Pd, per un’analisi delle Primarie

Facciamo il punto sulle Primarie per il Pd. Sul dato nazionale, i sondaggi sono stati ampiamente confermati dai dati. Le analisi di prima del voto davano Walter Veltroni al 70 per cento e gli altri due candidati più o meno al 15 ciascuno con uno sbilanciamento verso la Bindi. Già mesi fa, due domande inserite all’interno di un test che noi definiamo omnibus, cioè su temi generali, non mirato, davano la possibilità di esprimere un parere sul possibile risultato. Quelle risposte confermano il risultato: Veltroni vincitore con ampio margine e gli altri due antagonisti principali più o meno al 15, ma tutti a grande distanza dal leader.I candidati minori non avevano chance, nemmeno dai sondaggi. E’ un dato che appartiene alla storia italiana: i candidati alle elezioni che si presentano come outsider, quindi fuori dall’apparato politico, vengono puniti duramente. E’ il caso di Gawronsky, per esempio. Era andata così anche alle primarie di Prodi, se ricordate. Per riassumere, primo: è confermata la tendenza italiana a premiare il vivaio dei partiti. La società civile finisce per fare l’elettrone impazzito. Inoltre, Walter Veltroni ha ottenuto la percentuale che ci aspettavamo, solo per Rosy Bindi le aspettative sono state deluse, perché si pensava potesse andare un poco oltre il 15 per cento. Per Letta, invece, ci attendevamo questo risultato. L’unica possibilità per il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio era quella di fare una campagna molto aggressiva, anti-lettiana, invece è rimasto su una linea democristiana, per così dire.Rosy Bindi negli ultimi giorni sembrava aver raccolto un potenziale maggiore di elettori.

Ha giocato bene la parte dell’antagonista, ha fatto una campagna alla George Bush, portatrice di valori integrali, non disposta ai compromessi. Dunque le attese erano 70 per Veltroni, al 20 la Bindi e 10 Letta. Le primarie hanno premiato con una valanga di voti Veltroni. Perché? Forse, l’elettorato ha voluto dare un segnale di chiarezza: un’investitura univoca al candidato che tutti indicavano come possibile leader del nuovo partito, senza se e senza ma, in modo che non ci fossero dubbi. L’elettore ha voluto evitare il segnale di frammentazione. Può darsi che l’elettore di centrosinistra, stufo di vivere in mezzo a troppi partiti, si sia convinto a votare Veltroni, anche quando non lo vedeva come suo candidato ideale, forse in alcuni casi persino turandosi il naso, ma comunque come candidato vero, unico. Di qui la percentuale bulgara. Un risultato che conferma la maturità della democrazia e dell’elettorato di centrosinistra. Ma proviamo a immaginare che cosa sarebbe accaduto se per esempio Veltroni avesse vinto con il 60 per cento dei voti e la Bindi avesse ottenuto il 30. Un partito nuovo che nasceva così, avrebbe dovuto appoggiarsi su una doppia stampella. Penso che sia andata meglio con il risultato ottenuto. Queste primarie hanno evidenziato un segnale chiaro dell’elettorato: voleva investire del titolo di leader un candidato unico, per creare un grande partito che non nascesse già diviso e frammentato.Quello che ci ha sorpreso è stata la partecipazione.

