L’autunno del Pd | Libertà e Giustizia

L’autunno del Pd

Mancavano solo le note de Le foglie morte a rendere sonoro l’autunno del Pd: tutti quelli che avevano creduto possibile il miracolo di un partito nuovo e forte e aperto, un partito che mostrasse ai giovani la “buona politica” e agli anziani desse la prova di non aver buttato invano l’impegno di una vita, hanno spento con un sospiro Nessuno Tv che aveva trasmesso la surreale assemblea costituente del Pd. Poi si sono attaccati al telefono: una manifestazione in autunno? Che vuol dire?
Già, che vuol dire? Paura del flop, perché gli italiani sono già andati in ferie e comunque “della giustizia e dei diritti non importa nulla a nessuno”, quello che conta è altro? Oppure un giudizio sulla situazione italiana sufficientemente sereno, perché è vero che la politica del governo non ci piace, ma non dobbiamo essere noi a rompere oltre un certo limite, dobbiamo dimostrare che è lui che non mantiene le promesse e ritorna ad essere quello che era?
Paura, infine, di esser troppo precipitosi, rischiando di assomigliare a ciò che Sergio Romano sul Corriere definisce “un’alleanza antiberlusconiana pilotata dalla sinistra giustizialista, massimalista e girotondina”?
Molte diverse paure devono aver giocato nella poco comprensibile decisione di protestare tra qualche mese. L’unica vera paura che avrebbe dovuto esser espressa, l’abbiamo dovuta leggere in alcuni commenti sui giornali e nell’annuncio di una raccolta di firme per cinque referendum fatta da Di Pietro a Castellammare.

Si tratta di avere chiara consapevolezza che le leggi che tra poco saranno approvate in Parlamento ledono, come spiega Neppi Modona sul “Sole 24 Ore” “alcune regole fondamentali dello stato di diritto e dei principi di legalità che lo sorreggono quali l’autonomia e l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere e la supremazia delle norme costituzionali (e delle sentenze emesse dalla Corte costituzionale) sulle leggi ordinarie”.
L’unico vero timore dovrebbe essere quello di chi osserva con crescente preoccupazione l’escalation antiistituzionale culminata nello sfogo minacciaoso di denunciare la magistratura “infiltrata” da giudici e pubblici ministeri “sovversivi” della volontà espressa dagli elettori.
Neppi Modona dice che nemmeno il fascismo che istituì il Tribunale speciale sottopose l’intera magistratura “a un totalitario controllo politico e disciplinare, e venne mai emessa alcuna legge per imporre ai giudici di non procedere per determinate categorie di reati”.
Pensiamo che chiamata a reagire in qualche modo a una condizione di rischio così grave, l’opposizione avrebbe dovuto rispondere in modo unitario: inventare una sorta di “piazza istituzionale” in cui si sarebbero ritrovate insieme tutte le forze che ad aprile erano contro la destra di Berlusconi. Pensiamo ancora che sarebbe utile e possibile riunire non solo parti di opposizione o di società civile, ma tutta l’opposizione e tutta la società civile.

Manifestare al più presto contro il vulnus alla giustizia, ai diritti civili: Dire ora un immenso NO alla carta di povertà (che orrore solo pensarla, da parte dell’uomo più ricco del Paese…).
In un bellissimo articolo Barbara Spinelli, su La Stampa, denuncia la opposizione anomala del Pd: diversa da quella di qualunque altro grande partito di minoranza in Europa e Usa, che non teme di dire no e di mostrare sempre quella che potrebbe essere l’alternativa al governo presente. E poi si chiede il perché di questo atteggiamento, da dove venga, quale è la radice. La Spinelli crede di dover risalire alla storia del Pci, gli eredi di Togliatti “tutto vogliono essere fuorché sembrare quello che sono stati in passato, cioè oppositori intransigenti. E’ l’intensità dell’opporsi che giudicano deleteria, molto di più dell’ideologia che per decenni la sorresse”.
Da tempo anche io ero giunta a conclusioni simili, ragionando sui motivi per i quali fosse nata la demonizzazione dei cosiddetti “demonizzatori”, quel condividere, strizzando l’occhio, le più basse accuse contro i sostenitori della legalità, della moralità, dell’etica delle istituzioni (Pensavo comunque che Veltroni fosse troppo giovane per aver fatto proprio questo senso di dover espiare l’antica colpa). Il Partito democratico poteva diventare un crogiuolo di idee e valori che esaltassero il meglio delle ideologie, non sommasse pentimenti e bruschi risvegli, timori di apparire vetero. Oggi non so più cosa pensare.
Può darsi che alla base del rinvio della protesta ci sia una scelta strategica che parte proprio dal presupposto che “di queste cose agli italiani non importa niente”.

Penso che non sia vero, o che lo sia solo in parte, e che alla fine tutto sia un circolo vizioso: se una classe politica responsabile non spiega bene e forte cosa sta succedendo, se non parla del pericolo di un crescente autoritarismo, gli italiani vanno davvero al mare e dormono tranquilli tutta l’estate.
Poi viene l’autunno. E le foglie morte. E la nostra democrazia sarà sempre più fiacca e sonnolenta.

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