Perché serve una scuola di politica

Pubblichiamo questo articolo con cui Michele Salvati nel 2004 sollevava il problema della necessità di una scuola di formazione politica. Proprio ispirandosi a questa urgenza e a questa linea di pensiero Libertà e Giustizia ha creato insieme a Salvatore Veca e all’Università di Pavia la scuola di formazione politica i cui corsi si sono svolti a gennaio, febbraio e marzo del 2007 e che si concluderà con un modulo supplementare il 9 giugno ma avrà nuovo ipulso nel prossimo anno.
Dell’idea di scuola descritta in quest’articolo ho parlato con alcuni leader dei partiti dell’area di centro-sinistra. C’è stata manifestazione di interesse, ma non tanta quanta meriterebbe, a mio avviso, l’importanza e l’urgenza di questa iniziativa. Ciò è comprensibile, naturalmente, date le pressioni del breve periodo, della contingenza, dell’immediatezza cui essi sono sottoposti. Ma proprio la consapevolezza di queste pressioni dovrebbe rendere sensibili i leader politici dell’urgenza di una vera scuola di formazione politica. Quale che sia lo sbocco dei confusi movimenti in corso nel cantiere del centro-sinistra, l’avere a propria disposizione, fra due o tre anni, un primo nucleo di giovani dirigenti preparati, abituati a interagire, dotati di spirito di corpo, è una risorsa utile sia per una coalizione lasca, sia per un federazione stretta, sia per un vero e proprio partito riformista: e forse ancor più nel primo caso che nel terzo. E’ per sottolineare questa utilità e questa urgenza che ho chiesto al Riformista di pubblicare un articolo così lungo.
Mi piacerebbe poter affermare: “si moltiplicano le iniziative di scuole di formazione politica da parte delle forze di centro-sinistra”.

In realtà sono poche quelle di cui sono a conoscenza, quasi sempre promosse dai partiti, a volte locali e comunque mai coordinate tra loro. Benemerite tutte, ma nel loro modesto insieme non assolvono al compito cui dovrebbero essere destinate in questa fase: quello di creare una cultura politica condivisa da giovani quadri di diverse provenienze ideologiche e appartenenze partitiche, chiamati poi a cooperare all’interno di una coalizione o di un soggetto politico riformista. Do quindi per scontato che il perimetro politico della scuola è quello che si è cominciato (solo cominciato) a delimitare con la Lista Unitaria. Scontato però non è. E non tanto per le obiezioni che si muovono contro il disegno di costruzione di un soggetto riformista più strutturato di una semplice coalizione: a queste si risponde sul piano della politica e, come diceva qualcuno, chi ha più filo tesserà più tela. Quanto per un’obiezione più fondamentale: oggi una scuola di formazione non può essere una scuola di indottrinamento, come sono state le scuole del passato e soprattutto la più nota tra di esse, la scuola quadri del Pci. Oggi una scuola dev’essere tale nel suo significato più alto, scuola di libertà di pensiero e di educazione alla critica. Una scuola che abbia per oggetto l’agire politico, ma per metodo la ricerca della verità. E la ricerca della verità, per sua natura, non ha confini, è una ricerca a trecentosessanta gradi. Insomma, deve trattarsi di una scuola in cui coloro che hanno per obiettivo di vita la “politica come professione” si fanno una bella cura iniziale di “scienza come professione”: cito apposta le due celebri conferenze di Max Weber perché è da queste, a mio avviso, che il programma di formazione politica dovrebbe partire.

E allora perché parlare di “perimetri”? I perimetri non sono forse confini tra chi sta dentro e chi sta fuori, tra chi è riformista e chi non lo è?Non ci sono confini nella scuola che ho in mente e, se chi frequenta le sue lezioni questi confini se li porta nella testa, la scuola dovrebbe proprio servire per abbatterli. Una declinazione rigida di riformismo non è il criterio di selezione iniziale dei docenti e degli allievi; e che cosa sia, nelle circostanze attuali, una politica riformistica, non è il punto di partenza, ma il punto di arrivo. La scuola è aperta a tutti. E’ aperta a tutti, ma non può trattare di tutto, perché questo contraddirebbe qualsiasi regola di efficacia didattica. Da questa regola nasce l’esigenza di un perimetro. Un perimetro non è confine rigido, ma serve solo a identificare un insieme di problemi che possono essere affrontati in modo coerente in un processo di formazione politica. A questo scopo è anzitutto necessario delimitare (e giustificare) un’area di valori liberali e solidaristici, che sono quelli a cui si ispira il riformismo di centrosinistra. E di conseguenza delimitare un’area di pratiche di governo effettivo all’interno di quest’angolo di mondo –di economie di mercato ad alto livello di sviluppo e di democrazie liberali consolidate- nel quale abbiamo la fortuna di vivere.Insomma, e per concludere su questo punto: la scuola non è “al servizio” del Triciclo o di qualsiasi altra ipotesi organizzativa contingente.

