Il Partito democratico? Senza le donne, è ancora la «casta»

L’appartenenza ad una casta dipende dalla nascita ed essa si riproduce per meccanismi di distinzione e di segregazione noti, legittimati ed interiorizzati anche da chi si trova collocato all’ultimo gradino. Per questo, come mostra l’esperienza indiana, la democrazia pretende l’abolizione formale delle caste, mentre è molto più difficile superare i processi culturali che continuano a riprodurle di fatto. Stella e Grillo mettono in luce gli aspetti castali della politica italiana, con denunce a volte molto pertinenti a volte meno: eppure anche a loro sfugge come la discriminazione di genere sia un aspetto non secondario, effettivo ed efficace, della riproduzione castale, sia negli esempi tradizionali che nelle democrazie, dove formalmente nessuna delle due è accettabile. Le donne nella politica italiana: ancor oggi una sottocasta? Non è solo una questione di numeri ma anche di processi di rappresentanza di fatto non aperti a tutte e tutti i cittadini, di programmi declamati di cui non vengono misurati i risultati e gli effetti. Il tema meriterebbe un approfondimento speciale anche da parte del nascente partito democratico, a partire da due domande di fondo: come nasce il Pd e come potrà crescere.Come sta nascendo il Pd? Un partito che si presenta come simbolo di innovazione riformatrice nel nuovo secolo dovrebbe superare quasi di un balzo la foto univoca al maschile che sino ad ora, più o meno, ha contraddistinto i suoi fondatori.Si può sperare che… due rondini facciano primavera? Sarà possibile che dalla definizione di norme che prevedono il cinquanta per cento delle donne nell’assemblea nazionale e nelle cariche, nonché dalla candidatura di una donna alla segreteria nazionale, discendano sia un puntuale rispetto delle regole che un moltiplicarsi delle «buone pratiche» volontarie, di apertura alle donne, da parte delle dirigenze dei partiti, dei comitati e delle associazioni della società civile impegnati nel processo di costruzione del nuovo soggetto politico? Una pressione femminile in tale direzione esiste, forse accolta con troppa timidezza dalle donne che hanno già superato il «soffitto di cristallo» della politica: perciò la proposta del Pd ha senso se le molte voci di donna saranno presenti sin dall’inizio, considerate sempre necessarie ed altrettanto autorevoli di quelle maschili.Ognuna di noi, per rompere i meccanismi sottocastali che ci imbriagliano, deve sentirsi un simbolo a disposizione di molte altre, impegnandosi a valorizzare i propri talenti, costruendo reti di donne che si impegnino a loro volta a competere per quello che valgono: con un patto che travalichi le rigidità degli apparati, favorendo leadership autorevoli a tutti i livelli.

Solo così avremo il primo risultato importante: molte donne non iscritte ai partiti fondatori andranno a votare il 14 ottobre. Inoltre accontentarsi del cinquanta per cento nell’assemblea nazionale, e di una candidata-simbolo alla segreteria, senza porre la questione di una forte e «meritevole» rappresentanza femminile a livello di tutte cariche del Partito, nazionali, regionali e provinciali, significa rinunciare ad una reale competizione.Anche la quantità contribuisce a fare la qualità. Su quali contenuti potrà crescere il Pd? Ognuno lo immagina da un differente angolo di visuale. Il mio si basa su due promesse: un partito nuovo e un partito di donne e di uomini. Propongo, ovviamente, che la «novità» venga misurata sul secondo parametro. Ce ne sono sicuramente altri: tuttavia mi pare che molti indicatori e molte consolidate riflessioni convengano nel segnalare come trasformazioni sociali tra le più rilevanti degli ultimi cento anni l’accesso delle donne alla sfera pubblica, la crescita della presenza delle donne nel lavoro e in tutte le professioni, l’allargamento della cittadinanza femminile in tutte le dimensioni: diritti sociali, civili, politici. Inoltre, la cultura occidentale considera questi cambiamenti come segno distintivo del suo contributo ad un processo universale di inclusione della voce di ogni persona e di ogni gruppo sociale nella sfera pubblica. Dunque, il tema della cittadinanza femminile e del governo anche femminile della politica non può essere considerato un accessorio per la crescita del Pd come soggetto politico all’altezza dei nodi della società del terzo millennio.

Questa prospettiva complessiva è sfuggita, al di là di qualche cenno, sia al Programma dell’Unione che al Manifesto per il Pd: dunque è uno dei terreni dove oggi un partito nuovo potrebbe costruire una egemonia riformatrice ed anti-castale per tutto il centrosinistra. Per questo mi parrebbe necessario lanciare un Tavolo programmatico delle donne, sul modello dell’iniziativa trasversale www.ledemocratiche.it. Sono e resto convinta dalle linee generali sin qui proposte da Walter Veltroni ed in particolare dai documenti confluiti nella lista numero 2. Tuttavia mancano ancora indicazioni per un Manifesto del Pd che parli alle donne e che potrebbe nascere, appunto, da un «Tavolo delle donne per il Pd», a cui attingerebbero tutti i candidati alla segretaria nazionale. Saremmo invogliate a partecipare in moltissime, da qui sino al 14 ottobre ed anche oltre, ad un processo fondativo di democrazia-a-due, impegnato a superare i meccanismi castali e subcastali: dunque attento a promuovere i talenti femminili anche dei migranti, degli appartenenti a religioni minoritarie, delle persone GLBT. Il Tavolo delle donne per il Pd avrebbe il compito di rileggere l’Italia al femminile (Programma dell’Unione e Manifesto per la Costituente compresi), per un partito capace di rappresentare realmente la maggioranza dei cittadini (sinché si escludono le donne, ogni partito è voce di una minoranza!) e di includere tutte le minoranze (per ora simbolicamente presenti più al maschile che al femminile).

Dovrebbe produrre un «pacchetto» programmatico, che ibridi definitivamente la prospettiva Pd interpretando il «cuore» delle culture delle donne. Al centro di quest’agenda di lavoro, dal presente al futuro prossimo, porrei la riapertura di una riflessione sulla pari dignità di tutte le fedi, religiose e non religiose, in una società multiculturale che voglia ripensare criticamente il rapporto tra istituzioni religiose e democrazia anche attraverso l’ascolto della parola femminile. Un canovaccio del percorso dovrebbe essere aperto oggi, per continuare dopo il 14 ottobre, quando inizierà davvero la costruzione del nuovo soggetto. Deve rappresentare le molteplici competenze e le reti plurali delle donne presenti in tutto il Paese. Le donne in politica sono pronte a questa sfida, rompendo le gabbie delle loro sottocaste? In un partito che vuol essere di donne e di uomini, quanti uomini «coraggiosi» accetteranno un processo verso la partecipazione paritaria per una democrazia governante, a due? Posso prevedere le reazioni a queste riflessioni. Il problema è anche delle donne, un Tavolo nazionale dobbiamo lanciarlo noi. Tuttavia soprattutto chi ha egemonia nella parola e nelle decisioni, potere sulle risorse e sulle regole, deve anche decidere che tipo di democrazia vuole, a costo di limitare le proprie prerogative. Altrimenti la «casta» continuerà a perpeturarsi, permettendo ogni tanto l’emersione faticosa di qualche donna eccellente.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>