Quale giustizia per un paese civile

La strategia del governo Berlusconi in materia di giustizia non manca di coerenza: con la limitazione all’uso delle intercettazioni per alcune tipologie di reati si sottrae uno strumento di indagine particolarmente pregnante, con il provvedimento sulla sospensione di un numero indefinito di processi penali si getta il sistema giudiziario nel caos, con la norma sull’immunità delle alte cariche anche per reati comuni si afferma la non soggezione del potere politico alla legge. L’aspetto più grave di questo disegno non è solo la finalità di proteggere il presidente del consiglio dalle sue pendenze giudiziarie, è anche la disponibilità di tutta la maggioranza a fare strame delle regole fondamentali del nostro sistema costituzionale in tema di giustizia, pur di compiacere il capo.I provvedimenti varati dal governo Berlusconi violano infatti vistosamente una serie di valori irrinunciabili: come ha detto con limpida chiarezza Valerio Onida a proposito della sospensione dei processi, non esiste alcuna giustificazione per tale iniziativa, né per la data indicata quale spartiacque dei procedimenti da sospendere. Si può legittimamente ragionare di provvedimenti tesi a stabilire delle priorità nella trattazione dei processi, in considerazione della situazione di permanente difficoltà nella quale versa il nostro sistema giudiziario: ma tali eventuali iniziative devono nascere da approfondite analisi delle necessità del sistema e tradursi in atti che tengano conto di tutte le variabili in gioco, quali la natura dei reati cui applicarsi, la prossimità al termine del processo, l’opportunità ed utilità concreta della sospensione etc.

La natura generica della sospensione e la sua applicazione a qualsiasi processo relativo a qualsiasi reato commesso prima di una certa data ne rivelano la assoluta strumentalità, insieme al più sovrano disprezzo per l’efficienza del sistema. Analoga valutazione merita l’esclusione di un mezzo di indagine quali le intercettazioni telefoniche per una serie di reati anche gravi: se si può convenire sulla necessità di impedire la divulgazione del contenuto delle intercettazioni finchè non vagliate da un organo giudicante, ciò è problema del tutto diverso dal vietare tout court l’uso di questo strumento per l’accertamento dei reati, anche qui senza alcuna giustificazione plausibile (che non sia che al capo non piacciono).L’immunità per le alte cariche merita – da parte dei cittadini italiani – la più viva indignazione, sotto vari profili: è di per sé un attacco al principio dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge penale, il quale costituisce un pilastro fondamentale dello stato democratico, nella sua formazione storica e nella sua configurazione moderna. Non è vero – ma neppure sarebbe rilevante – che altri ordinamenti democratici conoscano qualcosa di analogo: stabilire che il titolare di una carica elettiva sia per ciò stesso sottratto alla giustizia anche per reati del tutto estranei all’esercizio delle funzioni politiche è inaccettabile, perché contrario al concetto di giustizia quale permea la nostra Costituzione e, forse prima ancora, i nostri valori etici.

Tanto più inaccettabile diviene per il fatto che questa ferita grave al nostro assetto istituzionale viene proposta da un capo di governo il quale sarebbe il primo a beneficiarne: ciò preclude addirittura la possibilità di entrare nel merito della questione, poiché certamente incostituzionale è ogni legge che venga emanata per favorire uno o più soggetti determinati. E rende altresì patetiche le dissertazioni dei “dialogisti” a qualsiasi costo, che fingono di ignorare il contesto inquinato nel quale viene avanzata la proposta immunità, comunque di per sé indigeribile.Particolarmente grave è che sia proprio lo stato di perenne emergenza nel quale versa la giustizia in Italia a favorire l’imporsi di queste proposte indecenti: i governanti che vogliono sottrarsi ai loro giudici ne sottolineano l’inefficienza, l’indebito presenzialismo mediatico, il corporativismo – ed hanno buon gioco. Il malfunzionamento della giustizia nel nostro paese è un dato di gravità drammatica, che di per sé la delegittima come istituzione e apre la strada ai suoi detrattori (o meglio distruttori). Primarie istituzioni internazionali denunciano con sgomento la situazione della giustizia in Italia e ne sottolineano l’impatto devastante anche dal punto di vista della crescita economica e della competitività del paese; ma il tema non ha mai attratto l’attenzione dei nostri politici, neppure di centrosinistra: basti ricordare la breve durata del ministero Flick (troppo competente, troppo riformatore..) con il primo governo Prodi e lo scandalo della nomina di Mastella a ministro della giustizia nel secondo governo Prodi, con il corollario autolesionista dell’indulto, che – deciso in virtù di oscure quanto fallimentari logiche di scambio – servì in effetti a togliere qualsiasi credibilità a Prodi stesso sul terreno della giustizia.

Proprio l’esperienza passata dovrebbe indurre i nostri rappresentanti dell’opposizione a non avere cedimenti: tutti e tre i provvedimenti in materia di giustizia presentati da Berlusconi sono inaccettabili, sia per il contenuto loro proprio che per il fatto di essere strumentali ad esigenze personali del proponente. Non solo dunque perché Berlusconi si fa leggi a sua immagine e somiglianza queste vanno combattute, ma anche e soprattutto perché sono leggi cattive, che non servono al paese. Non vi è spazio alcuno per rifugiarsi in disquisizioni sulla forma (di legge ordinaria, decreto legge o legge costituzionale): in qualsiasi veste ce le vogliano propinare, di mele marce si tratta, di disposizioni che peggiorano ulteriormente lo stato della giustizia e la qualità della vita democratica nel nostro paese. Dobbiamo sperare che l’opposizione se ne renda conto e agisca di conseguenza.* L’autrice è nel consiglio di presidenza di LeG

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