Sud, da dove cominciare?

Dalle comunità urbane, città e paesi, perfino villaggi: i luoghi dove lo scadimento della qualità del vivere insieme si fonde con lo smarrimento personale, in una miscela di fattori degradanti che si fa poi humus di quel comune sentire nel quale la naturale voglia di vivere di ciascuno si scontra con la rassegnazione. Solo che la rassegnazione non ha nulla di naturale, pur essendo molto condivisa, in specie al Sud. Piuttosto: è disumana. Perché smorza, fino ad annientarlo, ogni anelito alla ricerca del bello e alla cura della qualità dell’essere e del fare. Vincere la rassegnazione è dunque, ad un tempo, la chiave di tutto e l’impresa più difficile: il degrado, infatti, lo si incontra fin dalla nascita e, presto, si finisce per considerarlo parte integrante della quotidianità, quasi un dato ineluttabile della vita moderna. Già, perché il fenomeno è pure globale (con l’eccezione, non a caso, di alcune aree del Nord del Mondo e dell’Australia): da Parigi al Cairo, da New York a Manila, da Mosca a Nairobi, da San Paolo a Calcutta, e così via, per stati e continenti, ovunque le comunità umane in continuo divenire siano costrette a fare i conti con città non “previste” per tempo, nemmeno “immaginate” per la verità, o, peggio, costruite senza mai essere state pensate. Fenomeno quest’ultimo che costituisce il dato più specifico del nostro degrado: di paesi e città del Sud d’Italia. In un recente incontro ho ascoltato Corrado Beguinot, urbanista, Presidente della Fondazione Aldo Della Rocca, e guru de “I lunedì per Napoli”, sostenere che: “Il disagio che noi tutti avvertiamo è la conseguenza del degrado delle nostre città.

L’assuefazione al degrado costringe noi tutti a coesistere in misura continua e sofferta con uno standard di qualità della vita che si allontana sempre di più da quello ottimale”. La frase va approfondita. Assuefazione vuol dire: fine del desiderio di una città pulita, ordinata, sicura, produttiva ecc. E’ la fine di tutto. O l’inizio della fine: i giovani cresciuti in queste luoghi schizofrenici finiscono infatti con l’avvertire il disagio, più o meno grave, come componente naturale del vivere. E, ancor di più, col non pensare che una città diversa (cioè: una organizzazione diversa dello stare assieme) sia possibile, e che desiderarla sia una esigenza più che legittima, realistica e realizzabile. E al posto dell’impegno civile e politico nasce, ovviamente, la rivolta: dalle banlieu, a Parigi, ad esempio, fino ai Kamikaze, altrove. Gente che crede più solo nella violenza, che ama la distruzione fine a se stessa, per gli altri e per sé. Gente che ragiona così anche, o soprattutto, perché vissuta in luoghi dove non si percepisce che la vita in terra abbia dignità e qualità sue proprie. Da noi l’assuefazione non raggiunge questi livelli, ma nulla ci dice che non li raggiungerà, visto il diffondersi continuo del degrado e nello spazio e negli ambiti della vita civile. Certo, se davvero si vuole ripartire dalle comunità urbane il primo passo è decidere come. Proprio perché, è sempre Beguinot a parlare: “la situazione anomala di molte nostre città, a parere di tanti, deriva dalla ormai nota inadeguatezza delle capacità gestionali di chi sarebbe tenuto a dare risposta alla crescente complessità della città.

Il gigantismo crescente della complessità dei problemi si scontra quindi con il perdurante nanismo dei gestori responsabili”. Ma, per decidere come, non può dimenticarsi che lo sviluppo urbano è la manifestazione dell’anima profonda delle comunità umane e, quindi, la cartina di tornasole del progresso civile nella storia. Si richiede pertanto un tipo di impegno che è politico, nel senso proprio della polis. “Occorre una rivolta morale”, propone Beguinot. Ma di chi? Dei rassegnati? Dei giovani, incapaci, come spesso sembrano (certo per colpe non solo loro) di guardare anche soltanto al giorno dopo? Delle classi dirigenti che sul disordine generalizzato e diffuso hanno costruito, e continuano sotto i nostri occhi, fortune considerevoli? Occorrono una granitica fiducia nell’uomo e una solida formazione democratica per credere che si possa riprendere il cammino solo accendendo una rivolta morale. La via proposta dalla Fondazione Della Rocca e dalla Link Campus Universiy of Malta è infatti l’impegno ad “avviare in forme plurime un dibattito aperto tra coloro che hanno a cuore il destino delle nostre città individuando azioni, temi e proposte che possano coinvolgere i cittadini tutti, pronti a combattere la mancanza, nelle nostre città, di legalità e di sicurezza e contro lo spreco delle risorse, delle energie umane e il perdurare dell’emergenza figlia dell’incapacità, della irresponsabilità di chi governa male”. E qui si impone un approfondimento: chi sono e dove stanno quelli che “hanno a cuore il destino delle nostre città”, e dove batte il loro cuore? Perché la prima delle iatture del Sud sono le torri d’avorio degli studiosi, e dei non studiosi ma sensibili, fatte di ricerche eccelse, di isole felici, di specializzazioni eccellenti, di luoghi dell’anima pure, dove ci si accontenta di trovare e coltivare se stessi, avendo rinunciato alla sfida di cambiare il mondo intorno a sé: quel che accade può solo attendersi che finisca, purché ci si tenga lontani delle contaminazioni.

E, poi, dando per scontato che siano pure tanti quelli cui sta a cuore il Sud: quanti fra questi sono pronti ad impegnarsi? E quanti sarebbero in grado di organizzare un impegno corale, di squadra, l’unico che funzioni nella terra degli individualismi esasperati ed esasperanti? Le domande sono difficili, già di per sé, figuriamoci se poi cerchiamo le risposte con riferimento alla Calabria. Da noi, infatti, i punti di partenza per l’impresa delle imprese vanno costruiti con grande attenzione alla oggettività: intanto, per ridurre i rischi dell’individualismo cromosomico distruttivo, per trasformarlo semmai in opportunità, e, poi, per garantirsi il massimo possibile di mobilitazione.
In questo quadro la Relazione al Ministro degli Interni, scritta da De Sena nel dicembre scorso (2006) con criteri definiti dallo stesso prefetto di “non convenzionalità”, appare strumento più che idoneo alla bisogna: perché è scritta da uno che non è calabrese, e perché, come una scatto di rara potenza neorealista, da un lato, contiene precise indicazioni e graduazioni di responsabilità che sono di tutti noi, dall’altro, non rinuncia al rischio delle proposte; utilissime, peraltro, proprio a chi persegua con onestà intellettuale il cambiamento. Ma quella Relazione, caduta nel vuoto, rischia di diventare materiale d’archivio per gli studiosi. Mentre avrebbe bisogno di testimoni. Di gente disposta a farla propria, con iniziative che ad essa si ispirino, e a diffonderla perché altri, soprattutto i giovani, possano conoscerla.

In fin dei conti, quello scritto comunica solo che: cambiare la Calabria è possibile, e realizzabile anche da subito, purché lo si voglia. Ma purché lo si voglia: in tanti, insieme, con scelte coerenti, di qualità, e operative. E badando di tenersi lontani da dilettantismo e chiacchiericcio. La domanda resta: chi può avviare il processo? E come? Le risposte ci diranno da dove cominciare, e come. (2 – continua)
Sud punto e a capo. C’è voglia di cambiare
* L’autore è coordinatore del circolo calabrese di LeG e ha partecipato alla prima edizione della scuola di formazione politica a Pavia.

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