La spazzatura e l’informazione

Mi chiedo se il mondo dell’informazione si stia dedicando in misura adeguata alla bisogna a quello che sta accadendo – adesso – al Sud, dove il vero fatto nuovo non è l’emergenza spazzatura a Napoli, dura infatti da 14 anni, piuttosto, la fine (finalmente?) della libera disponibilità di denaro pubblico, il vero collante sociale di tutto il mezzogiorno: i “soldi pubblici” sono in diminuzione costante e hanno raggiunto livelli diventati ormai pericolosi per la tenuta dell’intero “sistema”, nel mentre non cresce la capacità di spendere i fondi europei che sono ancora cospicui. In verità, è questo il punto, nessuno sembra intento, almeno in pubblico, ad osservare il quadro in profondità, con realismo e senso di responsabilità. E così diventa difficile avere, e favorire, la consapevolezza piena della enorme gravità del momento che, insieme con le opportunità, presenta purtroppo anche il rischio concreto di una deriva verso qualcosa di terribile. L’antistato, infatti, alla ricerca di maggiori entrate, appare già chiaramente lanciato in operazioni sempre più pericolose, e per le comunità e per la democrazia; mentre la politica, invece di fare sviluppo, nonostante i fondi ancora disponibili (dei quali mi pare abbiano parlato approfonditamente in particolare Repubblica ed Il Sole), e di costruire argini all’antistato, alza i tributi locali; e, pure, mischiandosi oramai senza più remore con le varie mafie, conduce una distruzione del territorio tanto sistematica negli effetti quanto delirante nelle motivazioni.

Ma in Italia è difficile immaginare che “Cetto La Qualunque”, piuttosto che una caricatura parossistica, sia la foto, colorata ma non troppo, di un personaggio che esiste, opera e … prende voti.
Ora, non è che siano impossibili altri esiti, soprattutto nei tempi lunghi, ma sono possibili solo se si trovano la fiducia la forza e la costanza di puntare ad una vera e propria mutazione genetica: dei cromosomi culturali. Si cambia, cioè, se si pone fine alla “inquietante arroganza dell’attesa”, individuale e collettiva, che fa chiedere tutto da tutti ed in ogni settore, ma che poi non è in grado di trasformare l’acquisizione in opportunità” (De Sena). E qui credo entri in gioco il vasto mondo della comunicazione. Provo a spiegare perché. In questo momento quelli che si battono per la “mutazione genetica” stanno avanzando nell’immaginario collettivo: quando un sistema perde colpi la cosiddetta gente comune si guarda attorno, un po’ attonita e un po’ disperata, e, giocoforza, presta attenzione anche alle voci fuori dal coro. Ma le nostre voci fuori dal coro devono imparare a farsi ascoltare, (oltre che a fare a loro volta coro), per darsi una identità forte: che crei “influenza”. E da soli non possono farcela: devono pur trovare chi “sappia” che vanno ascoltati, chi abbia deciso di starli ad ascoltare.
I mezzi di comunicazione possono, cioè, dare una mano sostanziosa; a patto, però, che invece di attendere gli eventi si dedichino a scovarne i segnali che li annunciano.

Come “I lunedi per Napoli” della primavera scorsa. E non solo nei luoghi in cui i segnali sono visibili e piacevoli ad un certo gusto intellettuale, come a Palermo: dove si stanno vivendo di quei momenti, da Wender ad Addiopizzo, che potrebbero non dimenticarsi per un pezzo. Spesso infatti i nostri segnali sono deboli per deficit di antenne: il grande giornalismo invia altrove le sue migliori energie. Manfredi Borsellino in questi giorni ha rilevato che Avvenire è stato l’unico quotidiano nazionale a dedicare ampio spazio all’approfondimento del nuovo corso antiracket della società siciliana. Ma anche il giornalismo locale ha qualche responsabilità: ho la sensazione che si stia ad inseguire sempre e solo il momento, finendo paradossalmente per lasciarsi scappare proprio l’attimo che contiene il futuro. E tutto questo non accade per le distorsioni dell’ambiente, che esistono e sono pesanti e gravi, ma proprio perché in generale il giornalismo non sembra avere consapevolezza che nella cronaca deve saper anche cogliere le linee di tendenza che potrebbero andare oltre il presente; se e quando ci sono, ovviamente. E così, non indugiando ad osservare la realtà anche nelle sue sfaccettature nascoste, si finisce per dare una notizia del tutto sganciata dal contesto storico e culturale che l’ha prodotta, magari con sofferenza, e che se la ritrova poi trasfigurata da una confezione del tutto rituale. Esattamente il contrario di Biagi, che pure adorava Alvaro (per dire che la Calabria ha prodotto grandi scrittori di realtà).

Al Sud lavorando così si rischia di contribuire, indirettamente, al disastro.
*Coordinatore LeG per la Calabria

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