Zagrebelsky: “Diamo voce a un’etica laica”

Martedì 10 giugno, il circolo genovese di LeG ha organizzato un incontro con Gustavo Zagrebelsky. La sala dell’auditorium dei Musei di Strada Nuova di Palazzo Rosso gremita, posti a sedere esauriti, molta gente in piedi, al tavolo dei relatori, insieme al Presidente Emerito della Corte Costituzionale, Elisabetta Rubini che fa una breve introduzione al tema, la laicità, che si inscrive in una serie di appuntamenti che si sono tenuti negli scorsi mesi, e il professor Vincenzo Roppo, docente di Diritto Civile all’università di Genova.
Roppo ricorda l’ultimo libro di Zagrebelsky, Contro l’etica della verità, mettendolo a confronto con un altro libro uscito recentemente Per la verità, scritto da Diego Marconi, filosofo del linguaggio, che fa una riflessione sul concetto di verità, termine assai abusato di questi tempi, o usato in modo improprio, come sottolinea Zagrebelsky. Verità con la V maiuscola, brandita come un’arma da chi vuole imporre la “propria” verità. Chi ragiona in questo modo ha difficoltà a convivere con la democrazia, che è di per sé un regime “relativistico” incompatibile con l’assolutismo, quindi per esprimere una posizione valoriale meglio usare termini come giusto o ingiusto, piuttosto che vero o falso. La democrazia, però, si basa su alcune premesse che devono essere assunte come vere: il riconoscimento di uguale dignità per tutti gli esseri umani, il rispetto delle opinioni altrui, la libertà di coscienza e di manifestazione del pensiero.

La verità è qualcosa che va ricercata di continuo.
La laicità è indissociabile dalla modernità, dall’evoluzione del mondo, interviene Roppo, eppure oggi percepiamo il principio di laicità sotto tensione per via della crescente pressione da parte della Chiesa cattolica nella sfera pubblica. Pressione che tuttavia sembra essere accettata di buon grado dalle istituzioni, dalla politica, dai cittadini. Perché questa invasione di campo? Forse per il fatto che non esiste più “il” partito cattolico di riferimento? Forse per reazione alla perdita di controllo sulle “coscienze” dei fedeli? Per la crisi delle vocazioni? Ma perché la politica subisce questa ingerenza? Perché a sua volta ha perso il contatto con la base elettorale, perché è alla ricerca di valori, di elementi identitari? E’ quindi una sorta di scambio politico, di convenienza? E che senso hanno gli atei devoti?
Sono questioni che ci accompagnano da 2.000 anni, risponde Zagrebelsky, citando Marco Terenzio Varrone, storico dell’antica Roma, che distingueva 3 tipi di teologia: mitologica, quella che si recitava nei teatri; naturale, quella propria della speculazione filosofica; civile, quella celebrata nei templi, dove i sacerdoti erano funzionari dello Stato. La Religio civilis serviva quindi a rafforzare i vincoli di appartenenza alla collettività, il comando del Principe (La coscienza del Principe, Piero Bellini, Giappichelli, 2000) diviene moralmente obbligatorio.

Thomas Mann in Giuseppe e i suoi fratelli scrive che la città (la politica) e la religione “si scambiano la veste”, nel senso che nascono insieme e che da 2.500 anni tentano di sopraffarsi a vicenda oppure di trovare punti di equilibrio (concordati). Il cristianesimo, rispetto a tutte le altre religioni avrebbe dovuto essere una cosa diversa, si ricordi a tal proposito ciò che dice Cristo a Pilato: “Il mio regno non è di questo mondo”, sottolineando quindi un distacco dalle cose terrene, mentre invece nel corso della storia si è allontanato dalle sue ragioni fondative. Alla fine dell’800, Durkheim e Weber prevedevano che la secolarizzazione della vita civile e il conseguente disincanto nei confronti di tutto ciò che non è razionale avrebbero comportato un processo di emarginazione della Chiesa, restringendo il suo campo d’azione alla cura della coscienza dei fedeli e che la religione sarebbe divenuta una dimensione eminentemente individuale. Oggi invece ci possiamo definire nell’età della post-secolarizzazione, in cui la religione è tornata ad essere considerata in un’ottica pubblica, elemento di convivenza civile. Qual è stata nel corso dei secoli la maggior preoccupazione della Chiesa? La salvezza delle anime e la convinzione che non vi fosse salvezza al di fuori della Chiesa stessa. Questo era valido quando le società erano prevalentemente cristiane, oggi la nostra società è multiculturale e multietnica, quindi il vecchio messaggio della Chiesa è contestato.

