L’emergenza annunciata

Circostanza o eventualità imprevista, specialmente pericolosa. Così il vocabolario Zingarelli definisce il termine di “emergenza”. Una definizione che chiarisce oltre ogni dubbio perché tale termine risulta paradossale se associato alla drammatica situazione dei rifiuti urbani della regione Campania. Se, infatti, la pericolosità è fuori discussione, proprio non si comprende come si possa parlare di “circostanza imprevista”. E’ dal 1994 che il problema è esploso in tutta la sua gravità, al punto di giustificare l’introduzione di una figura di dubbia legittimità come quella del Commissario, che ha avocato a sé una serie di poteri normalmente di competenza degli enti locali. Nel luglio 1997 è stato elaborato dall’allora Presidente della giunta regionale, Antonio Rastrelli, il Piano regionale dello smaltimento rifiuti, che avrebbe dovuto creare le condizioni per una soluzione strutturale del problema.E sono proprio lo stato e le modalità di attuazione di tale Piano, dalla cui prima redazione sono trascorsi ormai dieci anni, che rivelano la gravità della situazione. Il Piano prevedeva la realizzazione di sette impianti che avrebbero dovuto trasformare i rifiuti in materiale combustibile (il cosiddetto CDR) e di due termovalorizzatori per produrre energia attraverso la combustione del CDR. Si configurava, così, un ciclo integrato che, insieme alla raccolta differenziata, avrebbe determinato una significativa riduzione dei rifiuti destinati alla discarica, con la definitiva eliminazione delle cause dell’emergenza.I sette impianti per la produzione del CDR sono stati realizzati.

Peccato, però, che il materiale prodotto non risulta combustibile in quanto caratterizzato da un tasso di umidità eccessivo e da un potenziale calorico troppo ridotto. Così le “ecoballe”, invece di alimentare il ciclo integrato, finiscono anch’esse in discarica. Dei due termovalorizzatori, solo uno – quello di Acerra – è in via di conclusione, dopo avere superato infinite difficoltà di tipo tecnico e sociale, ma paradossalmente rischia di rimanere inutilizzato, visto che la materia prima da bruciare risulta inutilizzabile.Questi i dati essenziali di un fallimento clamoroso, che ha consentito il perpetuarsi di una situazione sempre più drammatica, costringendo i vari commissari che si sono succeduti sulla scomoda poltrona alla ricerca di soluzioni estemporanee, indispensabili per uscire dall’emergenza, ma deleterie in quanto non strutturali. Si è, così, alimentato un circolo vizioso, che ha visto l’apertura di discariche provvisorie in condizioni ambientali al limite e l’emissione di provvedimenti amministrativi d’urgenza, che hanno determinato comprensibili reazioni negative da parte delle comunità locali e offerto ghiotte occasioni di speculazione alla criminalità organizzata e all’imprenditorialità deviata, fenomeni purtroppo molto diffusi sul territorio campano. Il caso Pianura, che tanta attenzione ha ottenuto nei mass media italiani ed internazionali non è che l’ultimo episodio della storia. Assume un valore simbolico perché esprime drammaticamente l’impotenza delle istituzioni di fronte al problema e la pericolosa confusione fra gli interessi della camorra e le legittime preoccupazioni di una popolazione ormai abituata a scendere in piazza per “difendersi” dallo Stato.

Un disastro che chiama in causa i rappresentanti delle istituzioni locali e, in primis, Antonio Bassolino, indiscusso dominatore della scena politica regionale negli ultimi quindici anni e commissario straordinario nel periodo 2000-2004, quando sono maturate molte delle condizioni dell’attuale scenario. È difficile per il governatore della Regione eludere responsabilità che, a giudizio della Procura di Napoli, potrebbero assumere anche una connotazione di natura penale, vista la recente richiesta di rinvio a giudizio per i reati di truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato e frode in pubbliche forniture. Reati che sarebbero stati compiuti dall’Impregilo e dalle altre imprese incaricate della costruzione degli impianti per il trattamento dei rifiuti, a giudizio dei sostituti procuratori, “grazie alla complicità e la connivenza di chi aveva l’obbligo di controllare ed intervenire e non l’ha fatto per troppo tempo”.Lasciando alla magistratura l’onere di verificare le implicazioni penali connesse, deve essere, però, evitato il rischio che l’eccessiva enfasi posta nella ricerca di un capro espiatorio finisca per spostare l’attenzione dal cuore del problema. Bassolino può essere responsabile di “non avere controllato” e di “non essere intervenuto” come forse avrebbe potuto per evitare i numerosi comportamenti devianti che, dietro lo scudo dell’emergenza, hanno favorito interessi privati, spesso criminali, a danno di quelli della collettività.

Ma l’accanimento nei suoi confronti, aggravato dalle immancabili strumentalizzazioni politiche del momento, non deve far ignorare che il dramma dei rifiuti in Campania ha radici ben più profonde. Tanto è vero che, dopo Bassolino, hanno fallito anche i validissimi tecnici che hanno ereditato il ruolo di commissario straordinario, compreso Guido Bertolaso, che pure sembrava avere tutti i numeri giusti per tentare l’impresa.Purtroppo, non è con un ricambio ai vertici di qualche istituzione che si risolve il problema. Le responsabilità sono diffuse e coinvolgono la politica a tutti i livelli: dal governo nazionale, lento e contraddittorio nei suoi interventi, fino ad arrivare ai numerosi comuni del territorio, privi di una visione d’insieme e spesso condizionati dalla criminalità organizzata. Ma riguardano anche vari settori della cosiddetta società civile: imprenditori dediti alla speculazione piuttosto che allo sviluppo, intellettuali pronti a contestare piuttosto che a proporre, vescovi disponibili a cavalcare la protesta piuttosto che a favorire soluzioni, cittadini comuni determinati a impegnarsi per difendere il proprio quartiere piuttosto che per sollecitare una soluzione reale del problema. È in questo tessuto che la camorra trova terreno fertile per affermare il proprio potere, arricchendosi alle spalle della collettività e proponendosi nel paradossale ruolo di garante della gente comune, come è accaduto a Pianura.Ben venga l’intervento dei militari e del supercommissario De Gennaro per dare l’ennesima spallata all’emergenza.

A mali estremi occorrono estremi rimedi. È una misura che può anche assumere un importante valore simbolico per affermare l’interesse dello Stato ad intervenire con decisione per fronteggiare la situazione. Deve, però, essere chiaro che rappresenta solo il punto di partenza per un’azione più complessa tesa ad avviare un reale processo di evoluzione culturale che incida su tutte le componenti del sistema e che dovrà prolungarsi en oltre i 120 giorni di mandato del supercommissario. In caso contrario, si tratterà solo dell’ennesimo nome bruciato nell’inceneritore dell’opinione pubblica, l’unico che in Campania dimostra di funzionare davvero.* L’autore è socio del circolo napoletano di LeG e professore a contratto di Economia e Gestione delle imprese all’Università del Sannio

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