Calabria, l’inquietante arroganza dell’attesa

Calabresi, attenzione: la Calabria può cambiare solo se voi cambiate. Anche se le parole non sono proprio queste, così dirette, tuttavia la frase rubata all’ex prefetto di Reggio Calabria aiuta a coglier un fatto nuovo: per la prima volta, nelle relazioni che Luigi De Sena invia al Ministero dell’Interno, è lo Stato a certificare le responsabilità dei calabresi, circoscrivendole con precisione fino al dettaglio. De Sena era un superprefetto, con poteri di coordinamento nel contrasto alla ‘ndrangheta. A dicembre del 2006, un anno dopo il suo insediamento, stila il primo rapporto dal titolo: Lo spazio sicurezza, libertà e giustizia nella regione Calabria. Un rapporto di grande attualità. Parte dallo Stato, per dire che qui, in questa terra, “non si configura uno scontro tra parti contrapposte ben definite (le Forze dello Stato e le organizzazioni criminali), ma “emergono, nella flessibile quanto perversa capacità di mimesi dell’ “antistato”, antagonisti indiretti, collusioni, tacite interazioni, che recano profonde ferite al quadro istituzionale ed alla fiducia della popolazione nell’azione pubblica”. L’attacco, dunque, è già di quelli drammatici, perché certifica l’assenza di riferimenti sicuri a chi voglia tentare una ricostruzione partendo dalle istituzioni. Ma diventa sconsolante quando si esplora tra la gente: “L’altra facies della minaccia riferibile alla Calabria è interna – si legge nella relazione – ovvero da intendersi come la risultante della sommatoria delle linee di frattura accentuatesi nell’impianto sociale calabrese attraverso il filo dell’individualismo egoista, della crescita di sacche di non-cultura civica, dell’attendismo passivo ed arrogante che caratterizza coloro che, pur non delinquendo, in fondo si celano dietro ad uno status quo percepito come immutabile”.

De Sena inchioda noi calabresi alle nostre responsabilità. Non mancando, fra l’altro, di ricordare pure il vizio di famiglia: “La massimizzazione dell’interesse individuale, rivolto solo all’interno del nucleo familiare è, infatti, uno degli ostacoli principali alla costruzione di una coscienza dell’agire collettivo, dell’agire per obiettivi generalisti, di una solidarietà sociale viva e disinteressata”. E qui il Superprefetto subito aggiunge qualcosa di non meno decisivo per l’accertamento della verità su come da noi stiano veramente le cose. Perché, con un coraggio intellettuale che bisogna riconoscergli, è nel vizio di famiglia, prima che nella pervasività della ‘ndrangheta, che De Sena vede il vero “ostacolo che si rinviene nell’operatività delle Amministrazioni locali, nella resa dei servizi alle comunità: dalla sanità alle pratiche autorizzative; dal trasporto allo smaltimento dei rifiuti; dalla mobilità alla gestione sicura dell’ambiente e delle aree urbane”. E non è ancora finita. Scendendo verso il fondo del baratro, arriviamo al dato che completa il quadro e ci mostra un’antica verità, rimossa, da cui non si può prescindere se si vuol tentare di aprire una via d’uscita. E che, pure, non ci consentirà più da oggi in avanti di dire che da noi tutto è ‘ndrangheta! Correndo il rischio di esporsi a prevedibili quanto facili critiche De Sena non esita a distinguere gli “atti intimidatori di origine criminale” dagli “atti che, al contrario, non sono affatto “regolativi” degli interessi criminali di tipo mafioso ma sono invece espressioni dialettiche violente “usuali” del sistema calabrese di “composizione dei privati dissidi”.

In altri termini: “l’emulazione del comportamento di stampo mafioso, eziologicamente diverso, significa l’accettazione di una regola rovesciata alla base della convivenza civile, significa che, nella percezione di coloro che lo commettono, non esiste la coscienza del disvalore comportamentale creato e neppure la presenza di un’alternativa efficace al “fai-da-te”. Ecco. Certo se il superprefetto non avesse diretto l’azione di contrasto alla ‘ndrangheta e di sostegno alle strutture statali e volontarie in prima linea verso i livelli noti, oggi noi saremmo qui a dire che ha scritto “queste cose” per giustificare una colpevole inazione. Ma non è andata così. Possiamo allora senz’altro dargli credito quando scrive di non avere voluto “testimoniare solamente l’esistenza di un fenomeno criminale aggressivo, ma anche tratteggiare aspetti ambientali, comportamentali, nel complesso – potremmo dire – culturali negativi e positivi che contribuiscono a stratificare nell’immaginario collettivo dei calabresi per primi, del restante popolo italiano e del mondo intero le riserve mentali, i luoghi comuni, le secche della speranza che, assai più del crimine, incidono negativamente sulla prospettiva futura della popolazione”. Sono parole che alla luce di ciò che De Sena ha fatto, prima che scritto, non appaiono di circostanza. E nei suoi scritti non mancano riferimenti ed esortazioni ai calabresi contro corrente, alle Università e alle agenzie educative. Ma il punto è un altro, davvero decisivo e foriero di possibili cambiamenti reali.

Se non è solo ‘ndrangheta, allora i cittadini possono cominciare a cambiare le cose in modo sostanziale: fin da subito, con le sole loro forze. A patto, però, che modifichino abitudini e atteggiamenti altrimenti distruttivi come, ad esempio, “l’inquietante arroganza dell’attesa”, individuale e collettiva, che fa chiedere tutto da tutti ed in ogni settore, ma che poi non è in grado di trasformare l’acquisizione in opportunità”; o “la ieratica impassibilità di molti che spesso raffigura un’immagine di para impegno, pseudo-attivismo, finta indignazione in presenza di avvenimenti eclatanti”, che frena lo slancio di coloro che “concretamente mettono in discussione se stessi con l’obiettivo del fare molto prima del parlare”. Fino ad oggi un discorso pubblico su questi aspetti del dramma calabrese non l’ha fatto nessuno in modo continuo coerente e chiaro. Fino ad oggi. Certo, domani è un altro giorno e può essere pure un’altra storia. Ma ad una condizione: che si parta dalla verità. Quella certificata da De Sena e da nessuno contestata. E pure, in fondo, da tempo conosciuta. Come lo stesso Prefetto ha sapientemente colto: “Esiste una questione Calabrese, eccome. Esiste storicamente incastonata nel contesto della più ampia questione Meridionale, ma con caratteristiche precipue, svincolate dai canoni descrittivi elaborati dalla dottrina storico-sociale, nei quali lo stesso calabrese intellettualmente libero, forse, poco si riconosce”. E un calabrese davvero libero intellettualmente non può non rilevare il silenzio generalizzato, e per nulla imbarazzato, con il quale le relazioni del superprefetto sono state accolte in Calabria.

Dalla politica, ovviamente, ma pure da tutte le agenzie educative. Quelle relazioni però restano un punto di partenza obbligato per chiunque voglia impegnarsi davvero in un progetto di rinascita della Calabria costruito con i calabresi.
*Luigi Sorrenti è il coordinatore del circolo calabrese di LeG

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