Determinato, inventivo, battagliero: mai vinto”

Ho conosciuto Carlo Caracciolo da bambina, nume tutelare di quel mondo affascinante e pervasivo che è stato per me il gruppo Espresso, la cui storia e le cui battaglie hanno dominato la mia giovinezza, avendo mio padre lavorato all’Espresso e con Caracciolo tutta la vita. Per me, lettrice quotidiana di Repubblica dalla sua nascita e di Espresso da sempre, Caracciolo ha continuato a rappresentare negli anni il garante di quella cultura laica, solidale, libertaria che ha presieduto alla nascita del più importante e innovativo gruppo editoriale italiano. E soprattutto parte di quel gruppo di persone, legate da una comune esperienza antifascista, da indipendenza di pensiero, da passione per i giornali, che ha condotto il gruppo attraverso decenni di battaglie non facili, prima fra tutte quella per la propria sopravvivenza. Lo ho incontrato di nuovo in anni recenti, nell’ambito delle battaglie giudiziarie ingaggiate per far accertare la corruzione dei giudici nella “guerra di Segrate” per il controllo del gruppo Mondadori: da protagonista di quella vicenda a testimone pacato, lucido, preciso malgrado il polverone mediatico e le mistificazioni persecutorie con cui gli imputati hanno tentato di soffocare quel processo. E poi ancora quale socio fondatore e sostenitore di Libertà e Giustizia, nata per tenere in vita la stessa cultura laica e liberale che aveva dato origine all’Espresso e per resistere alla deriva populista e antiistituzionale che affligge da molti anni il nostro paese, per riaccendere la speranza in una visione democratica che superi le debolezze, sia storiche che recenti, delle formazioni politiche di sinistra.Un uomo determinato, inventivo, battagliero, mi viene da dire: mai vinto.

Forse il ricordo più vivo è di una serata recente, in occasione di un incontro di Libertà e Giustizia, quando raccontò – così, improvvisamente – la volta in cui, partigiano di diciassette anni, venne catturato in Val d’Ossola e condannato a morte. Lo chiusero in un’aula di una scuola, usata come prigione e lì passò la notte prima della sua esecuzione – che poi miracolosamente non avvenne – a leggere i lirici greci nella traduzione di Quasimodo e ne fu consolato, tanto da addormentarsi serenamente.
* Elisabetta Rubini fa parte del Consiglio di presidenza di LeG

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