Nessuno pensava al flop: la soglia del milione si dava per sicura. Le primarie si vede che piacciono in questo paese. Persino Giovanni Sartori aveva sottovalutato il peso delle primarie quando si tennero per la prima volta in Puglia, invece hanno sempre dimostrato di ottenere una partecipazione elevata. Però qui nessuno si aspettava più di due milioni di voti, invece, ecco un grande risultato che conferma che le primarie piacciono, sono una grande innovazione degli ultimi 50 anni di politica. Si tratta di una grande idea, forse non ancora pienamente sfruttata che fa invecchiare tutti gli altri sistemi. Così il voto è davvero di investitura popolare, arriva dal basso.
Le primarie sono lo strumento capace di vivacizzare la politica italiana. Fin qui il ragionamento a livello nazionale. Per Walter Veltroni ora l’investitura è molto forte, come quella di Prodi con la differenza che quelle altre erano state primarie di reazione a Berlusconi. Dunque, se possibile, Walter Veltroni ha ottenuto una investitura addirittura migliore di quella di Prodi. Ha ricevuto un capitale di fiducia e consenso come nessuno mai in Italia. Riuscirà a far fruttare questo Tesoretto? Soprattutto riuscirà a farlo fruttare in autonomia? Staremo a vedere. Intanto, questo è il segnale che il centrosinistra non è morto. Sembravamo destinati a un’era geologica della Cdl, invece è tutto cambiato e gli oltre 3 milioni di elettori di queste primarie lo hanno dimostrato. Anche i 300 mila portati in piazza da Grillo e i 500 mila di Fini sono segnali di partecipazione.

Questo ci dice che non stiamo attraversando una fase di antipolitica, piuttosto di iperpolitica. Gli studi sulla possibile discesa in campo di Grillo, con le sue liste civiche attestano un risultato pari a quello della Lega, per esempio, attorno al 5 per cento di consensi. C’è quota di elettori che vuole fare politica in forme diverse: questo ormai è chiaro. Il partito democratico è il primo partito di una nuova fase politica. Un altro potrebbe essere una lista civica di portata nazionale, come quella dei grillini, per esempio, oppure una lista di società civile. Ora veniamo al caso Milano. Perché si tratta di un vero caso a sé stante nel panorama politico italiano. La situazione nazionale ci segnala che potranno aprirsi spazi per nuove forme politiche, di qui al 2011. Anche il marchio LeG, secondo un mio sondaggio preliminare di qualche anno fa, potrebbe avere lo stesso potenziale del movimento di Beppe Grillo.In Italia mancano – e questa è la tesi di Umberto Eco – gli imprenditori della politica, i Giussani del centrosinistra, i visionari che invece il mondo cattolico sa ancora esprimere. Grillo, se volete, è il primo dei visionari di sinistra. Eco ha ragione: nel momento in cui qualcuno avrà l’idea di fare l’imprenditore della politica, l’elettorato lo premierà. Entro il 2011 mi aspetto grandi novità. Un partito nuovo è già nato, è il Pd, ne verranno sicuramente altri. Il centrodestra non potrà che rinnovarsi di conseguenza e infatti pensa già ad un grande partito, tutto nuovo, sul modello del Pd.
In Italia però, lo confermano anche queste primarie, ci troviamo a fare i conti con una doppia anomalia: Roma e Milano.
Noi non abbiamo grandi città, mancano le metropoli e le megalopoli che sono sempre più numerose nel resto del mondo.


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ittà che assomigliano alle metropoli e sono città stato. Non a caso Veltroni non vuole lasciare la carica di sindaco. Milano non ha un capo vero, al momento. Però, unica certezza: premia i combattenti. Da Mussolini a Berlusconi è sempre stato così. Il paradosso è che questa città non riesce ad esprimere un grande sindaco con queste caratteristiche. Milano dunque è una città acefala. Ma la Bindi che è una Giovanna D’Arco è stata premiata a Milano. La provincia poi, che è molto condizionata dal cattolicesimo e dal movimentismo di stampo cristiano cattolico, ha fatto il resto. Veltroni non ha convinto del tutto. La sua performance su Milano è stata lievemente ridimensionata rispetto a quella su scala nazionale.
Roma ha segnalato il limite del veltronismo, premia il leader, senza dubbi, ma non dà le stese chance a personalità a lui molto vicine, buoniste, come la Melandri. In modi diversi le due città hanno dato questa indicazione: Veltroni sembra essere arrivato all’apice del successo, forse proprio in cima al suo successo. Dunque è un momento di massimo rischio, se non coglie il segnale di voglia di decisionismo che arriva dal Nord e se non si libera del suo stile papale, per così dire, del suo regno romano. Deve uscire dal ma-anchismo, genialmente coniato da Crozza, e riuscire a conquistare Milano.
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