13 aprile, gli eletti già decisi dai partiti

«A Palazzo Madama non vincerà nessuno» // Da che mondo è mondo la stesura delle liste elettorali è sempre stata uno spettacolo sgradevole. La calca degli aspiranti che sgomitano, l’ira funesta degli esclusi, il rancore di chi si ritrova in lista ma fuori dalla zona di elezione garantita: sono tutte scene che si preferirebbe non vedere. Ma tant’è, e anche questa volta la tradizione è stata rispettata. Eppure le novità ci sono, specie dalle parti del Partito Democratico. E allora vale la pena di esaminare più da vicino queste benedette liste, per mettere a confronto le diverse filosofie che le ispirano.La prima cosa che balza agli occhi è la frequenza con cui ricorrono i nomi dei due leader contrapposti. Walter Veltroni è presente, anche se mai al primo posto, solo in quattro corcoscrizioni della Camera: Lombardia 1, Lazio 1, Campania 2 e Sicilia 2. Berlusconi, appaiato con Fini, è capolista quasi ovunque. Sembra una banalità, ma non lo è affatto. Per il Cavaliere, l’aspetto più indigesto del Mattarellum era proprio il divieto delle candidature multiple nei collegi uninominali. Nella sua visione, infatti, nessun altro sarebbe stato in grado di attirare lo stesso numero di consensi e dunque tutti gli elettori dovevano avere l’impressione di votare per lui e solo per lui. E pazienza se poi questo non sarebbe stato vero, come non sarà vero questa volta, perché il plurieletto deve optare per un solo collegio, cedendo il posto in tutti gli altri a chi viene dopo di lui in graduatoria.Con il Porcellum Berlusconi ha potuto replicare il gioco e ne ha approfittato ampiamente.

Veltroni, coerentemente con la linea che ha scelto in tutta questa vicenda, ha preferito considerare adulti i suoi elettori, risparmiando a loro e a se stesso gli equilibrismi e gli specchietti per le allodole. E’ una buona cosa, almeno in via di principio. Se poi sarà anche un’idea produttiva lo vedremo dopo il voto.Altro elemento di rilievo è la presenza femminile. Dopo tante solenni proclamazioni, adesso si possono guardare i fatti. E i fatti ci dicono che nel Pd le donne sono tante, davvero tante. Certo, non sono tutte sicure di essere elette, ma non si può neppure dire che siano state usate per riempire il fondo delle liste. Semmai il problema è un altro: come sono state selezionate le candidate? A prima vista si direbbe che il metodo sia stato empirico, a metà strada tra il passaparola e la raccomandazione di qualche potentato locale. Però è difficile suggerire un sistema diverso, nelle condizioni date. Le donne, si sa, hanno sempre fatto molta fatica a farsi strada nelle nomenklature dei partiti, e adesso che i partiti non hanno una struttura capace di selezionare davvero una classe dirigente anche quella strettissima strada si è chiusa. Se dunque le candidate sono state scelte attraverso le segnalazioni di chi le conosceva o per il lavoro svolto in qualche ufficio adiacente al partito, facciamocene una ragione. Spetterà poi a loro dimostrare di meritarsi la fiducia accordata.In ogni caso, il Popolo della Libertà ha fatto molto peggio. Non solo il numero di donne candidate è basso, ma c’è anche da registrare la giustificazione addotta da Berlusconi per questo magro risultato.

Intervistato domenica scorsa da “La Stampa”, il Cavaliere si è espresso così: “…quali donne possono accettare questa opportunità? Quelle che hanno famiglia con tre figli non possono certo darsi alla politica. Possono farlo solo a una certa età, ma mica posso candidare le babbione…”. C’è poco da aggiungere a questa perla di saggezza, se non che dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio quanta strada debba ancora fare la destra per imparare a rispettare le donne.Veniamo invece al capitolo del rinnovamento del personale politico. Anche qui il Pd batte il Pdl. Veltroni ha fatto una bandiera delle candidature offerte a personaggi nuovi di zecca. L’effetto propagandistico è assicurato. Meno sicura, invece, è la competenza dei futuri eletti. Matteo Colaninno, tanto per fare un nome noto, sarà sicuramente bravissimo nel suo campo ma questo non significa che sarà altrettanto bravo in politica, mestiere difficile che richiede qualità tutte particolari. E lo stesso discorso vale per chi non ha un cognome famoso. Tuttavia la ventata di novità può essere un bene in sé, perché scardinerà i vecchi meccanismi, a patto che chi guida il partito sappia tenere saldamente il timone. Berlusconi, che ha confermato in gran parte il ceto politico già sperimentato, non avrà di questi problemi.Tralasciamo qui di analizzare gli aspetti già largamente sviscerati sui giornali, dai candidati celebri (che abbondano ovunque) agli esclusi eccellenti, ai recuperi dell’ultim’ora.

Ci limitiamo ad una notazione: la lotta sulle liste si è incentrata soprattutto sulla conquista dei primi posti, quelli cioè che garantiscono l’elezione. Questo accade perché, come è noto, il cittadino elettore non ha nessun potere di scelta: può votare una lista, ma gli eletti sono stati decisi dai partiti, che li hanno collocati nella posizione più favorevole. La situazione è deprecabile, ma è il frutto del Porcellum, la legge voluta dalla destra per dimezzare la probabile vittoria del centro sinistra nel 2006. Una legge che Berlusconi non ha voluto riformare.

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