Se nessuno decide sul volto della città

“L’urbanistica è il volto di una città, le sembianze urbanistiche, le trasformazioni di un luogo sono di dominio pubblico. Eppure le regole che le governano appartengono a un campo opaco, una spazio d’azione non del tutto decifrabile”. Matteo Bolocan Goldstein geografo e urbanista del Politecnico di Milano parla di “crescita disordinata” e prende a prestito un titolo di Robert Dahl, chi governa l’urbanistica, per affrontare il tema della committenza a Milano, al centro del secondo incontro organizzato da Libertà e Giustizia sul tema Quale Milano? Protagonisti del dibattito dal titolo “Quale committenza, chi decide le sorti della città?”, oltre a Matteo Bolocan, Luigi Mazza (Politecnico), uno dei più autorevoli urbanisti italiani, e Roberto Rho, capo della redazione milanese di Repubblica.
“I tentativi di governare la città, almeno negli ultimi 15 anni, sono stati numerosi – spiega Bolocan – ma da parte della politica e delle amministrazioni l’atteggiamento è stato più negoziativo che strategico: prima si sono pensati e realizzati i grandi insediamenti residenziali e gli interventi pubblici, i collegamenti per esempio, sono arrivati dopo, a posteriori, non erano inclusi nel progetto”. Non è solo una questione di progetto, “è la mancanza di politica il tratto oggi dominante di un città che cambia di continuo e che rischia di rimanere orfana di rappresentanza”.

La cartina di tornasole sono “le antipatie degli amministratori verso i conflitti e il pullulare in città di comitati contro questo o quel progetto. Resta da interrogarsi se le scelte pertengano solo al territorio della città e non si debba invece guardare oltre i confini urbani”.
L’urbanista Luigi Mazza azzarda una metafora: “Le città sono delle classi dirigenti che le costruiscono, ma il rapporto tra le classi dirigenti e le loro città è pari a quello che i turisti hanno con gli alberghi: di puro consumo”. Una situazione ormai radicata, visto che “storicamente chi governa Milano dimostra disaffezione per il contesto in cui opera; la maggior parte degli intellettuali milanesi è convinta che la città finisca con i navigli”. Citando Piovene, “questa è una città che non ama la storia”, Mazza fa riferimento alle recenti polemiche sul parcheggio sotto la basilica di Sant’Ambrogio. “negli ultimi due secoli Milano non ha mai applicato il piano urbanistico. Li ha fatti e poi disattesi”. Ma più che puntare il dito sui politici, Mazza invita a farne “un discorso di valori e di rispetto della memoria. Chi decide la città? Alla fine, nessuno. Bisognerebbe avere il coraggio di dire, a dispetto di ogni speculazione: quel parcheggio sotto la basilica non si fa, perché quella è Sant’Ambrogio, cuore della storia di Milano. Bisognerebbe rompere gli schemi e dire che per fare una grande biblioteca ci vogliono molti lettori, non un gigantesco edificio che rimarrà vuoto”.

Nel dibattito le due tesi si incrociano e dall’inconsistenza della politica, alla connivenza dei politici il passo sembra breve, quasi scontato. Nella sala conferenze di Villa Necchi Campiglio, di proprietà del Fai, c’è anche Giulia Maria Crespi che ha fondato e presiede il Fondo per l’ambiente italiano. La sua preoccupazione “è per le periferie tanto trascurate”, “per l’hinterland di cui nessuno si occupa”. La Crespi snocciola esempi, come “il Parco Sud pensato e progettato per gli orti di Milano, ma sempre più eroso dalla cementificazione selvaggia”, come le direttrici di accesso alla città “se arrivi dalle valli bergamasche devi partire alle cinque del mattino e non è certo la distanza a imporlo”.
Tutta acqua al mulino di Mazza che ribadisce: “E’ un problema di cultura. L’unica logica in questa città è quella della riproduzione del capitale. Allora modifichiamo il nostro modo di pensare e puntiamo su una città che sia prodotto vivibile. E se non abbiamo idee, ripartiamo dal modello ottocentesco della casa-corte”.
Il primo incontro: Milano, un fututo da metropoli

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