Prima di tutto il manifesto dei valori

E’ vero. Il primo mese di vita del Partito Democratico è stato largamente positivo. La spinta del processo costituente, le buone notizie sul versante del Governo, la leadership positiva e dinamica di Veltroni hanno riaperto scenari e prospettive e rimesso in moto una “politica in positivo” dopo mesi di scandali, depressioni e impotenza. Contemporaneamente con una accelerazione, anche un po’ imposta, prende forma il partito che dopo l’Assemblea Costituente di Milano ha cominciato a formare gruppi dirigenti provvisori e a strutturare quel lavoro di definizione e di aggregazione che servirà a fare del PD una realtà nuova. Capisco la fretta di Veltroni. La precarietà della maggioranza al Senato, i problemi strutturali della politica italiana e soprattutto la necessità di guardare ai problemi del paese non lasciano molti spazi di manovra. Eppure, come Prodi e Veltroni hanno più volte ribadito, ciò che ci accingiamo a fare non ha nulla del contingente.
Il PD non è l’esigenza di una fase politica, né il capriccio di un gruppo dirigente o di un leader e nemmeno la semplice conseguenza di un processo storico di trasformazioni o fallimenti o successi precedenti. Il Partito Democratico è un progetto lungamente meditato e tenacemente perseguito per dare maturità e futuro alla democrazia italiana. Insieme ci siamo dati un obiettivo ambizioso ma anche sempre più necessario: cambiare il sistema politico italiano non più per strappo ma per processo. Il Partito Democratico è innanzitutto un processo.

Se non investiamo, in questa fase costituente, nella costruzione di una nuova cultura politica, in forme nuove ma non liquide e quindi inefficaci di partecipazione, in nuovo entusiasmo e passione politica credo che falliremo la responsabilità più grande che è quella di dare al paese una democrazia nuova.
Per questo è importante “fare il partito”, farlo bene e con giudizio, coinvolgere tutte le migliori energie, investire risorse simboliche (importantissime) e risorse economiche, passioni e tempo, metterlo un po’ al riparo dall’ordinarietà della politica. E qui forse iniziano un po’ di problemi. Perchè questo compito, questa responsabilità formativa e culturale di medio periodo si scontra con la contingenza e l’urgenza di cui sopra. Per tenere insieme le cose occorre non sottovalutare o peggio banalizzare alcune questioni che legano insieme forma partito, sostanza politica, partecipazione e identità. Innanzitutto quelli legati alla genesi del PD. Nel percorso, accidentato e sofferto, che abbiamo alle spalle si scelse di legare la fase costituente del partito alla elezione diretta del Segretario Nazionale e di quelli Regionali. Si fece questa scelta in un momento politico delicato (con il voto contrario proprio di Veltroni e della Bindi) per verticalizzare le primarie, addensare il progetto e dare da subito una direzione al partito. Non cè dubbio che l’obiettivo è stato raggiunto ma ad un prezzo. Il partito stesso, la sua forma e la sua identità, è passato un po’ in secondo piano.
Il partito che pensiamo può concretamente fondarsi solo su una leadership per quanto così fortemente legittimata dal voto degli elettori oppure dalla semplice ricomposizione degli assetti o degli equilibri precedenti? Se così fosse, anche al di là delle volontà, sarebbe prevedibile sia la defezione di chi si sente sconfitto sia di coloro che, in attesa di capire il grado di rappresentatività del PD, non hanno partecipato da subito al processo.

Non mi riferisco semplicemente a deputati o senatori (benché…!) o politici in genere che si sono trovati o si troveranno in questa situazione.
Mi riferisco agli uomini e alle donne, ai giovani e alle giovani e, in generale, a tutte quelle aree di cittadini e cittadine che magari hanno votato alle primarie ma che oggi rischiano di passare, per effetto del normale assestamento del partito e dal ritmo di questa fase, dalla attesa alla diffidenza. Qualche segnale, in questo senso, si vede già. Ad esempio sento crescere, nel mio ambito culturale di appartenenza, ovvero in quello dell’associazionismo cattolico e sociale, un disagio crescente e una sorta di proto-delusione rispetto alle aspettative che tutti abbiamo riposto nel PD e in molti casi difeso anche con qualche costo.
C’è un riconoscimento crescente nei confronti di chi, come ad esempio Savino Pezzotta, ha sostenuto prima e dopo il 14 ottobre, che “ nel PD non cè posto per i cattolici” perché questo “posto”, non come garanzie o visibilità o incarichi ma come cultura nuova, ancora non si vede. Ecco perchè, allora, a mio avviso, è di importanza centrale (più dello statuto e più del codice etico) il manifesto. Il manifesto programmatico e ideale nella sua forma scritta e nella sua forma agita, ovvero quella che attiene alla coerenza fra le dichiarazioni e i comportamenti.
Il manifesto, per come lo intendo io, andrebbe trattato e costruito con lo stesso spirito e la stessa pregnanza della nostra Carta Costituzionale.

