Perché diciamo sistema francese

Per il Partito democratico il sistema francese è e resta doverosamente il modello di partenza perché, al di là degli aspetti tecnici, elettorali e costituzionali, esso esprime un principio chiaro: quello delle elezioni in cui si decide direttamente non solo sulla rappresentanza, ma anche sul governo. Riaffermare questo, come ha inteso fare Dario Franceschini, non significa evidentemente fermarsi lì e rifiutare una trattativa.Trattativa che, essendo aperta ad ampie convergenze, finisce chiaramente per svilupparsi su varie ipotesi diverse da quella e su vari dettagli in cui ciascuna ipotesi può essere declinata. Significa invece ribadire i limiti di accettazione dei risultati della trattativa giacché essa non può portare a dare il proprio consenso a filosofie istituzionali opposte a quella di partenza, in cui le elezioni svolgano il ruolo di decidere solo sui rappresentanti e di risultare simili a un mero sondaggio di opinione sulla scelta dei governi.Quando il Pd ha dato infatti la propria disponibilità a discutere di sistemi proporzionali senza premio di maggioranza alle coalizioni ha nel contempo ribadito che a fianco di uno sbarramento analogo a quello tedesco, che incentiva in basso alle aggregazioni, occorreva inserire degli elementi disproporzionali tali da incentivare e stabilizzare la nascita e la crescita di partiti a vocazione maggioritaria, aggregando il sistema anche in alto. Nonostante questi limiti ben esplicitati in più occasioni da Veltroni e Franceschini, esistono però delle spinte a tralasciare questo secondo correttivo, a cui si dà spesso erroneamente sponda anche all’interno del Pd, rischiando di scivolare in una china che porterebbe all’adozione pura del modello tedesco, che non è una mediazione per nessuno, ma che per alcuni è la prima scelta e per altri non è semplicemente accettabile.Ammesso che si possa parlare di impazzimento nel dibattito sulla riforma, o forse meglio di schizofrenia (ma occorrerebbe farlo con cautela perché questi livelli di critica denotano un certo integralismo), essa andrebbe collocata proprio lì, giacché l’aver fondato il Pd come partito a vocazione maggioritaria, stabilmente alternativo al centrodestra, non si concilia con un modello in cui o vi sarebbe la spinta a formare stabilmente grandi coalizioni con larga parte del centrodestra a cominciare dal partito di Berlusconi o si affiderebbero le sorti del governo alle scelte di partiti centristi in grado di rivendersi al miglior offerente in cambio di prezzi pesanti, magari ottenendo Palazzo Chigi con poco più del 5% dei voti.

Non a caso le iniziative di aggregazioni centriste, di fronte alla fermezza del vertice del Pd democraticamente eletto contro il sistema tedesco puro, segnano il passo, a dimostrazione che la loro forza non sta nella società, ma in vecchie logiche da ceto politico.Detto più brutalmente per ciò che riguarda noi: non abbiamo fatto nascere il Pd per fargli svolgere la funzione della sinistra di un pentapartito rinnovato, per limitare le sue ambizioni di crescita al di sotto del 30% dei voti, delegando il compito di farsi assicurare l’accesso al governo alla possibile bontà di un alleato centrista (peraltro niente affatto scontata) o, sperando nella alta probabilità statistica di un’elezione senza vincitori, ad un’intesa post-elettorale stabile con Berlusconi. È da rilevare peraltro che il dialogo si è aperto col Popolo delle Libertà in questa fase, con la convergenza sui correttivi maggioritari, mira proprio ad assicurare stabilmente l’alternatività tra i due partiti, ovvia solo in un sistema in cui le elezioni designano chiaramente un vincitore. Il Pd ha dimostrato senso di responsabilità, anche nei confronti delle comuni responsabilità di governo, spiegando le ragioni della sua prima scelta e le possibili seconde scelte accettabili, a cui volendo se ne possono aggiungere altre, accomunate dal principio per cui le elezioni siano decisive per la guida del Governo.Tra queste può rientrare anche un perfezionamento del sistema derivante dai quesiti referendari, che risponda alla critica dell’assegnazione di un premio alla lista di maggioranza relativa in un unico turno di voto.


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