Dunque la Chiesa diviene un’agenzia che propone soluzioni politiche, di “salvezza” per la società nel suo insieme, sullo stesso terreno in cui opera lo Stato. La Chiesa si è socializzata, proponendo soluzioni per il buon governo della comunità, inserendosi nel vuoto della politica e qui trova spazi ampi, dovuti alla crescente quantità e rilevanza delle domande che le nostre società si trovano ad affrontare, anche a seguito dell’evoluzione scientifica: in questa nuova veste di agenzia politica, la Chiesa interviene sulla procreazione, sui trapianti di organi, sulla creazione artificiale della vita, sul controllo della morte ma anche su problemi apparentemente molto più lontani dalla sfera religiosa quali ad esempio l’inquinamento o le fonti di energia (vedi recente intervento a favore del nucleare). La voce della Chiesa è inoltre particolarmente forte perché essa è l’ultima istituzione organizzata autocraticamente, ha una sola voce che parla in modo assoluto e che non prevede di essere contraddetta.Il mondo dei non credenti ha invece voci plurime e il suo messaggio è più debole e frammentato. Perché dunque la politica si assoggetta di buon grado? Perché “trono” e “altare” hanno bisogno di sorreggersi l’un l’altro, entrambi in profonda crisi d’identità. Come reagire a questo insoddisfacente stato di cose? Zagrebelski invita a raddoppiare gli sforzi per elaborare un’etica laica e darle voce.
Nelle società moderne, sostiene Roppo, la laicità è un principio costitutivo anche se si declina in modi diversi a seconda dei contesti.

C’è il modello francese e in modo estremizzato quello turco, che con una recente sentenza ha proibito l’uso del velo islamico nei luoghi pubblici. C’è il modello anglosassone che invece, come succede in Inghilterra, proibisce manifestazioni contro simboli o appartenenze religiose. Qual è il modello italiano?A parte l’Islam e lo stato di Israele tutti gli Stati riconoscono il principio di laicità, risponde Gustavo Zagrebelsky. In Italia, una sentenza della Corte Costituzionale del 1989 sancisce il principio di laicità come “principio supremo della Costituzione”, quindi non soggetto a modifica nemmeno mediante processo di revisione costituzionale. L’art. 7 della Costituzione dispone che Stato e Chiesa siano indipendenti e sovrani ognuno nel proprio ordine. Ciò comporta almeno due significati fondamentali: in primo luogo nessuna chiesa può essere dallo Stato favorita rispetto alle altre; in secondo luogo, lo Stato non può porsi al servizio della religione né viceversa. Dunque, lo Stato non può usare obbligazioni religiose per rafforzare obbligazioni civili né deve farsi strumento per rafforzare le obbligazioni religiose. Le interferenze odierne della Chiesa nella vita pubblica italiana violano il Concordato in vigore. Ciò rende evidente il fatto che i concordati tra Stato e Chiesa nel corso dei secoli sono stati stipulati tra soggetti posti su piani diversi: la Chiesa deve obbedienza primariamente a Dio e in qualunque momento ritiene di poter recedere dal concordato, mentre lo Stato non può fare altrettanto.

I concordati sono dunque degli armistizi che non hanno mai risolto appieno e in modo equanime il contenzioso bimillenario tra Stato e Chiesa.

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