La rabbia dei calabresi

MODENA: Gli orizzonti della giustizia // In Calabria esiste da qualche mese un circolo di LeG, di cui mio malgrado sono il coordinatore. Qualcuno si è chiesto come mai da noi non è arrivato alcun commento sulla vicenda De Magistris? No! Non se lo è chiesto nessuno. Anzi abbiamo avuto richieste pressanti dalla redazione di pubblicare qualcosa. Ma noi non siamo giornalisti. E, mi perdonino i giornalisti, non seguiamo né l’onda montante né ci facciamo affascinare dagli stereotipi. In specie in Calabria, dove la situazione così com’è nella sua reale ed inquietante complessità nessun giornalista l’ha mai descritta. Perché quaggiù ci vuole la tecnica di indagine di un sociologo di livello mondiale, per capirci qualcosa, di un ricercatore che si sappia muovere tra gli uffici i palazzi le strade e le piazze con il fiuto di Holmes e la costanza del topo di biblioteca. Oppure con gli strumenti di un investigatore di razza, purché dotato della finezza di un intellettuale di antico lignaggio. Magari di scuola napoletana. Succede per esempio in Calabria che un giudice onesto intelligente e animato dalle migliori intenzioni abbia cercato di mettere le mani nel ginepraio. Questo è indubbio. E va a merito dell’uomo De Magistris. Che però è un giudice. Dobbiamo scomodare Falcone per ricordare come si deve muovere un giudice in queste circostanze? Dobbiamo ricordare la frase con la quale il Presidente della Corte che fece il processone ringraziò Falcone per l’altissima qualità del suo lavoro, che aveva consentito a quella Corte di condannare qualche centinaio di mafiosi di rango nel pieno rispetto delle leggi? Mi fa sempre specie dovere citare un autentico eroe nazionale, perché penso ai tanti mascalzoni della politica che lo citano ad uso e consumo proprio.

Ma qui mi pare imprescindibile. A mettere le mani nel ginepraio calabrese si è certi di una cosa: si alzerà un polverone. Anche a Palermo si alzò il polverone, ma l’inchiesta arrivò fino alla fine e procurò le condanne severissime. A Catanzaro, alla fin fine, si scende in piazza per sostenere la libertà di un giudice di indagare, non dove gli pare, ma come gli pare. È difficile sostenere questa posizione. Non rende. Ma a leggere gli atti e le dichiarazioni di CSM ed ANM sembra proprio che le cose stiano così. Succede poi che un giornalista di razza come Fierro scriva su l’Unità un’emozionante pezzo sulla situazione calabrese. Emozionante perché riesce a dare davvero un quadro fatto, più che di numeri, di sentimenti. Non testimonia, descrive linee di tendenza comportamentali. Qualcosa appunto che deve servire a dare la “sensazione di”. I fatti? Quelli ci sono, certo, ridotti però a sfumature di una realtà che va percepita più che approfondita e conosciuta. Vorrei dire a Fierro che la vera denuncia del suo pezzo è del comportamento dei suoi colleghi. I quali sono responsabili non solo di censurare (di fatto se non si pubblica una notizia è di questo che si tratta) le notizie sul mondo ‘ndrangheta ma nemmeno i risultati del contrasto. E attenzione non è un semplice contestazione la mia. È una grave denuncia: tra maggio a agosto in Calabria sono state arrestate centinaia di persone e qualche decina di rango. E in un colpo solo sono stati sequestrati beni in misura doppia a quella dell’intero decennio precedente.

C’è o non c’è da indignarsi se queste cose non passano. Ve la dico in un altro modo: se invece che a Duisburg la strage fosse stata fatta a San Luca avrebbe avuto lo stesso rilievo? Ma di tutto questo caro Fierro, sono responsabili i tuoi colleghi, specie i direttori. Sono loro che decidono di seguire De Magistris, quando alza i polveroni che fanno notizia, e non De Sena quando in atti ufficiali della Repubblica racconta come stanno veramente le cose e agisce di conseguenza raggiungendo pure i risultati accennati sopra. Quando poi Fierro rivendica il ruolo de l’Unità che è scesa in campo contro questa censura a me, uomo della strada, procura una inevitabile reazione di rabbia. Fierro sa benissimo che in questo momento in Calabria si sta tentando una resa dei conti tra il vecchio ed il nuovo all’interno dei DS e che l’Unità sta partecipando alla partita con la forza ed il prestigio di cui gode, giustamente. Sa quindi che il giornale sta facendo il suo mestiere solo in funzione della partita. Dov’era prima questo giornale quando, governando D’Alema, il giudice Boemi (oggi richiamato al ruolo per recuperare il tempo perduto) veniva cacciato dalla Procura di Reggio (di cui mi pare che anche Fierro non parli molto) e la Dia reggina perdeva i suoi uomini migliori? Ecco cari amici, se non vi piace quello che ho scritto prendetelo pure come uno sfogo, ma sappiate che finché si continua a giocare ognuno per sé vince la ‘ndrangheta. Con buona pace di giornalisti, politici e manifestanti organizzati (perché ci sono i manifestanti spontanei che invece meritano il rispetto di tutti) che questa cosa la sanno molto bene.

E la usano. Per sé.

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