Sud, punto e a capo. C’è voglia di cambiare

Che fa una persona quando si accorge di non capire più il mondo intorno, e magari si sente pure straniato in casa? O scava trincee, o si apre al nuovo. Aprirsi però “costa”: per vedere il nuovo occorre disporre di un ottimo paio di occhiali della scienza o dell’anima; meglio di entrambe! In effetti: forse non tutti sanno cos’è il “governo della complessità”, ma oggi anche il più distratto uomo della strada ci sbatte contro appena avverte la difficoltà di tenere nell’ordine desiderato tutte le caselle della propria vita. Nasce da qui tanto smarrimento sociale. Ed è pure qui che alberga il comune sentire, articolato in mille patimenti quotidiani, che ci porta a nutrire scarsa fiducia nel futuro. E quando si perde il contatto intimo con il futuro: la prima vittima è l’entusiasmo, la seconda è la speranza! Il resto viene da sé, ivi comprese le soluzioni semplicistiche, che servono solo a complicare quello che si vorrebbe risolvere. Di norma, poi, lo “smarrimento”, se non sfocia in violenti sconvolgimenti sociali, provoca il ricambio dei valori di riferimento di una società: la solidarietà, ad esempio, cede il campo all’individualismo, ma a quello niente affatto virtuoso. E in questi frangenti nel Sud riemergono i difetti congeniti: l’inerzia sociale, prima fra tutti. Il governo della complessità è però un problema serio per gli addetti ai lavori, sia che si trovino ai vertici di uno qualsiasi dei punti di snodo (dall’ente locale al governo centrale) delle democrazie, (quanto di più complesso si sia mai visto nella storia); sia che presidino i gangli vitali delle economie avanzate (dalla direzione di uno sportello bancario, o dell’unità medica di un ospedale di provincia, al c.d.a.

di una multinazionale). Accade che in questi ambiti si tenti, ormai da anni, di ridurre le difficoltà decisionali dentro procedure standardizzate (da applicarsi a situazioni e persone le più diverse) che, utilizzate in modo astratto o manualistico (spesso da operatori esperti in fuga dalle responsabilità): da una lato, non riescono a far cogliere le diversità, dall’altro, mortificano lo spirito di iniziativa (quando c’è) dei proposti. Il tutto però può non soddisfare appieno le esigenze dei clienti-utenti. È una vera e propria tragedia umana, ben descritta da Galimberti alla Scuola di Formazione Politica di Libertà e Giustizia: la metodologia delle procedure standard, pur creata per razionalizzare, finisce per privarci di una dimensione fondamentale della nostra esistenza, l’apertura al nuovo e, quindi, al futuro. In altre parole: è sparito il domani! È una vera emergenza, che ci sta facendo affogare in un oceano di rabbia e abulia, che ha modificato in modo sostanziale il rapporto di ciascuno con la propria vita e con quella degli altri. Ma che non si avverte! Perché tutti, in fondo, preferiamo cercare un po’ di sicurezza nelle ripetitività, e pochi sono quelli disposti a rischiare la propria preparazione fuori dalle procedure. Restano, per la verità, alcuni luoghi separati, e privilegiati (ma che ben vengano!), di un certo associazionismo e di un certo volontariato, dove è ancora possibile vivere la ricerca di risposte nuove alle domande nuove: unico vero scampolo di avventura oggi disponibile nel mondo occidentale, escludendo la guerra.

Passando dalla facile descrizione alla ricerca di ciò che nella società si muove verso una soluzione possibile, va prima detto che tutti in Italia avvertiamo la limitazione delle risorse finanziarie quale unico insuperabile scoglio contro il quale va a sbattere chiunque governi le complessità del nostro Paese. Attenzione, però: la difficoltà finanziaria fa il paio con la metodologia delle procedure, e finisce per farci credere che un problema abbia una soluzione preconfezionata o non ne abbia alcuna. Un modo di ragionare estraneo a noi meridionali, che invece abbiamo nei cromosomi culturali l’idea che una via d’uscita fuori da procedure e protocolli si trovi sempre, prima o poi. È accaduto infatti a Napoli che qualcuno abbia proposto di spostare l’attenzione dei governatori dalle complessità delle risorse finanziarie, limitate e costose, alle risorse umane, al Sud illimitate e meno costose! E che lo abbia fatto con un progetto culturale di quelli che, se adeguatamente sostenuti e intelligentemente diffusi, possono provocare una svolta epocale. Il progetto è nato “per innescare sinergie tra le principali componenti della società locale ed il panorama nazionale ed internazionale”. Cioè tra ciò che esiste, a prescindere! È una vera e propria chiamata all’esercizio delle proprie responsabilità nei propri ambiti, con gli strumenti di cui già si dispone per voltare pagina. L’obiettivo è mettere in moto l’esistente di alta qualità, senza spettare le risorse finanziarie, per rimettere in cammino una società intera.

Non è, quindi, l’ennesima soluzione tout court dei mali endemici, magari frutto di qualche riesumazione ideologa. Coerentemente, l’esortazione è ad alzare lo sguardo dalle “sudate carte” per accettare la sfida della complessità: misurandosi con essa, e con le emergenze che a Napoli ne compongono la gran parte, per costruire risposte non solo teoriche e non più isolate, né temporanee, ma concrete e sinergiche, tendenti a creare, grazie all’apporto prezioso di ciascuno, un nuovo contesto di futuro nella mondializzazione (per dirla alla francese). È una visione! La visione, però, di un cammino da cominciare. Perché qui sta il bello: nessuno prefigura dove si arriverà. Le cose che contano da subito sono: partire, partire insieme (non inquadrati ma splendidamente liberi), uniti dall’andare verso un dove tutto da costruire, ma secondo linee direttrici chiarissime, utilizzando il meglio di ciò che la tecnologia e i “valori” delle professioni hanno saputo inventare. La meta è dunque costruenda, ma puntarvi in tanti (in tanti disponibili e autonomi, non precettati) crea la dimensione di un rinascimento vero, all’interno del quale ogni azione professionale fa sistema, permeandosi di quella ritrovata direzione verso il futuro il cui anelito tutti ci portiamo dentro negli angoli più riposti di noi stessi. Crollano le quinte antiche, dunque, e anche recenti, e nuovi scenari ci spingono, anzi ci attraggono, verso il domani evocato come “tensione verso”, proprio per suscitare una mobilitazione dell’anima di chi è disponibile.

Questa “novità” è apparsa con “I lunedì per Napoli”, organizzati nei mesi scorsi dalla Fondazione Aldo Della Rocca, dalla Link Campus University of Malta, e da Eursipes. Un esperienza della quale mi sono disinteressato, finché non mi è stato offerto un opuscolo “pesante”. E qui vorrei concentrare una conclusiva nota critica. L’opuscolo, proprio perché ha l’autorevolezza e lo spessore necessari alla bisogna, dovrebbe: a) parlare un po’ meno il linguaggio degli addetti ai lavori e b) rivolgersi all’Italia intera. Anche al profondo Nord, infatti, abbondano i giacimenti di una cultura locale che morde il freno per la mancanza, grave e che dura da troppo tempo, di una visione strategica. Che nessun governo nazionale fino ad ora è stato capace di elaborare e comunicare. Né di suscitare.* L’autore è coordinatore del circolo calabrese di LeG e ha partecipato alla prima edizione della scuola di formazione politica a Pavia.

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