Partito democratico, dopo un anno ci siamo

È passato un anno esatto dal quel 7 ottobre 2006, quando a Orvieto insieme a Romano Prodi, a Francesco Rutelli, a Walter Veltroni e a tanti dirigenti di DS e Margherita, varammo il progetto del Partito Democratico. A molti appariva un progetto così ambizioso da richiedere un tempo di incubazione lungo, tant’è Prodi indicò nelle elezioni europee del 2009 il traguardo per la costituzione del nuovo partito. In tanti prevaleva scetticismo e diffidenza. Ad altri ancora appariva un progetto utopico o velleitario.A un solo anno da Orvieto, invece, il Partito Democratico sta per vedere, la luce e domenica 14 ottobre un enorme quantità di donne e uomini sarà protagonista della nascita del Partito Democratico. Lo sforzo della mobilitazione di queste settimane dice più di ogni parola: oltre 35.000 candidati, metà dei quali donne e almeno un terzo espressione della società civile.E poi 60.000 scrutatori; 11.000 seggi; tanti ragazzi e ragazze tra i candidati; centinaia e centinaia di iniziative in tutta Italia. Cifre e fatti che dicono quanto infondato e caricaturale sia rappresentare il Partito Democratico come operazione burocratica di apparati o di ceto politico.Ma non è solo la dimensione organizzativa a dirci che si sta per consumare un evento straordinario. Sono soprattutto le ragioni politiche per cui il PD nasce a rendere evidente quanto questo progetto possa cambiare la politica italiana. In tempi di antipolitica crescente il PD è, in primo luogo, una risposta positiva di buona politica.

A un’opinione pubblica che guarda con diffidenza ai partiti perché li sente estranei e distanti, noi offriamo l’occasione di prendere la politica nelle proprie mani. Chiamiamo i cittadini a scegliere, decidere, a essere protagonisti in prima persona, con il voto, della fondazione del PD.Il Partito Democratico si dimostra così lo strumento per cambiare la politica italiana. Intanto perché in una politica segnata da divisioni, scissioni e separazioni, il PD è un progetto che unisce: due grandi partiti – Ds e Margherita – si fondono, aggregano altre forze – i Repubblicani europei, una parte dei socialisti , movimenti ambientalisti – e soprattutto chiamano a raccolta quella grande quantità di italiani che in questi anni si sono riconosciuti nell’Ulivo e tanti altri ancora che vogliono un’Italia giusta, moderna, dinamica. E questa scelta di unità già produce i suoi effetti sul sistema politico: proprio la costituzione del Partito Democratico ha sollecitato Berlusconi e Fini a riprendere il progetto di un grande partito conservatore competitivo con il PD. Casini e il suo partito hanno accentuato la propria autonomia dalla destra. E nella stessa Lega c’è chi si interroga. E a sinistra, forze politiche tradizionalmente gelose della loro identità, dei loro simboli, dei loro nomi – Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, una parte dei Verdi – riflettono sulla possibilità di un’aggregazione unitaria. Insomma: il PD come strumento per ridisegnare il sistema politico, superando la crescente frammentazione del sistema politico che oggi vede sedere in Parlamento rappresentanti di 24 partiti e proprio per questo appare ai cittadini fragile e poco credibile.Nel realizzare questo processo il Partito Democratico ci consente anche di realizzare un altro obiettivo di grande valore politico: per la prima volta nella storia italiana le diverse culture riformiste si riuniscono in un unico partito politico, che ha la possibilità di essere il primo partito italiano, di rappresentare oltre un terzo del corpo elettorale e di fare così del riformismo la cultura maggioritaria del Paese.

Un progetto aperto a cui ci auguriamo vogliano unirsi presto altre energie riformiste, come il ricostituito Partito Socialista.E, infine, il Partito Democratico rappresenta lo strumento essenziale per consolidare e rafforzare la maggioranza di governo e l’azione dello stesso Esecutivo guidato da Romano Prodi. Sappiamo tutti, infatti, che il centrosinistra vive ogni giorno la divaricazione tra ciò che il governo fa e la percezione che ne hanno gli italiani.Quel che Prodi e il suo governo fanno è molto. E giustamente il Presidente del Consiglio lo ha rivendicato in questi giorni: un nuovo protagonismo sulla scena internazionale, una ritrovata collocazione in Europa, l’avvio del risanamento dei conti pubblici, il rilancio della crescita economica, un nuovo patto sociale per ridisegnare welfare e diritti, una politica fiscale più giusta, la modernizzazione del Paese. E la stessa Finanziaria 2008 è la dimostrazione di quanto sia stata efficace la strategia perseguita nei primi 15 mesi di governo. E tuttavia la percezione che la maggioranza degli italiani hanno del governo è altra: prevale l’immagine di una maggioranza fragile, esposta a continue divisioni, spesso sull’orlo di un incidente o di una crisi. E’ una percezione certo dilatata dai media, ma che trae ragione dal carattere composito di una maggioranza – 14 partiti in Parlamento, 11 al Governo – di cui ogni giorno emergono più i fattori divaricanti che quelli coesivi. Il Partito Democratico è una risposta anche a questo problema: perché assai diversa può essere la vita di una coalizione plurale se la sua forza principale è – come oggi sono i DS – una forza di circa il 20% oppure un partito del 35% come sarà il Partito Democratico.


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