Certo serve un documento innovativo, moderno e aperto ma anche capace di essere il luogo di una appartenenza, di una identità collettiva, di una comunanza di valori senza la quale non c’è leader che tenga. In quella identità, chiarita, discussa, confrontata e costruita insieme ci si può riconoscere da vincitori e da sconfitti, da consenzienti e da dissidenti, da entusiasti e da dubbiosi.
E’ questo lo strumento e insieme la risorsa principale dove dare una struttura portante alla casa comune dei democratici, dove dare cittadinanza ad un pluralismo che è risorsa ed energia politica per affrontare la complessità del paese e non un limite. Perché struttura e senso non sono due cose diverse e organizzazione, regole, equilibri ed efficienze non possono essere contraddittorie con i valori che si professano e nei quali ci si identifica. Si può legittimamente obiettare che questa è una impostazione ancorata all’idea di un partito ormai relegato al novecento e che invece serve una organizzazione leggera, efficiente, concreta, fortemente comunicativa e concentrata soprattutto sui momenti elettorali. Il tutto tenuto insieme da un leader forte, carismatico, popolare e capace anche di mediazione quando serve.
Io rimango perplesso e domando: non è, forse, proprio questo il modello di partito, massmediatico e leaderistico che ci portiamo appresso dal 94? Che ha condizionato la politica italiana svuotandola di senso e riempiendola di populismo? Che ha reso difficile e a volte conflittuale incanalare la grande voglia di partecipazione e di “politica attiva” degli italiani in quella forma partito? Che, per certi versi, ha contaminato anche la sinistra? Il crinale è sottile e pericoloso ma, forse, l’innovazione di cui abbiamo bisogno passa anche per idee e strumenti nuovamente collettivi e di assunzione di responsabilità collettive.

Proprio nel percorso costituente sta, forse, la soluzione. Infatti l’altro soggetto del PD eletto il 14 Ottobre dalla moltitudine delle primarie, quello collettivo e territoriale, quello fatto per metà di uomini e donne, cioè l’Assemblea Nazionale, può, se messo nelle condizioni, dare un segnale nuovo. Penso che occorra investire di più e con più determinazione sulla valorizzazione e sulla capacità di scelta della Assemblea Nazionale.
Dopo la nomina delle tre commissioni e l’avvio del lavoro di redazione dei documenti base, si sono rincorse voci e smentite circa il ruolo e il grado di coinvolgimento, i tempi e i compiti dell’Assemblea Nazionale. Abbiamo assistito, anzi, a qualche mugugno e a qualche rimbrotto da parte degli esclusi e degli inclusi che fa pensare a queste commissioni come un luogo di potere e ad una concentrazione di attenzione e di investimento “politico” su quella che si deve occupare dello statuto. Se le commissioni verranno interpretate come lo strumento di formazione delle decisioni e delle scelte da ratificare poi in Assemblea, o se immagineremo di trasformare il dibattito interno in una diatriba sulle regole svincolandole dalla discussione sui valori e sulla prospettiva associativa penso che avremo sprecato una grande opportunità: l’opportunità di sperimentare il confronto delle esperienze e delle identità, la partecipazione e la sintesi, il pluralismo e la formazione del consenso.
L’opportunità di coltivare davvero e rendere visibile quella nuova cultura politica che è già largamente presente nell’assemblea.

Senza quella paura della discussione e dei contributi che fanno dichiarare i documenti “irricevibili” e senza quell’ansia di controllo e di direzione che ha reso poco accoglienti e per molti versi, appunto, “irricevibili” i vecchi partiti nel loro insieme. Non è un problema organizzativo. Ci sono i mezzi e anche esperienze sul campo a cui guardare dove migliaia di persone hanno potuto esprimersi confrontarsi, dibattere e scegliere con soddisfazione, sentendosi attori e non spettatori. E’ un problema politico perché significa scegliere consapevolmente di seguire una strada più impervia e faticosa. Una strada che non chiede ad altri di cambiare ma che cambia davvero a partire da noi. Possiamo permettercelo? Vogliamo permettercelo? Appunto… non cè molto tempo per decidere.
*(membro dell’Assemblea Nazionale del PD)

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