Essa si pone obiettivi di medio-lungo periodo e, se è al servizio di qualcosa, essa ha come riferimento un riformismo basato su valori liberal-solidaristici, che può essere poi praticato a partire dai contenitori politici che le circostanze storiche indicheranno come i più adeguati. Ancora. Come non ci sono preclusioni sull’input, sui “riformismi ammessi”, se la scuola funziona non ci sarà uno sbocco obbligato sull’output, sui “riformismi prodotti”: dalla scuola usciranno diverse visioni di riformismo e diverse soluzioni sostenibili ai problemi di riforma affrontati. Ma è sicuro che verranno mischiate, contaminate, destrutturate le “tradizioni” riformistiche che ci portiamo appresso per trascinamento, pigrizia o mediocre convenienza. Discendono da quest’idea di scuola i quattro pilastri formativi sui quali essa dovrebbe fondarsi: il pilastro ideologico-filosofico; il pilastro storico; il pilastro economico-sociale; il pilastro programmatico-tematico. Ma prima di spiegarne brevemente il contenuto è necessario premettere qualche indicazione organizzativa. Anzitutto i partecipanti: giovani alle loro prime esperienze politiche effettive in partiti o movimenti o organismi rappresentativi, giovani che non escludono dalle loro aspirazioni future la politica come professione. I docenti: a seconda dei casi e dei “pilastri”, politici e amministratori senior, professori, intellettuali ed esperti con competenze specifiche nelle materie oggetto dei corsi. La forma: può variare a seconda dei casi, ma l’ossatura dovrebbe essere costituita da alcune serie di week-end residenziali lunghi (venerdì pomeriggio-domenica mattina).

Il vantaggio di questa forma è che essa consente una forte socializzazione tra frequentanti e docenti, ma soprattutto tra frequentanti: da week-end a week-end i docenti possono cambiare, ma il gruppo di frequentanti dovrebbe restare lo stesso, e per una serie non corta di fine-settimana. Insomma, l’obiettivo è creare un “gruppo di pari”, una rete di amicizie e di riferimenti personali, uno spirito di corpo che può essere fondamentale se la vocazione alla politica diverrà effettiva attività professionale in molti dei partecipanti. Conferenze e convegni vanno benissimo, e sono forme da utilizzare; ma una “scuola” è un’altra cosa. Veniamo ai pilastri dell’offerta formativa, come adesso si dice. I primi due (quello ideologico-filosofico e quello storico) sono di natura molto generale e in buona misura può esserlo anche il terzo (economico-sociale). Il quarto (programmatico-tematico) si articola invece nella grande varietà di punti specifici che corrispondono al programma di governo di una forza politica di centro-sinistra: dal federalismo alle pensioni, dalla sanità alla giustizia, dalle politiche per le aree depresse a quelle industriali, dalle politiche monetarie e finanziarie a quelle fiscali, dalle politiche agricole a quelle ambientali, dalla riforma amministrativa a quella del welfare, e si tratta già di macro-temi programmatici che vanno ulteriormente articolati al loro interno. Insomma, basta sfogliare il recente programma prodotto dal gruppo messo insieme da Giuliano Amato per rendersi conto di che cosa si tratta.

E rendersi anche conto che, nonostante abbiamo ricompreso –per motivi sistematici- tutte le questioni programmatiche in un pilastro solo mentre ne abbiamo dedicato tre alle questioni più generali, in termini di tempo, energie e attenzione, il pilastro tematico-programmatico ricomprenderà buona parte dei processi formativi effettivamente richiesti e attuati quando la scuola sarà seriamente avviata e una sufficiente omogeneità si sarà creata tra i suoi frequentanti.. Ma i primi tre pilastri sono cruciali se l’obiettivo principale è quello di creare un ceto politico riformista, capace di leggere criticamente e con riferimenti culturali omogenei sia il recente passato, sia i grandi problemi del presente. Il ceto che abbiamo di fronte e che frequenterà la scuola sta emergendo da tradizioni politiche fortemente differenziate –socialiste, comuniste, liberali, cristiano-popolari, ambientaliste- e da esperienze molto diverse e spesso difformi per area geografica. Più praticamente: saranno di fatto i singoli partiti che dovranno selezionare per la scuola i loro giovani quadri e amministratori più idonei. Se il bipolarismo è destinato a rimanere e se l’obiettivo –lontano quanto si vuole- è quello di creare un soggetto politico riformista che non riproduca per trascinamento le identità culturali del passato, una lettura critica di queste identità alla luce di criteri ideologico-filosofici generali, e soprattutto una lettura condivisa della storia del nostro paese dall’unità (e in particolar modo dal fascismo) ad oggi, sono entrambe operazioni indispensabili.

