Da noi è scandalo quello che altrove è giornalismo

Nei paesi dove la democrazia è di casa, il confronto e persino lo scontro tra giornalisti e politici sono all’ordine del giorno. L’informazione ha un ruolo importante: verifica i fatti, li racconta e non fa certo sconti a nessuno. Nel caso Travaglio-Schifani sconcertano due anomalie: molta parte della stampa italiana nei vari ritratti pubblicati della seconda carica dello Stato ha omesso di raccontare il fatto che ora è al centro della querelle e cioè la società che Schifani avrebbe stretto assieme al futuro boss di Villabate, Nino Mandalà, poi condannato in primo grado a 8 anni per mafia e 4 per intestazione fittizia di beni, e all’imprenditore Benny D’Agostino, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma sconcerta anche il fatto che a diverse ore dall’accaduto non ci sia ancora stato un vero confronto sui fatti: le informazione riportate da Marco Travaglio in tv, a Che Tempo che fa, e pubblicate da Lirio Abbate e Peter Gomez, nel libro I complici, sono vere? Sono di un qualche interesse anche se non penale? Hanno un peso politico? Il presidente Renato Schifani finora non ha chiarito, nemmeno davanti alle telecamere del Tg1, dove pure è stato giustamente invitato.Non dovrebbero esistere intoccabili per i giornalisti e chi ricopre una carica pubblica o istituzionale deve essere sottoposto a inchieste accurate da parte della libera stampa; i politici finiti nel mirino hanno il dovere di fare chiarezza. Nel resto del mondo è così e nessuno protesta, anzi è quello che il cittadino comune si aspetta ed esige, ma il clima che si sta creando sull’informazione in questo paese è assolutamente preoccupante e giustifica le più nere previsioni.

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