Il luogo della politica

Il BLOG di LeG // E nella discussione sulla forma partito irrompe la irresistibile nostalgia per “un luogo”, “il luogo della politica”.A metà tra nostalgia e bisogno vero, ecco riemergere la voglia di sezione, come posto di incontro certo, al di là delle differenze generazionali e geografiche. Nei forum, negli incontri e nei dibattiti, in attesa che dal nuovo vertice del Partito democratico arrivino indicazioni più circostanziate sul progetto partito (che probabilmente è assai più in là di quanto sia dato sapere), nelle parole dei più giovani come in quelle degli anziani sento il timore dell’indefinito che porta con sé l’idea del partito leggero, o del partito liquido: il partito senza tessere (o con poche tessere), il partito senza sezioni, affidato al web, con pochi militanti… che pacchia per Berlusconi, si dice nelle regioni rosse, questo disfarsi del patrimonio salvato da tanti cambiamenti di nome, di simbolo, da tante “cose” illusorie e temporanee, ma loro sempre saldi, i compagni e le compagne della cucina delle feste, ma non solo, i compagni che hanno permesso le primarie di Prodi e quelle di Veltroni, che accompagnano gli anziani a votare alle politiche, che discutono e parlano, che si arrabbiano e sperano e sognano… Insomma, il vecchio è duro a morire, ma non tutto il vecchio va davvero buttato via. E nel dibattito, ovviamente, ci sono i sinceri che si arrovellano sul serio, e c’è invece anche parte della vecchia dirigenza che non vuole far posto ai nuovi venuti.

Ci sono le correnti ma c’è anche il nuovo cittadino elettore che Veltroni vuole al centro della forma partito nuovo.
Ed è un dibattito assolutamente interessante, forse il tema più interessante di quelli posti dall’attuale fase di costruzione del Pd. Superati i mugugni per la lettura del dispositivo all’assemblea costituente di Milano, che è sembrata a tanti una riedizione della più vecchia forma di partitocrazia, adesso rimane questa nostalgia di una terra sicura, del luogo fisico dove vedersi. Bisogna prenderla sul serio e non metterla da parte come retaggio da superare e basta. Indica insieme un disagio e un bisogno. Fa riflettere. Ad esempio si capisce oggi ancor meglio di prima del 14 ottobre come il vero male della vecchia politica non fosse il radicamento di base, la sezione o la parrocchia, i circoli delle associazioni parapolitiche. No: non stanno così le cose. Il male era quello che poi da queste strutture di base nasceva come partito organizzato e inamovibile: il male era il potere che lì si annidava e da lì si propagava, su per li rami, fino al vertice.
Il male non fu discutere in sezione (caso mai negli ultimi tempi si discuteva sempre meno e sempre più fra pochissimi), il male fu servirsi delle sezioni per costruire il potere di piccoli dirigenti spesso incapaci anche di una visione alta della politica che lì cominciavano la costruzione di salde carriere politiche e assolutamente intoccabili. Da lì partiva e si formava quella che poi diventava la casta.
Immagino che sia anche per liberarsi di questo male che Veltroni, che ben lo conosce, sta cercando di disfarsi di tutto ciò che era vecchia incrostazione partitica.

Ma noi che in sezione ci siamo andati poco, solo se chiamati a discutere di qualcosa e non per ritirare una tessera che non abbiamo mai avuto, noi che facevamo altri mestieri, oggi possiamo permetterci di dire: attenti. Attenti a non buttare via strumenti di radicamento che potranno esser essenziali alla vita di un partito moderno.
La nostalgia e il bisogno di un luogo sono qualcosa di genuino, non solo la memoria di uno snaturamento della politica. Diciamo, se vogliamo riassumere in poche parole, il guasto vero stava più in su: là dove il partito diventava spartizione di potere, uso spregiudicato di una base adoprata esclusivamente ai fini di perpetuare se stessi.
Ai miei giovani amici che mi chiedono di far sapere anche questo a Walter, rispondo che ci provo. Credo che la soluzione sia a metà, tra il partito liquido, le nuove esigenze di apertura e contaminazione, e la passione che ha bisogno di luoghi della politica. Perché non venga fuori un partito di pochi specialisti e tecnici, bravi, forse, a fare moderni programmi di innovazione, ma incapaci di mobilitare perché sul terreno non ci è rimasto più niente.
Un partito senza luoghi dell’anima. Valeva la pena?

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