Le “letture”, sia filosofico-ideologiche, sia storiche, che “per trascinamento” albergano nella testa di chi proviene dalle diverse tradizioni riformistiche del nostro paese sono spesso poco articolate e quasi sempre molto ingenue e partigiane, inconsapevoli del dibattito filosofico e storiografico che si è accumulato in anni recenti. E su queste letture tradizionali e partigiane si alimentano dissidi e incomprensioni tra i riformisti. Passi per i vecchi, “scottati” da esperienze non più riplasmabili. Ma, per i giovani, lasciare aperte le questioni storiche e ideologiche su cui si basano le diverse letture, o passarvi sopra con leggerezza per malinteso spirito tollerante e diplomatico, è sciocco e poco formativo. Il terzo pilastro, come accennavamo, per una parte si avvicina ai primi due, quando analizza le grandi tendenze del capitalismo contemporaneo e della società moderna; per l’altra, più specifica e legata al caso italiano, è una premessa indispensabile al quarto pilastro, alle proposte di riforma che il centro-sinistra intende avanzare. In altre parole, per una parte assomiglia a quelle famose “analisi della fase” con cui iniziavano le grandi relazioni politiche nei comitati centrali dei partiti del movimento operaio, quando erano una cosa seria; per l’altra all’analisi delle “compatibilità” che costituivano la premessa dei programmi riformisti del passato. Economia, sociologia, diritto, scienze politiche, relazioni internazionali, storia: in crisi le “grandi narrazioni”, che raggruppavano tutti questi ambiti disciplinari in blocchi coesi e con risposte certe, occorre allenare i futuri quadri politici a cavarsela con materie specialistiche ed eterogenee, dalle quali risposte certe non vengono proprio.Entrare nel dettaglio delle proposte formative, nell’articolazione dei corsi caratterizzanti ciascun pilastro, è, ancor prima che impossibile, inopportuno: si tratta di proposte che devono emergere da un gruppo di lavoro attentamente costruito.

E’ invece possibile e opportuno concludere con una osservazione politica. Una scuola come quella proposta può certo partire –anzi, deve partire- in modo graduale e sperimentale. Ma la decisione di avviarla è una decisione politica importante. A regime, si tratterebbe di un’istituzione che occuperebbe su base permanente non poche persone, e alcune altamente qualificate, e ne coinvolgerebbe molte (i docenti) e moltissime (i partecipanti) su base saltuaria. Non sono tanto le risorse economiche quelle che mancano: al di là dei soggetti politici più direttamente interessati, credo che non poche imprese e istituzioni avrebbero interesse a finanziare un scuola di formazione politica come quella che ho brevemente delineato, se questa fornisce garanzie di serietà e di riformismo. Preoccupano invece la scarsa lungimiranza mostrata in passato dai partiti del centro-sinistra e soprattutto i sospetti reciproci, i timori che una scuola di formazione politica serva di più all’uno che all’altro, che sia parte di un qualche disegno egemonico o di un qualche progetto politico contingente. E poi, chi la dirigerebbe? Chi sarebbero i docenti prescelti e quali i programmi? E’ per questo che all’inizio ho speso qualche parola al fine di deflettere le obiezioni più generali e potenzialmente più fondate. Ma in queste iniziative sono le obiezioni particolari quelle che contano, e soprattutto quelle inespresse. Se è così, se non c’è un’adesione convinta dei principali partiti del centro-sinistra alla filosofia della scuola, è meglio non farne niente e continuare nelle esperienze limitate e locali che sono ora in corso.

Per chiudere con il titolo di una lettura leninista che era obbligatoria nelle vecchie scuole quadri Pci: “meglio meno, ma meglio”. Purché questo “meno” non sia organizzato su base partitica e serva a riprodurre nel tempo le ideologie delle singole tradizioni riformistiche: in questo caso, è “meglio niente che poco”.

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